Presentazione on line della commedia:

‘A terza guerra mondiale

Gli uomini contro le loro metà sbagliate!

di Gianni Puca  

 

Sta per scoppiare in tutte le librerie e in tutte le edicole una guerra che metterà a dura prova le vostre mandibole… Il sorriso resterà scolpito sul volto del lettore dalla prima alla penultima pagina del libro (quella dei ringraziamenti), con seri rischi di paresi facciale. Ma il sorriso è solo il mezzo attraverso il quale, l’autore (che sarei io) cerca di suscitare nel lettore delle riflessioni su questa guerra che pare essere scoppiata in quasi tutte le famiglie del mondo. Il devastante conflitto mondiale di cui si narra, infatti, non è quello tra Watussi e americani o tra occidentali e mezz’orientali, che uno dei personaggi della commedia teme possa scoppiare da un momento all’altro… ma ha invece come protagonisti gli uomini e le donne… Proprio tra questi ultimi, infatti, è scoppiata da tempo… ‘a terza guerra mondiale, che miete quotidianamente, in ogni angolo del mondo, più vittime di quelle che producono le convenzionali bombe di vario genere che ogni tanto colorano i cieli del nostro turbolento pianeta...

Trattandosi -nella fattispecie- di un libro scritto da un autore sconosciuto, edito da una giovane casa editrice, la Kairos, occorre inventarsi dei modi originali per diffonderlo e così lo stesso autore (che sarei sempre io…) ha inventato questa sorta di presentazione on–line del proprio libro, conscio che le presentazioni tradizionali sono solitamente tra gli avvenimenti più noiosi ai quali si può essere invitati e solitamente si inventano le scuse più assurde per non parteciparvi. Alla presentazione del mio libro, invece, potrete assistere comodamente da casa vostra, quando vi pare…

Tra l’altro, non è neppure facile organizzare la presentazione di un libro, trovare qualcuno (magari qualche personaggio importante) che se ne legga un paio di pagine riuscendo poi a far credere al pubblico di averlo letto tutto… Con la mia presentazione on line, invece, ho risolto anche quest’altro problema... Fingerò di far leggere alcuni passi della mia commedia da alcuni tra gli attori di teatro più famosi e da qualche personaggio importante e voi, con un po’ di fantasia, potrete immaginare che i vari Croccolo, Buccirosso, Salemme, Bush, Blair, Giulietta e Romeo e gli altri stiano effettivamente lì di fronte a voi…

Con un po’ di fantasia si può fare qualsiasi cosa…

Buon divertimento.

 

Personaggi in questa scena: Don Giovanni: Carlo Croccolo. Peppeniello: il bambino biondo di “mamma ho perso l’aereo”

Don Giovanni: Eh, purtroppo è il destino di quasi tutti i poeti quello di non essere amati (accende la stufa e vi si posiziona accanto). Prendi Leopardi, per esempio, quello diventò poeta proprio per colpa di Silvia, che non è mai voluta uscire con lui. Leopardi, il sabato, mentre gli altri giovani andavano in discoteca, se ne restava da solo nel villaggio a guardare i passeri solitari e si metteva a scrivere poesie.  Ma, secondo me, è stato meglio accussì, perché se Leopardi si sposava a Silvia non sarebbe mai diventato il grande poeta che è stato. Avrebbe potuto diventare un tabaccaio, un barbiere, ’nu carabbiniere, ’nu benzinaio, ma sicuramente non un poeta.

Peppeniello: …e perché?!

Don Giovanni: …e perché con una donna in casa è impossibile scrivere poesie. Le donne sono troppo rumorose. Te fanno passà l’ispirazione! Accuminciano ’a fa’ ammuina ’a primma matina: l’aspirapolvere, l’asciugacapelli e po’ ’a lavatrice, ’o frullatore. Mamma d’ ’o Carmene! E poi le donne stanno sempe ’nquartate. Nun sia maje Leopardi se fosse scurdato quacche poesia ’ncoppo ’a scrivania. Aeeh! A Silvia ci sarebbe venuto lo sturzillo e avrebbe preso la quicquera. “Uè Giacumì”, avrebbe alluccatto, “leva ’sti cartuscelle inutili ’a miezzo, ’o se no me vene ’a pazzaria”. Leopardi, rammaricato, le avrebbe detto “Amo’, scusa ma queste sono poesie che ho scritto per te. Guarda questa si intitola proprio A Silvia”. Al che lei avrebba risposta tutta spruceta: “Ma quali poesie?! Tu rimembri ancora ch’avimma pavà ’o pesone ’e casa? Perciò, vide ’e te truvà ’a fatica che mò arrivano pure ’e bullette d’ ’a luce e d’ ’o telefono”.

