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"Fuoco
ai Quartieri Spagnoli"
di
Attilio Belli
Colpisce, di quest'opera di esordio di Attilio Belli nella
narrativa, non soltanto la scelta del genere letterario, il romanzo,
di per se il più complesso strutturalmente, ma che si tratti di un
romanzo dalla trama narrativa labirintica e tale, per singolarità
dei personaggi, da rendere difficile a qualunque autore, muoversi
nell'intrigo espositivo e farlo senza precipitare nell'artificio e
nella vacuità dell'épater
les bourgeois che leggono. Ma Belli riesce a dominare la trama
magmatica col primo dei mezzi necessari, una scrittura sapiente ed
insieme esperta, complessa ma chiara; il secondo dei mezzi è il
conferimento di una profonda umanità al protagonista principale del
racconto (che chiama, troncando il francesismo Giacomò, Comò),
protagonista non solo per essere il principale attore nella
intricata ed intrigante scena del romanzo, ma perchè possiede
un'anima vera, composta da un superío politico ancora acceso e
difficile a condividersi però credibile, ed un più intimo ego che
vive nelle dimensioni dei sentimenti comuni: l'amore per la propria
terra come per la giovane donna incontrata e la pietas che di fatto
lo emargina nella genia terroristica da cui proviene
Un personaggio, dicevo, credibile nella sua psicologia di
antico ribelle, anzi di terrorista "ossessionato dal mito del
fuoco "come forza purificatrice, fors'anche
rigeneratrice"; di quelli che sembrano muoversi, non solo nella
letteratura e nel cinema ma anche nelle cronache del mondo
contemporaneo, come personaggi al confine dell'irreale, eroi
inflessibili, ideologi, primule rosse, e invece sono o sono stati,
nella storia contemporanea, persone vere con la loro fede politica e
il loro credo religioso per noi, comuni mortali, inconcepibili;
come, per intenderci, parve inconcepibile, a chi tra noi fece in
tempo a vederla rappresentata, la mistica della bella morte che
coinvolse tanti protagonisti dall'agonia di Salò, e sembrò
trasfigurare personaggi creduti i più duri in persone pietose di se
stessi e degli altri. Una coincidenza marginale concerne la
circostanza che la scena del libro sia Napoli, la città presentata
come "un crocevia molto credibile del terrorismo
internazionale" in un bel libro di Attilio Veraldi, Il
Vomerese (Rizzoli, 1980), che fu il primo romanzo italiano sul
terrorismo nostrano e non.
Gli altri personaggi, dalla ragazza, la più complessa e
introversa, all'iraniano Abbas, al costruttore Gildo, che coltiva un
fantasioso programma di rigenerazione urbanistica di questa città
fantastica nel male e nel bene, al ragazzo Gennaro dagli stereotipi
lessicali da centro sociale, all'apparentemente innocuo marchese che
poi rivela insospettate contiguità a servizi speciali italici e
israeliani, sono tutti, rispetto al protagonista, personaggi
secondari non per il rango che loro conferisce l'Autore, quale che
sia la loro apparenza mite o trucida, ma per la loro evidente,
minore umanità. E tutti, compreso il protagonista, l'Autore ed il
lettore si muovono sulla scena di una città insondabile, che sembra
predestinata ad una fatale rovina e restia ad ogni mutazione: un
giudizio condiviso dai più quand'anche innamorati della città che
"ti ferisce a morte o ti addormenta", che implica,
beninteso, una questione storica e non certamente una questione
antropologica come anche si sente dire.
La questione é quella della diversa concezione della
violenza secondo i personaggi del libro, a partire dal protagonista:
il problema, voglio dire,
risiede nella diversa utilità della violenza ricondotta,
come va fatto, alla giusta causa in nome della quale viene
esercitata. In questa questione la pietas del protagonista, qual'è
oggi non qual'era venticinque anni or sono, mi sembra che stemperi
il senso etico di una violenza incendiaria utile ed esemplare,
finendo col relegarla nell'utopia, come pratica politica. Difatti,
il "teorico delle tempeste di fuoco" si riduce a pensare
che il progetto di fuoco potrebbe limitarsi ad un antico monumento
di Napoli o ad un grande complesso architettonico del Centro
Direzionale, il Palazzo di Giustizia che già vide l'incendio del
'90 o il grattacielo dell'Enel. In tutti questi casi il progetto
incendiario forse senza
vittime umane conserverebbe il carattere simbolico come
irrinunciabile connotato della violenza, dacchè persino le
pubbliche esecuzioni, per non dire le grandi manifestazioni
rivoluzionarie, dovrebbero tradurre in chiave contemporanea il
carattere esemplare della violenza, lo "splendore dei
supplizi" di cui parlava Foucault: l'eccesso stesso della
violenza esercitata è uno degli elementi della sua gloria (Surveiller
et punir).
Ma è, poi, certo che il nostro protagonista nutra l'estrema
traccia di saggezza, nella sua ipotesi di incendiare solo qualche
presepe salvando i pastori, come dice Sara?
Sta di fatto che sentito il delirante disegno del costruttore
Gildo che gli chiede "un piano di dieci, cinquanta, cento
incendi nei luoghi delicati della città" accompagnato dalla
scrittura di un libro "che racconti il risorgere di molte città
dopo i grandi incendi, dopo le catastrofi" e sollecitato dalla
pur essa delirante proposta di Sara che lo sollecita a
"scegliere cinquanta punti strategici da incendiare"
Giacomo comincia a lavorare al piano del fuoco
cercando una logica per distribuire i fuochi sulla mappa
della città, componendo "il tutto in uno schema unitario,
cercando di prevederne gli esiti e organizzarne la fattibilità",
lavorando sulle carte di Napoli, la veduta di Stopendaal, la mappa
del Duca di Noia e una recente carta tecnica, ipotizzando gli
alloggiamenti degli ordigni incendiari e considerando la densità
come "criterio di efficacia e diffusione della
distruzione". Compie di tal modo, speriamo per lui, un gioco
consono col delirio degli altri, certamente difforme dal disegno
minimalista, ancorchè sicuramente terroristico, che la pietas, ho
scritto poc'anzi, sembrava suggerirgli.
Poi il 27 ottobre gli improvvisi incendi ai Quartieri
Spagnoli con le vittime passate dal sonno alla morte, Giacomo che
giudica la strage "un fatto orrendo e insensato", non sa
chi ne sia sia responsabile, sospetta Abbas, Gildo, la Camorra e la
stessa Sara e, però, ancora pensa a qualche azione altamente
simbolica per Napoli, un piano incendiario interessante, se ben
capisco, uno, credo, o entrambi i due "grandi luoghi
simbolici" della storia di Napoli, Castel S.Elmo e Castel
dell'Ovo.
Il resto della narrazione che conduce l'inquietante libro
alla sua drammatica conclusione, l'ho già sostanzialmente
accennato, lasciando ai molti lettori che sicuramente saranno
attratti da questa singolare opera (e dal suo sembiante filmico) il
gusto, il senso salvifico e i misteri di ogni altra possibile
lettura del libro.
Almerico
Realfonzo
Attilio
Belli,
Fuoco ai Quartieri Spagnoli
Tullio
Pironti editore, Napoli, 2010; pp.172, € 12
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