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"Breve storia di una tradizione: il presepe a Napoli"

di Irene Quaresima
Costruito
per primo da San Francesco nella grotta di Greccio (Rieti) nel 1223,
il presepe è entrato da allora a far parte della nostra tradizione,
sebbene esistano diversi modi di rappresentare l’immagine della
natività, ognuna con tratti peculiari della cultura cui appartiene.
Presepe,
come la gran parte delle parole in uso nella lingua italiana, deriva
dal latino praesepe, is, che significa, appunto mangiatoia, greppia
e benché in Italia sia ormai diffusa l’abitudine di averne uno in
ogni casa, vi sono delle città in cui la sua creazione, la
disposizione dei personaggi e la loro stessa scelta rappresenta
qualcosa di fortemente radicato nella cultura popolare.
A
Napoli il presepe ha una sua storia e, insieme a lui il canto
natalizio più diffuso. Al Settecento napoletano risale, infatti, Tu
scendi dalle stelle scritto da Sant’Alfonso Maria de’ Liquori,
nato a Marianella di Napoli, nel 1696 e morto nel 1787 a Pagani, nel
Salernitano.
Egli
stesso, per sottolineare l’entusiasmo che animava i napoletani,
comuni cittadini come anche Carlo III di Borbone, che si narra
amasse molto costruire presepi, scriveva in alcune delle sue liriche
in vernacolo "Co tutto ch’era vierno…nascetteno a migliara
rose e sciure…"…"No ‘nc’erano nnemmice pe la
terra, la pecora pasceva co lione; co o carpette se vedette o
liupardo pazzeà; l’urso co vitello e co lo lupo ‘npace o
pecoriello".
L’apostolo
per eccellenza del presepe fu, a Napoli, il frate domenicano padre
Gregorio Maria Rocco, che dal 1734, fino alla sua morte, nel 1782,
percorse le strade della città per diffondere l’uso del presepio
e la voglia di ricostruire l’immagine della natività, non
inserita in un luogo lontano, quale poteva essere Betlemme, ma nella
stessa città partenopea.
Se
nei presepi tradizionali, infatti, la grotta è protagonista
assoluta della scena, nel presepe napoletano questa occupa un
piccolo spazio e intorno risaltano, invece, momenti di vita
quotidiana: le osterie, i mercanti, per non parlare di quegli
artigiani o di quei mestieri che hanno caratterizzato la vita
cittadina, come l’acquaiolo, l’arrotino, il ciabattino, la
ballerina di tarantella…
Non
mancano il venditore e il mangiatore di maccheroni e questo perché
secondo una tradizione partenopea il termine maccherone deriva da un
verbo greco macarizzo, che significa rendere felice e, poiché da
secoli i maccheroni sono il cibo più amato dai napoletani era ovvio
che trovassero un posto in quella rappresentazione di gioia che è
la natività.
Gli
artigiani napoletani, tuttavia, creano oggi anche personaggi del
tutto particolari da inserire nelle scenografia natalizia, troviamo
così Totò, Eduardo De Filippo e talvolta perfino coloro che hanno
avuto un ruolo nella gestione della vita politica o giuridica del
nostro paese.
Alla
fine del Settecento, però, il presepe era qualcosa che apparteneva
anche ai vicoli, alle piazze e alle strade attraverso un teatrino in
movimento che portava ovunque la rappresentazione della natività:
questo era il presepe "ca se frecceca", cioè che si
muoveva da un posto all’altro e raccontava l’evento attraverso
le marionette.
La
tradizione napoletana, la fantasia degli artigiani e le loro
botteghe non sono, tuttavia, aperte e pronte a meravigliare turisti
e cittadini nel solo periodo natalizio: nei vicoletti di
Spaccanapoli è possibile, infatti, ammirare la pazienza e la
minuzia con cui vengono costruite statuine dei personaggi più
diversi e presso il Museo di San Martino, sulla collina del Vomero,
si può vedere uno dei presepi più antichi tra quelli che si
trovano a Napoli, costruito nel 1478, dai fratelli Alemanni, per la
chiesa di San Giovanni a Carbonara.
Irene Quaresima - gennaio 2003
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