L'amante ucraina

 

di Giuseppe Virnicchi


Non poche erano le signore della scala B del parco Verde di Portici che al mercato si raccontavano i particolari del saluto all’alba dei due amanti Ugo e Tamara. Fingendo di dormire, spiavano il cinquantenne porticese e la giovane ucraina che si baciavano, si carezzavano - spesso andavano anche oltre - fuori della porta d’ingresso della casa dove lei assisteva un’anziana signora e dove lui, che abitava al piano di sopra, passava tutte le mattine. Le indiscrete comari del parco Verde erano ben consapevoli che sotto la vestaglia di seta nera la donna non avesse niente; facevano di tutto per sentire e vedere, anche se questo esercizio di morbosità si rivelava per loro un vero boomerang, quando, cessata la fase del pettegolezzo, nelle spione prevaleva l’invidia per un rapporto che, almeno a giudicare da quello che attraverso gli spioncini delle porte sentivano e vedevano, molto probabilmente, nei loro menage familiari, era un ricordo lontano, se mai c’era stato. “Devo fare il pieno di baci, altrimenti non resisterò fino alla prossima volta”. Ugo tentava di alleggerire scherzosamente la tensione che li prendeva ogni volta che si rinnovava la  trasgressione. Era innamoratissimo e la trasgressione che si intrometteva fra loro e si rinnovava ogni volta che si salutavano sul ballatoio, alimentava  la sua passione e il desiderio di possederla fino all’ultimo minuto che gli era consentito. “Ancora.. ancora…”, Ugo tirava la donna verso di sé e contemporaneamente la spingeva verso la parete laterale a destra della porta sul pianerottolo di casa, facendo attenzione che il corpo dell’ucraina, pressato dal suo, non pigiasse il campanello, il cui squillo rischiava, nel silenzio delle cinque del mattino, di tirare bruscamente giù dal letto l’anziana assistita dalla donna e disturbare quello che a lui sembrava un tranquillo e discreto condominio; non sapeva, forse fingeva di ignorare le chiacchiere al mercato e le comari spione dietro le porte, ma un giorno decise di andar via con Tamara.

“Era stanco di fare il pendolare in Vesuviana tra Portici e Napoli, dove lavora, e ha preso in affitto una monocamera a Fuorigrotta“, recitava con la gente il fratello di Ugo. Ma in paese tutti sapevano che l’uomo aveva lasciato la moglie ed era andato via con l’ucraina.

Ugo non è il primo, e non sarà l’ultimo cinquantenne, sessantenne che lascia moglie e figli per una giovane donna dell’Est europeo”, commentava la portinaia del parco Verde.

“La vita continuerà a scorrere come sempre, per alcuni in meglio, per altri in peggio, chi lo sa? Continuerà a Napoli come in tante parti d’Italia, del mondo. Dove ci sono e dove non ci sono ucraine, russe o polacche, che in alcuni casi, forse, hanno anticipato la rottura di qualche unione, hanno scoperto la pentola”, rispondeva il saggio salumiere.

“Dappertutto la realtà è fatta di rapporti veri e di rapporti fasulli, di storie vere e di storie morte, di quelle che vanno avanti saldamente e di quelle che si frantumano davanti a una minigonna, ad un seno rifatto, a bicipiti palestrati, a furtivi mazzi di rose, ad attenzioni di falsi uomini galanti, un’unione si può rompere a prescindere dal fatto che ci si trovi di fronte un terzo incomodo, ucraino, polacco, italiano, non fa differenza”, qualcuno tendeva a togliere un bel pezzo di responsabilità che, almeno per gli amici di Ugo, incombevano sulla testa della giovane donna ucraina.

Tutto quello che volete, ma senza l’arrivo di Tamara, bene o male mia figlia aveva un padre, sua figlia  un nonno”, Anna non si rassegnava sulla fine della sua storia con il marito.

Una storia non sempre finisce perché un protagonista decide di sostituire il proprio partner; una nuova può nascere anche perché un’altra è già finita irrimediabilmente, spesso senza che i protagonisti se ne siano resi conto, continuando a tenere in piedi un’unione senza più slanci, senza più calore, senza più vita. Ecco, il nuovo entrato, il cosiddetto terzo incomodo, è la presa di coscienza della fine, non la causa della separazione”, tutti tentavano di far accettare ad Anna più realisticamente la rottura del rapporto con il marito.

La gente, gli amici, continuarono a riflettere, ad avere dubbi. Dopo tutto, chi mai sarà in grado di stabilire, con la convinzione di esserne certo, quali siano i confini fra la fine di un rapporto e l’inizio di un altro? Una nuova storia è sempre causa della fine di un’altra? O, viceversa, una fine porta verso una nuova storia?

Tratto dal romanzo “Le donne ucraine e i cicloamanti di Portici”