"La macerazione del lino e della canapa nel Regno di Napoli".

                                                                  di Irene Quaresima

     

Già intorno al 1231 Federico II di Svevia (1220- 1250), attraverso le Contitutiones augustales, note anche come melfitanae, intendeva proteggere i centri abitati dalle esalazioni prodotte dalla macerazione del lino e della canapa, una pratica che verso la metà del Settecento inizierà a rappresentare per il Regno di Napoli un problema economico e sanitario, soprattutto alla luce delle nuove teorie igieniste elaborate e diffuse nel corso dell’Ottocento.

Al di là della collina di Posillipo esisteva nel Settecento, come ci mostra la mappa del Duca di Noja, una pianura coperta da pioppi, noci, viti, cereali, ciliegi; le terre erano, allora, controllate da alcuni ordini religiosi, tra cui i Gesuiti, interessati alla macerazione del lino e della canapa, che era praticata nel lago di Agnano, un cratere vulcanico dei Campi Flegrei, tuttavia prosciugato nel 1870, attraverso un condotto sotterraneo collegato al mare.

Secondo la Statistica murattiana, voluta dai francesi negli anni della loro dominazione (1806-1815) come censimento delle condizioni economiche, risulta che la canapa e il lino erano coltivati in varie zone del Regno, con una maggiore diffusione, tuttavia, nella vasta pianura che confina con la provincia di Napoli, oggi conosciuta come Terra di Lavoro. L’antica Campania felix, attraversata dal Volturno, che si colloca tra Capua, Caserta, Maddaloni ed Aversa, era, dunque, per la vicinanza alla capitale e per le potenzialità agrarie, quella parte del Regno dove maggiormente si concentravano le colture di lino e canapa.

La raccolta avveniva tra la fine di giugno e la fine di luglio, tuttavia il lavoro dei coltivatori non si esauriva in quest’unica fase, la canapa, infatti, doveva raggiungere lo stato di fibra grezza per poter essere immessa sul mercato e venduta, in parte all’interno del Regno, per un consumo esclusivamente familiare, e in parte esportata. Il processo attraverso il quale la pianta veniva trasformata in fibra si componeva di due fasi: la macerazione, che serve per separare la fibra dal resto, e i vari raffinamenti, che servono, una volta asciutti, a togliere eventuali residui. La macerazione si compiva, dunque, subito dopo il raccolto in fosse d’acqua ristagnante, riscaldata dal calore estivo, i cosiddetti "fusari" : la canapa veniva stesa orizzontalmente nel fondo dell’acqua e coperta col fango o con le pietre, affinché rimanesse integralmente sommersa. Il tempo della macerazione era diverso a seconda della temperatura e della putrefazione delle acque, ordinariamente essa andava dai due ai cinque giorni. La macerazione, per le modalità con cui veniva effettuata, era, dunque, l’oggetto del lungo dibattito circa l’insalubrità dell’aria che da essa derivava, come documenta la stessa statistica, dove si trova un chiaro riferimento alla nocività dei fusari, che nuocciono alla salute, infettando l’aria provocando, quindi, epidemie di febbri stagionali, di febbri malariche,l’oftalmia, piaghe agli arti inferiori…

La malaria, detta anche febbre palustre, perché causata dalle condizioni climatiche, dalle paludi, dalle risaie, aveva costituito da sempre una delle maggiori difficoltà dell’Italia Meridionale, dove era diffusa nelle pianure litoranee, che presentavano grandi superfici coperte di acquitrini per gran parte dell’anno e nelle zone interne densamente popolate, dove il contagio era aggravato dal cattivo regime idraulico dei fiumi e dei torrenti. La storiografia più recente considera il dissesto idrogeologico uno dei fattori determinanti dell’arretratezza economica del Meridione le caratteristiche del territorio, il disordine idraulico, la diffusa presenza della malaria…rendevano difficili le comunicazioni e gli scambi.

Durante l’indagine parlamentare sulla gestione delle ferrovie, effettuata nel 1878 e istituita per iniziativa del Ministro dei lavori pubblici Baccarini, con legge 8 luglio 1878, il Senatore Luigi Torelli, rimase colpito dai costi sostenuti dalle compagnie ferroviarie, a causa della diffusione della malaria lungo le strade ferrate, tuttavia a ritenere necessaria la sospensione della pratica della macerazione nella Terra di Lavoro furono per primi i francesi, durante il breve periodo del loro regno nelle città di Napoli.

L’occasione per l’esame del problema dei fusari da parte dei più alti organi dello Stato risale al 1809, quando le truppe francesi stazionarono lungo la foce del Volturno: in quella occasione al fine di non ledere gli interessi della Corona, della Capitale, ma soprattutto per non esporre alla minaccia dell’aria insalubre le truppe francesi, venne proibita la macerazione in tutta la zona. Nel 1822 venne, inoltre, emanato un decreto che proibiva la macerazione in un tratto del canale di Carmigliano, che faceva parte dei Regi Lagni e che riforniva di acqua potabile la capitale e la stessa Reggia. A tale decreto seguirono, tuttavia, la proteste dei comuni di Aiola, Cervinara (tra Caserta e Avellino) e Parolise; tre anni più tardi un nuovo reclamo di Cervinara ipotizzava che il divieto fosse stato sollecitato dagli appaltatori dei mulini della Corona, che nei mesi estivi avevano, a causa dei fusari, una minore disponibilità di acqua. La questione dei fusari divenne, in sostanza, un episodio che vide schierati da una parte medici e ingegneri, contrari alla macerazione, dall’altra i coltivatori stessi i quali ritenevano che tale pratica non avrebbe recato alcun danno alle popolazioni limitrofe. Un nuovo attacco contro i fusari venne sferrato da Carlo Afan de Rivera, direttore del Corpo degli ingegneri di Ponti e Strade, che si occupava nella fattispecie dell’assetto idrogeologico e delle opere di bonifica: egli proponeva, dunque, l’abolizione dei fusari e la sostituzione della macerazione ad acqua stagnante con una macerazione ad acqua corrente. Trent’anni più tardi venne proposta una nuova soluzione, ovvero l’abolizione dei fusari e la concentrazione della macerazione in un solo luogo, tuttavia il Supremo Magistrato di Salute sostenne in proposito che sarebbe stato più dannoso concentrare la macerazione in una sola fossa di grandi dimensioni. Di fronte alle numerose richieste di aprire nuovi fusari, che rappresentavano un’ottima occasione di rendita, lo Stato non riuscì, tuttavia, ad attuare una politica di mediazione anzi rafforzò i conflitti quando, nel decennio francese, introdusse delle riforme attraverso le quali veniva dichiarato il libero uso delle acque. Tra il benessere economico immediato e il benessere di intere comunità fu ovviamente il profitto a breve termine ad avere la meglio.

Quaresima Irene, San Vito Romano. 

(Napoliontheroad,Agorà 14, Marzo 2003)

 

Bibliografia:

 

P. Bevilacqua, G. Corona (a cura di) Ambiente e risorse nel Mezzogiorno contemporaneo, Meridiana Libri, Donzelli, 2000.

Rosa Vaccaro, Unità politica e dualismo economico in Italia (1861-1993), CEDAM, 1999.

Vezio De Lucia, Napoli, cronache urbanistiche, 1994-1997, a cura di Antonio Pastore, Baldini & Castoldi,1998.

Enciclopedia GE 20, De Agostini, Novara, alle voci Agnano, Campania e malaria.

(nell'immagine: raccolta della canapa nella Piana del Volturno).