| Il “pezzo” napoletano che lo stimato giornalista e scrittore Carmelo Pittari ci ha inviato, ha visto di recente luce sulla rivista “Il cerchio”, anno V n. ro 30/31. Al dott. Pittari vanno i nostri più sentiti ringraziamenti. |
![]() |
Una mostra negli appartamenti del Palazzo Reale di
Caserta, la pubblicazione di un libro del prof. Lucio Fino, stampato da Grimaldi
& C. Editori ed una conferenza del sottoscritto al Circolo della Stampa di
Napoli hanno rinfocolato il già notevole interesse di questi ultimi anni per le
Gouaches napoletane del Settecento e
dell’Ottocento, quei magnifici quadri di paesaggi, piazze, marine e luoghi di
campagna che ebbero la loro migliore stagione al tempo del Gran Tour degli
intellettuali e degli aristocratici europei e che ora rappresentano nei musei
italiani e all’estero e nelle collezioni private, preziosi esempi del glorioso
vedutismo napoletano, “fotografie” di luoghi che non ci sono più. Interesse
di carattere artistico, storico e commerciale e relative perplessità, curiosità
e seri pericoli in un mercato pieno di falsi, meritano la più ampia diffusione
di quelle informazioni che possono orientare chi si avvicina oggi a questa
pregevole espressione artistica. Comprare una gouache è rischioso: un buon
pittore oggi riesce persino a dare al quadro la patina del tempo e solo un vero
intenditore, riesce a capire che quel velo d’antichità non è stato passato
dagli anni ma da una mano disonesta.
Quadro su un foglio di carta, la gouache ha preso il
nome dalla tecnica pittorica, e cioè è un quadro dipinto con la pittura alla
gouache, una parola francese derivata dall’italiano guazzo, un piccolo stagno
d’acqua torbida, addensata con colori stemperati, collanti vegetali, pigmenti;
un intruglio misterioso in un certo senso perché fatto con elementi e
proporzioni diverse da ogni pittore, segreti della sua tavolozza.
Dal piccolo crogiuolo di colori, il guazzo, le gouaches
sono anche chiamate “guazzi” tra gli addetti ai lavori e nelle botteghe
d’arte.
La pittura – à la gouache – è una tecnica del
‘400 ripresa a Napoli, in grande stile, nella seconda metà del Settecento,
dal pittore tedesco Filippo Hackert, per una serie di palazzi e di giardini
reali, commissionata a questo artista di alta scuola europea da Ferdinando e
Carolina di Borbone.
Nel Settecento, facevano ricorso alla tecnica – à
la gouache – altri noti paesaggisti, per una élite di viaggiatori
aristocratici, soprattutto inglesi: a Firenze, a Venezia, a Roma, a Londra. Le gouaches
di Hackert, custodite in gran numero nella Reggia di Caserta, ma anche in
musei inglesi e francesi, sono considerate dai critici le gouaches
di più alto livello artistico. Molte opere di Filippo Hackert sono state incise
e stampate dal fratello Georg, anch’egli un artista valoroso alla corte dei
Borbone.
Filippo Hackert è considerato il padre del “guazzo
napoletano” anche se, prima di lui almeno due noti pittori stranieri,
l’inglese Peter Fabris e il francese Pierre Jaques Volaire, avevano adottato
questa tecnica antica, in ambito napoletano. Ma né il Fabris né il Volaire, né
qualche altro paesaggista – à la gouache – raggiunsero la notorietà e il
prestigio di Filippo Hackert. Il pittore tedesco arrivò a livelli qualitativi
altissimi: i suoi fogli, pur nel rispetto calligrafico dei particolari che ha
fatto paragonare le sue gouaches alle
moderne cartoline illustrate a colori, sono espressioni d’arte di raffinata
sensibilità e poesia, trasfigurazione ispirata di luoghi, paesaggi, personaggi
e stati d’animo, sono insomma opere d’arte e d’ingegno ad un livello al
quale non sono arrivati gli altri pur bravissimi pittori precedenti a quelli del
filone hackertiano e delle altre scuole.
Con Filippo Hackert la tecnica – à la guoache –
si affermò a Napoli su vasta scala e contemporaneamente si diffuse e assunse il
carattere del fenomeno commerciale, anche a Roma e a Venezia, dove si presentò,
come a napoli, una grossa richiesta di quadri-souvenirs, da parte dei sempre più
numerosi turisti.
A Napoli, alla fine del Settecento, tra un numero
crescente di pittori “à la gouache”, si sono distinti Alessandro D’Anna e
Saverio Della Gatta, il primo palermitano, l’altro napoletano, due pittori che
il Soprintendente per i Beni Artistici e Storici di Napoli Nicola Spinosa, nel
catalogo della Mostra dell’85 a Villa Pignatelli, ha definito: “certamente
raffinatissimi e deliziosi esecutori di
alcune tra le più belle gouaches di
fine Settecento e oggi tra i pittori di “genere” più ricercati e valutati
da mercanti e collezionisti”. Anche questi due grandi, comunque, hanno subito
l’influenza dei loro predecessori: il paesaggio di Alessandro D’Anna è
apparso ai critici troppo legato allo stile dell’Hackert e quello di Saverio
Della Gatta realizzato alla maniera del Volaire, dell’Hackert e talvolta anche
del Fabris. E tuttavia, dobbiamo parlare di due artisti di primo piano, due
artisti che si sono distinti particolarmente tra i tanti pittori senza alcun
talento che hanno soltanto imitato o copiato o scopiazzato maldestramente.
Questa precisazione è utile, tra l’altro, quando si vuol parlare
dell’illustrazione di costume napoletano, delle cosiddette “Figurine del
Regno” di cui si sono interessati D’Anna e Della Gatta, anche loro pittori
della real casa. I due artisti, comunque, hanno prodotto opere che sono esposte
e ammirate in tanti musei non solo italiani e in tante prestigiose collezioni,
opere che sono diventate rare, ricercate e valutate anche alcune decine di
milioni.