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Personaggi: Don Rafele Pernacchio: Giacomo Rizzo. Don Giovanni: Luca De Filippo. Donna Speranza Schiattarella: Marina Confalone

Don Rafele: A pvoposito di guevve, io tengo ’nu poco pauva. In givo ce ne stanno tvoppe. Io ho pauva che pvima o poi s’appiccicano puve vussi e amevicani e scoppia ’a tevza guevva mondiale!

Don Giovanni: Eh, ’e vatussi se mettono a fa’ ’a guerra cu gli americani…

Don Rafele: No, non i watussi. I vussi, quelli dell’ex U.V.V.S.

(Interviene Donna Speranza per… chiarire lequivoco.)

Donna Speranza: Ha detto quelli dell’ex U.S.L.? Quelle che mò si chiamano A.S.L. Ma che sì surdo?

Don Rafele: Ma nossignove, i vussi, quelli della Vussia.

 Don Giovanni: Aaaah, chilli ca se bevono a Perestrojka?  Mò aggio capito. Questa va trovando l’U.S.L...

Don Rafele: E poi, puve tutti questi attentati di questi Kamikaze a me mi spaventano. Secondo me manco a Napoli stiamo tvanquilli.

Don Giovanni: Noo, nun ve preoccupate. Per quanto riguarda gli attentati di questi kapidikaze, secondo me, a Napoli putimmo sta’ tranquilli. Io proprio l’altro giorno ho parlato con Mustafà, un marocchino che vende i fazzolettini al semaforo qui all’angolo. Mustafà prima faceva il kapidikaze, doveva fare un attentato a Napoli, ma nun è stato proprio possibile.

Don Rafele: La polizia l’ha scopevto?

Don Giovanni: Nooo. Quello un giorno aveva organizzato un attentato. Doveva far scoppiare una bomba sul tram di mezzogiorno che da Piazza Garibaldi porta a Piazza Plebiscito. Ha aspettato ’n’ora e ’nu quarto alla fermata, ma niente, non ne è passato neppure uno! Il giorno dopo mi ha detto che doveva far scoppiare il treno locale per Caserta delle otto e mezzo. Ma, dopo un’ora di ritardo, è stato soppresso. Poi, all’aereoporto di Capodichino, aveva messo una bomba in una valigia e l’aveva lasciata a terra, vicino alla biglietteria. Doppo tre secondi se songo arrubbata ’a valiggia! Alla fine è stato costretto a dare le dimissioni pe’ disperazione. E, come se non bastasse, ha perso tutta la liquidazione giocando ’a carta vince ’a carta perde a Piazza Garibaldi.

Don Rafele: E che kapidikaze era questo? Questo era proprio la schifezza dei kapidikaze… (si corregge) dei kamikaze!

Don Giovanni: No, ma non era colpa sua. Per programmare questi attentati, c’è bisogno di una precisione assoluta, che è assolutamente incompatibile con la nostra città. Mò dice che Bin Ladèn (con laccento napoletano che -come in tutti gli altri nomi e parole straniere- cade sempre sulla vocale sbagliata) ha messo in cassa integrazione tutti i kapidikaze che stavano in servizio a Napoli, perché portano spese e nun riescene ad accocchiare niente (breve pausa). Per quanto riguarda la guerra, nun ve preoccupate.

 (Donna Speranza lascia cadere una pentola. Don Rafele si spaventa.)

Don Rafele: Uè… uè.

Don Giovanni: E meno male che vi ho detto che nun v’avita preoccupà. Era una caccavella (riprende il discorso). Se voi ci riflettete, le guerre in questi ultimi anni sono scoppiate nei paesi dell’Europa dell’est, nei paesi africani e in altri paesi poveri. E le grandi potenze mondiali se ne sono quasi sempre fregate. La guerra è uno sport per poveri. I potenti preferiscono vendergli le armi. Le grandi potenze intervengono ogni tanto solo nelle nazioni del Mezzo Oriente che tengono il petrolio, ma comunque si guardano sempre bene dal mettersi l’una contro l’altra. Io penso che se ci sarà la terza guerra mondiale non sarà, come pensate voi, tra Vatussi e Americani o tra occidentali e mezz’orientali. ’A terza guerra mondiale, secondo me, scoppierà tra gli uomini e le donne!!!

