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CHIESA
DI SANT'ELIGIO MAGGIORE
a
cura di Giovanni Musella

La
chiesa di S.Eligio Maggiore si eleva sul limite occidentale di
Piazza Mercato, primo edificio angioino a Napoli ed uno dei più
insigni modelli di architettura francesizzante dell'Italia
Meridionale. Di fronte all'abside vi è una colonna sormontata da
una croce marmorea gotica sulle cui facce sono scolpiti il
Crocefisso e Sant'Eligio.
La
chiesa, insieme al coevo ex-ospedale costituisce uno dei complessi
meno apprezzati, se rapportati all'importanza, tra quelli dell'area
orientale della città di Napoli. La fondazione risale al 1270,
quando Carlo I d'Angiò concesse a tre suoi familiari il terreno per
edificare una chiesa ed un ospedale. L'area era in una zona
considerata già allora depressa, ma una certa importanza derivava
dalla prossimità con la vicina porta del Carmine, una delle
principali vie d'uscita dalla città verso l'interno della regione.
La tradizione narra che la scelta del nome fu effettuata a sorte tra
quelli di tre santi francesi, sant'Eligio appunto, san Dionigi e San
Martino.
Tutto
il complesso ebbe notevole rilevanza sia nel periodo angioino che in
quello durazzesco, ma anche nei successivi periodi aragonese e
vicereale. Nel 1546 il vicerè Pedro de Toledo vi aggiunse un
conservatorio di giovinette, che prima era a Santa Caterina
Spinacorona. Nel 1592 vi fu aperto un Banco, attivo fino al 1806,
quando confluì con altri nel Banco dei Privati e poi in quello
delle due Sicilie.
Prima
nel corso dell'Ottocento, poi nel Novecento l'edificio attiguo alla
Chiesa è stato invece via via utilizzato per funzioni diverse che
hanno alterato e deteriorato le strutture: caserma, istituto
scolastico, ufficio comunale o del Commissario di Governo. Restano
due bei chiostri della fine del XIV secolo, con pilastri di piperno;
in uno di essi si può ammirare una grande fontana seicentesca. Ai
piani superiori resta un ampio salone affrescato da Angelo Mozzillo
(1787) con scene dalla Gerusalemme Liberata.
La
chiesa, grazie a recenti complessi restauri, ha riconquistato forme
quasi originali. In realtà specie alla fine del cinquecento
l'edificio aveva subito profonde modifiche anche esterne. Già agli
inizi del XVI secolo infatti la facciata principale era sparita
all'interno di un modesto fabbricato di uso civile. Fra il 1835 e il
1845 l'interno fu rifatto e ricoperto di stucchi. Nel 1872, Gennaro
Aspreno Galante esprimeva così tutto il suo disappunto: "La
chiesa, che fino al 1836 mostrava tutte le tracce dell'epoca
angioina, ridotta quasi a ruina fu in quell'anno restaurata
dall'architetto Orazio Angelini e se ne smarrì non pure la primiera
forma, ma gran parte di preziose memorie, solito discapito dei
nostri monumenti, sì che è più desiderabile un vecchiume antico
che un restauro moderno". Il 4 marzo 1943 un bombardamento
alleato tolse ogni problema distruggendo quasi tutta la chiesa.
Da
circa vent'anni la chiesa è stata però restaurata e resa
visitabile. All'esterno si possono ammirare le forme gotiche
ripristinate nuovamente, con la bellissima abside che volge verso
Piazza Mercato. Restano poi dell'originaria struttura l'interessante
torre campanaria e il vicino fascinoso arco dell'orologio del
periodo angioino-durazzesco (rifatto però in parte nell'ottocento).
L'unico ingresso della chiesa è quello laterale destro, subito dopo
l'arco, con lo splendido portale strombato del Duecento, unico a
Napoli. L'interno a tre navate, cui è stata aggiunta una quarta
alla fine del Cinquecento si completa con il transetto e l'abside
poligonale. Lungo i lati della navata centrale corrono tre archi
grandi con pilastri, sui quali emerge una nuova fila di archi più
stretti a sesto acuto. La copertura della navata centrale è a
capriate lignee, quella delle navate laterali e dell'abside è
invece a volte costolonate.
Tutti
muri sono in tufo giallo, mentre le membrature sono in piperno
grigio, secondo uno schema tipico delle chiese napoletane tra il
"200 e il "400. La quarta navata conserva, rovinatissimi,
frammenti di affreschi del "300 di differenti mani. In generale
nella chiesa, in origine completamente affrescata, restano solo
pochi e danneggiatissimi frammenti pittorici del XIV e XV secolo,
tutti rovinati dai bombardamenti del 1943. Sulla parete all'inizio
della navata centrale troviamo la monumentale incorniciatura
marmorea del 1509, attribuibile all'officina del Malvito, dove un
tempo vi era una grande rappresentazione in terracotta dipinta di
Domenico Napoletano. Questa importante opera, citata in una famosa
lettera del Summonte del 1524 era già andata perduta nel 1700, però
alcune teste e ornati furono trovati a seguito degli ultimi lavori
di restauro e ora sono conservati nel Museo Civico di Castelnuovo.
Del
corredo della chiesa ricordiamo poi una bella Madonna lignea di
scuola francese, custodita ora presso il Museo di Capodimonte ed una
tavola del fiammingo Cornelis Smet, del 1578, anch'essa custodita a
Capodimonte. Perduta invece una tela di Massimo Stanzione che
erappresentava i tre Santi francesi Eligio, Martino e Dionigi, che
si erano, in origine, contesi il nome della chiesa.
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