Don Rafele: Tva gli uomini e le donne?!?!

(Donna Speranza fa cadere un coperchio.)

Don Rafele: Azz… già è cuminciata?!

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Personaggi: Don Rafele: Lello Arena. Don Giovanni: Vincenzo Salemme

Don Rafele: Ma allova… puve a casa mia comanda mia moglie?!

Don Giovanni: È certo! Ma nun ve rammaricate, è sempre stato così. È la storia che ce lo insegna. Ma, secondo voi, Giulio Cesare, per esempio, perché se ne andava sempre in giro per il mondo a fare guerre a destra e a sinistra, a Oriente e a Occidente? Lui, a un certo punto, s’era fatto ’na posizione, teneva soldi, ville, schiavi (con maggiore enfasi) schiave. Era Presidente d’’a Roma che all’epoca vinceva tutti i derbi e vinceva pure contro ’e Longobardi in trasferta. Ma che gli mancava? Eppure continuava ad andare in giro per il mondo a combattere a Oriente e a Occidente. Perché secondo voi?

Don Rafele: Non lo so, io non ho studiato la stovia.

Don Giovanni: Perché Giulio Cesare, nonostante fosse il Sindaco dell’Impero Romano e comandasse mezzo mondo, a casa sua, invece, nun cumannava proprio niente. Le donne di casa sua nun ’o facevano sta quieto. Da quando era andato in pensione, sua moglie Catarina ’o metteva ’ncroce. Se metteva dint’ ’e recchie e lo comandava a bacchetta “A Cesaree prendi ’a bigas e accompagname al supermercatus. A Cesaree va a prende Bruto a scolas. A Cesaree vamme a prende du’ abbacchietti dar macellaio”. A Cesaree de qua, a Cesaree de llà… una continuaziones! Aah, e poi ci stava ’a suocera, che viveva con loro. Si chiamava Sabbina, la leggenda dice che sia stata la donna più racchia di tutti i tempi! Si dice che era più brutta della fame. Figuratevi che fu l’unica sabbina che non venne rapita dai romani! E poi Cesare litigava continuamente con la figlia, perchè era fidanzata con un calciatore della Lazio, un certo Nestas, ed era appoggiata sia dalla mamma che dalla nonna. E Cesare tutto poteva sopportare tranne un genero laziale. E allora se ne andava di casa dicendo: “È meglio combattere coi Galli che con queste Galline”. In realtà, il Sindaco dell’Impero Romano non era Giulio Cesare, ma sua moglie Catarina.

Don Rafele: Ma Cesave non eva sposato con Cleopatva?

Don Giovanni: Nooo, Cleopatra era ’a mantenuta. Veramente Cleopatra era una regina mooolto democratica. Nun faceva piglià collera a nisciuno. Stava ’nu poco con Marco, ’nu poco con Antonio e ’nu poco con Cesare. Si campava n’atu poco se metteva pure cu Totti! Poi Catarina, leggendo novella 2000 avanti Cristo, lo venne a sapere e organizzò una congiura contro di lui e lo fece uccidere. La famosa congiura di Catarina. Lo fece pugnalare proprio dal figlio Bruto a cui Cesare era molto legato. Cesare, infatti, il giorno in cui fu ucciso, riconobbe il figlio e gli disse: “Quequero tu, Brutus… figliu mi”! Questa frase mi è rimasta impressa.

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Personaggi : Prof. Chiummo: Giobbe Covatta - Avvocato Oscar Rafone: Benedetto Casillo- Dott. Buattella: Luciano De Crescenzo- Don Giovanni: Enzo Cannavale

Professore: Comunque, secondo me, in quasi tutte le coppie, dopo tanti anni di matrimonio, i sentimenti svaniscono e prima ancora svanisce la passione. Se si resta insieme è solo per comodità, per paura di restare soli o peggio ancora per abitudine. Secondo me, l’amore tiene la scadenza!

Avvocato: Come lo yogurt?

Professore: ’Na specie! Ma quando scade l’amore è pure peggio ’e ’nu yogurt scaduto!

Don Giovanni: Secondo me, dovrebbero fare una legge che stabilisce che i genitori delle donne che si sposano debbono dare ai mariti una specie di garanzia per almeno una decina d’anni. Perché ci stanno delle donne che, poco dopo il matrimonio, si cominciano ad allargare, altre invece si arrognano, si arrepecchiano. Mia moglie, quando l’ho sposata, era quasi un metro e settanta lineari, mò invece sarrà diventata ’nu metro quadrato. La maggior parte, poi, diventano sprucete, peggio d’ ’e zetelle e poi, appena tornano dal viaggio di nozze, se trasformano! Le vedete girare per casa cu’ e bigodini ’ncapa, vestite come delle befane in pensione. Ve fanno passà proprio l’ ispirazione!

Professore: È vero, molte donne, appena trovano il ferlocco che se le sposa smettono di curarsi. Però debbo essere onesto, mia moglie da questo punto di vista è stata coerente, cuoppo era e cuoppo è rimasta! La portai in viaggio di nozze in Arabia perché mi avevano detto che lì c’era un’usanza che a me piaceva molto. Me l’aveva consigliato un mio amico che era riuscito a risolvere il suo problema. Infatti, conoscemmo uno sceicco che teneva i pozzi di petrolio che si comprava tutte le donne che gli piacevano. Al marito di una gli diede venti cammelli, al padre di un’altra gliene diede trenta. Poi si avvicinò a me e a Carmela; tra me e me pensai “Si se piglia ’a Carmela ce dongo i’ ’a isso ’na cinquantina ’e cammelli e ce regalo pure ’a Ritmo”! E, invece, quello mi venne vicino e mi disse una cosa che nun aggio maje capito e mi diede ’na latta ’e benzina. Però noi stavamo a piedi non stavo con la Ritmo. Ah, e poi mi diede pure ’nu cerino, ma i’ nun fumo. Chissà c’avrà vuluto dicere con quel gesto?

Tutti: Maaah?!  

Professore: Le avevo fatto mettere pure il burqua, ma ’e baffi se vedevano ’o stesso, era troppo trasparente. Mò, per casa, gliene ho comprato uno più scuro. Si fa presto a criticare i musulmani per questo fatto del burqua. Prima di parlare, secondo me, si dovrebbero conoscere i motivi che hanno spinto questa gente ad adottare certe leggi. Io credo che pure in Italia, per alcune donne, il burqua dovrebbe essere obbligatorio.

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Personaggi: Gioggiolone: Alessandro Siani- Dottore: - Don Giovanni: Carlo Giuffrè- Carmela: Tosca D’Aquino

Gioggiolone: Uè né, ma ch’è stato?!

Don Giovanni: No, niente era morta tua madre. Ma non ti preoccupare, poi dopo morta s’è sentuta ’nu poco meglio.

Gioggiolone : Ma che ha avuto?

Dottore: Ha avuto solo un leggero ictus.

(Donna Speranza, intanto, è di nuovo immobile innanzi al televisore.)

Gioggiolone: Ma mò rimane paralizzata?

Dottore: Non del tutto. Al massimo, solo la bocca.

Don Giovanni: E vabbè, già è ’na cosa...

Gioggiolone: Come?!

Don Giovanni: No, dicevo già è una cosa buona che non corre pericolo di vita. Noi, all’inizio,  pensavamo che schiattav…(si corregge) che Schiattarella mia stava molto male.

(Dalle scale si sentono delle urla.)

Carmela: Ueeeeeeeeeè… mammà mia… ueeeeeeeeeeeeè… ueeeeeeeeeeeeee… mammà.

(Carmela entra in casa.  Don Giovanni le va incontro.)

Carmela: Addò  sta mammà?

Don Giovanni: Uè, nun alluccà. Quella tua madre non è morta più. Si è solo tirata un poco la lingua.

Carmela: Ah, ho capito (calmatasi tutta d’un colpo). Vabbè allora torno tra ’nu quarto d’ora. Ho lassato i fasuli sul fuoco.

Don Giovanni: Eh, brava. Va a controlla ’e fasuli e portamene ’nu piatto pure a mme, che ccà stasera tua madre, con la scusa che stava morendo, mi fa stare digiuno. 

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Personaggi: Tonino ’o filosofo: Nando Paone- Salvatore: Enzo De Caro- Professore: Paolo Caiazzo - Dottore: Francesco Paolantoni - Don Giovanni: Carlo Buccirosso

Tonino: Ma qua tutto sco… tutto scocò… tutto scocorre.

Professore: Che ha detto?

Salvatore: Ha detto “Qua tutto scorre”.

Dottore: È incredibile. Questo è Eraclito che parla attraverso Tonino.

Don Giovanni: E chi è Eraclito?

Dottore: Era un filosofo greco dell’antichità. Eraclito diceva che nella vita nulla si crea e nulla si distrugge, che tutto è un eterno divenire e sintetizzava questa sua teoria proprio con questa frase “panta rei”, che in italiano significa “tutto scorre”. Chissà, forse Tonino sarà la reincarnazione di Eraclito e ha collegato il nostro discorso sulla reincarnazione alla sua teoria del tutto scorre, dell’eterno divenire.

Tonino: No, qua tutto sco… tutto scocò… tutto scocorre (e indica una macchia di umidità sul soffitto.)

Don Giovanni: Ah, ma allora non era Eraclito. È il lavandino di mia figlia Carmela che abita al piano di sopra che perde e scorre giù! Quello Tonino c’è capitato proprio ’a sotto e s’è ’nfuso tutto quanto.

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Personaggi. Donna Speranza: Sofia Loren - Laura: Monica Bellucci

(Rientra donna Speranza, “armata” di scopa, con lo scopo di difendere strenuamente la libertà di suo figlio, che ritiene fortemente in pericolo e, noncurante del fatto che i due giovani stiano discutendo, continua nel suo repertorio di canzoni classiche napoletane, quasi nessuna scelta a caso.)

Donna Speranza: I’ mammeta e tu passiammo pe’ Tuleto, nuje annanze e mammeta arete. I’ mammeta e tu sempe appriesso cos’ ’e pazzi, chesta vene pure a ’o viaggio ’e nozze.

Laura: Forse diamo fastidio qua (cerca con grande fatica di mantenere un certo contegno, ma qualche lapillo fumante schizza dalla sua bocca, come da un cratere colmo di lava incandescente). Tua madre sta facendo le pulizie e pare proprio che l’adda fa’ pe’ fforza mò e sulo dint’ ’a chesta stanza! Potremmo scendere e continuare il discorso altrove ’n grazia ’e Dio.

Donna Speranza: No, non vi preoccupate ho quaso finito (e nel mentre rientra in cucina continua a canticchiare, lasciando leggere il proprio messaggio tra le righe) Jamme ’o cinema, a ballà si cercammo ’e ’nce squaglià, comma a ’nu carabbiniere chella vene ’a ’nce afferrààà

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Personaggi: Laura: Giulietta- Gioggiolone: Romeo

Laura: …Ho deciso di lasciare un’altra volta Nicola. E questa volta definitivamente.

Gioggiolone: Ma che è successo?

Laura: Non lo amo più. Nei giorni scorsi poi ha avuto anche una discussione con mia madre, che gli ha detto che non lo voleva vedere finché non mi sposava. Così, ieri è venuto sotto al balcone di casa mia e mi ha portato un anello e una poesia.

Gioggiolone: Un anello e una poesia?!

(Laura prende un bigliettino dalla borsa. Come il lettore-spettatore avrà modo di constatare, Laura è una donna estremamente fine e perbene, che però -un po’ come accadeva al Dottor Jekill che si trasformava in Mr. Hide- lei improvvisamente si trasforma in scaricatrice di porto! Ciò perché la deliziosa fanciulla, brillante dottoressa in psicologia (ovviamente disoccupata), appartiene a una nobile famiglia napoletana dalla parte del padre, nipote del Duca Chichierchio e della contessa Pistacchi, e dalla parte della madre, invece, a una famiglia di onesti scaricatori di porto, a loro volta figli di scaricatori di porto; mestiere che si tramandavano di padre in figlio dai tempi delle repubbliche marinare.) 

Laura: Ma non l’ho fatto salire. Gli ho fatto mettere l’anello e la poesia dint’ ’o panaro. Sì, ma mò te faccio sentì ’a poesia: “Francesca, Laura e Beatrice insieme nun apparavano la mia musa ispiratrice. Silvia, al tuo cospetto, era ’na ciucciuvettola c’ ’o russetto. Ti amo come Tristano amò Isotta, come Re Artù amava chella che, pe’ sotto pe’ sotto, amava Lancillotto. E so’ ttre juorne ch’aspetto i’ ccà sotto! Ti ho cercata come Ulisse pe’ terra e pe’ mmare, ma Penè… mò vulisse scennere pe’ favore? O Lucia, promessa sposa mia, scinne… so’ Renzo, ti porto via ’e renzo ’e renzo. O adorata mia Giulietta, sì mò s’affaccia mammeta me piglia c’ ’a scuppetta. Or siamo divisi da questo maledetto muro d’ ’o ciardino, ma per te scavalcherei anche il muro di Berlino. Perché  io  e te siamo indivisibili come Totò e Peppino!

Gioggiolone: Ammazza che poeta! E non ti sei sciolta quando hai letto questa poesia?

Laura: No, c’aggio vuttato ’nu sicchio ’e acqua!

Gioggiolone: Ma che per caso ti ha dato fastidio il paragone con Totò e Peppino?

Laura: No, (piange) il fatto di Totò e Peppino mi piaceva pure, era l’aniello che aveva messo int’ ’o panaro che faceva schifo! (continua a piangere).

Gioggiolone: Embè, ma l’hai lasciato senza dirgli nemmeno una parola?

Laura: Veramente, le parole gliele ha dette mia madre da sopra al balcone. Io gli ho detto solo (imposta la voce come se stesse recitando il dramma Shakesperiano) “O Cameo Cameo, perché sei tu Cameo?” (si trasforma) E poi c’aggio chiuso ’a fenesta ’nfaccia, (assume nuovamente il bon tòn da signorina perbene) e sono rientrata nei miei appartamenti…

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Personaggi: Gioggiolone: Bill Clinton- Salvatore: Tony Blair- Donna Speranza: Margaret Tatcher -Laura: Condoleeza Rice -Don Giovanni: George W. Bush- Carmela: Hilary Clinton- Don Alfredo: Antonio Bassolino - Donna Concetta Bellofiore: Rosa Russo  Jervolino

Donna Concetta: Hai visto ’a mammà? Io te lo dicevo che non ci si poteva fidare di uno che si fa chiamare Gioggiolone.

Gioggiolone: Io sono orgoglioso di chiamarmi Gioggiolone.

Salvatore: Chillo sta scrivenno pure ’nu libro che si intitola proprio  “L’importanza di chiamarsi Gioggiolone”.

Donna Concetta: Che bella cosa.

Donna Speranza: Uè né, che tiene ’a dicere Bellufiò? (brevissima pausa). Bello ’e mammà… e che belli fiori che staje purtanno ’int a casa mia

Donna Concetta (urlando): Statte zitta tu, donna Senzasperanza! Tu nun staje proprio all’altezza di sfottermi. Io, alla mia età, sono ancora fresca e tosta come una velina.

Donna Speranza (urlando ancora di più): Uèèè Vallina, donna senza speranza a mme?! I’ ’na speranza ’a tengo sicuro: chella ’e te spennà, Vallina!  

Laura: Uèèèèèèèèèèèèèèè, bastaaaaaaaaaaa!

Donna Speranza: Uh, mamma d’ ’o Carmene. Ma chesta è pazza! Staje ancora ’a tiempo ’a mammà. Chesta è pazza comme ’a mamma.

Don Giovanni: Eh, è figlia d’arte!

Donna Concetta (ululando sempre di più): Ma chiiii è pazza?

Donna Speranza: Tu sì pazza. Tu e chistu bellu sciore ’e figlieta. ’Sti doje carcioffole abbruciate.

Donna Concetta: Astipatello caro caro a chistu puparuolo ’mbuttunato.

(Carmela interviene a difesa del fratello.)

Carmela: Certo che ce lo teniamo. Quello mio fratello non è così cavulisciore da sposarsi questa percoca fraceta.

Don Alfredo: Menu male che se mantenene nell’ambito della frutta e verdura…

 

Beh, non perché sono presente… ma credo che spendere dieci euro per comprare questo libro sia un ottimo investimento. Tra l’altro, a Natale, con questo fatto dei regali è nu problema… Regalando un libro (in particolare il mio…) sparagnate e facite bella figura! Purtroppo, oggi per sorridere un po’ bisogna evadere dalla realtà e rifugiarsi qualche ora in un libro o in un teatro è tra le poche soluzioni che ci rimangono. Buon Natale a tutti voi e tante cose belle a piacere vostro…