Il Presidente dell'Umanitaria, Massimo della Campa, tra Franca Magnoni e Galileo Lucchini, rispettivam. Direttore e Vice-Presidente

Il Modello Umanitaria  

di Mario Pagano

 

Per celebrare il 110° anno di vita della  Società Umanitaria, anche a Napoli è stato presentato il volume “Il Modello Umanitaria. Storia Immagini Prospettive”(RaccoltoEdizioni – Umanitaria 2003), con un incontro presieduto dal Presidente Massimo della Campa e tenutosi nella Sala Conferenze dell’Humaniter, cui hanno partecipato Arturo Colombo, Titti Marrone ed Antonio Marselli. Era prevista una relazione di Max Vajro, ma il nostro carissimo amico era già  gravemente ammalato ed è mancato a quest’ultimo appuntamento .

La manifestazione è stata aperta dal Presidente della Campa, che, nel rievocare l’appoggio incondizionato assicuratogli, fin dall’inizio dell’avventura napoletana, da Arturo Colombo, ha  anche ricordato il gelo con il quale, purtroppo, essa fu accolta nella nostra città: proprio, cioè,

da parte di quegli stessi ambienti che  si sarebbero immaginati non favorevoli ma addirittura entusiasti. Per fortuna, la sua personale testardaggine e la collaborazione di pochi, altrettanto

caparbi ed ottimisti compagni di cordata ebbero, hanno avuto, infine la meglio, e così, anche a Napoli, l’Umanitaria è una realtà  sempre più inserita nella vita culturale cittadina,  mentre si studia

e si organizza una sua presenza nelle iniziative di solidarietà sociale, attraverso il già creato I.S.I.S. . 

Arturo Colombo ha inquadrato  la pubblicazione del volume e la ricorrenza,  celebrate nell’occasione, nel lunghissimo periodo storico racchiuso “tra il primo Governo Giolitti  ed il secondo Governo Berlusconi”: un ragguardevole arco di tempo durante il quale  in Italia si sono alternate  guerra e  pace, dittatura e democrazia. Dal rifiuto della messianica attesa  di una rivoluzione che cambi il mondo, e dall’adesione, invece, ad un ideale di solidarietà nasce la Società Umanitaria creata dal ricco ebreo e massone Prospero Moisè Loria; ma  -  come si legge  nel saggio  che  Colombo  ha scritto quale suo contributo alla realizzazione del libro  - “ l’attività di assistenza, l’aiuto, il sostegno nei confronti di chiunque avesse bisogno, dall’Umanitaria non è mai stato concepito come un esempio di provvidenze benevole ad personam. Al contrario, l’obiettivo primario, perseguito fin dalle origini, si è sempre identificato nello sforzo di assicurare a ciascun cittadino il diritto a disporre di una serie di ‘servizi sociali’, tanto più necessari, quanto più il bisogno, la disoccupazione, la miseria minacciavano la dignità di ogni singolo individuo”. E gli accenti più toccanti, nella rievocazione del “difficile esordio” dell’Umanitaria, sono certamente quelli con i quali egli descrive il problema angoscioso di quei pionieri di fine ottocento: dover fornire una minestra ed un tetto a chi non aveva  né l’una né l’altro, cioè impegnarsi subito, concretamente, in favore dei diseredati come se fossero la loro “Croce Rossa “, e farlo a tal punto rispettandone la dignità , da passare per sovversivi, come  -  infatti  -  li definì Bava Beccaris. Fra le splendide illustrazioni che integrano il testo (oggetto dell’amorevole, si oserebbe dire paterna cura che Colombo ha profuso nella materiale redazione dell’opera)  ve ne sono due, poste l’una dopo l’altra in significativo contrasto, che valgono più di mille ragionamenti sulla distinzione, da Loria voluta e dall’Umanitaria adottata a suo imperativo, tra due concezioni della beneficenza, prima e dopo di lui: la fotografia di una “Cucina per malati e poveri” e  una pagina della “Illustrazione italiana” in cui, con l’aiuto di una lente d’ingrandimento, si scorge, poco lontano da un gruppo di dame e cavalieri in abiti elegantissimi, un palco con la scritta “Società protezione fanciulli. Lotteria [di] beneficenza”.

Napoletana d.o.c.  -   ma, per sua confessione, con un sogno perenne: quello di coltivare anche l’altra faccia della napoletanità, che sarebbe l’inespresso anelito ad un’ efficienza ad una “capacità di spendersi” di tipo e di stile milanese -   Titti Marrone,  nell’elogiare  di Massimo della Campa la facoltà (ed il gusto) di coniugare utopia e senso pratico, valori e managerialità, ha, con ciò stesso, tracciato il profilo etico-psicologico della Società Umanitaria, rievocando il suo incontro con Massimo della Campa, che anche a lei trasmise  -  contagiandola  -  la carica di entusiasmo e di ottimismo messe nell’affrontare il trapianto, a Napoli, dell’Umanitaria sotto la forma dell’Humaniter di Piazza Vanvitelli, ormai prossima a festeggiare il settimo anno di vita.

Terzo partenopeo al tavolo dei relatori al convegno, Gilberto  A.Marselli ha rivendicato alla sua generazione il privilegio di avere idealizzato l’Umanitaria. Allievo di Rossi Doria, che vedeva i Riccardo Bauer uno dei massimi esponenti dell’esperienza civile italiana, giovanissimo propugnatore delle posizioni del  partito d’azione, in seguito di quelle del partito socialista (“non Sono stato mai comunista”), egli si è qualificato  -  con la puntigliosa e limpida precisione che sempre caratterizza le sue definizioni autobiografiche  -   “militante a sinistra ma in parrocchie diverse dalla sinistra”. Fa risalire al 1962-63 i suoi primi contatti personali con il Presidente, vissuti da lui con grande commozione:  erano passati quarant’anni da un viaggio fatto a Milano insieme con Rossi Doria per organizzare, al fianco di Bauer, un programma di assistenza agli emigranti meridionali.

Passando a parlare dettagliatamente del libro, Marselli  ha raccomandato un’attenta lettura, in particolare , del saggio di Gaetano Afeltra, “C’era una volta la solidarietà laica”, che  -  ha detto  -  spiega perché sia stato possibile creare l’Umanitaria a Milano, grazie ad una borghesia consapevole dei suoi doveri e dei suoi diritti, il che non può affermarsi, purtroppo, della borghesia del sud.

Né si è trattenuto dal fare confronti, indicando nomi e cognomi: ha infatti citato Felice Ferri, che nel secondo dopoguerra affidò all’Umanitaria le sue proprietà agricole in Lombardia, con il proposito (si legge nel testamento) di creare una fondazione che promuovesse “con ogni mezzo il progresso agricolo ed il miglioramento della vita dei lavoratori rurali”: mentre non è riferibile   un solo caso di proprietari fondiari meridionali che abbiano ceduto allo stesso modo, con i medesimi intenti, le loro terre, essendo invece disposti a farsele espropriare. L’ultimo intervento si è quindi chiuso con una nota di amarezza, al pensiero delle non poche occasioni perdute che il Mezzogiorno ha  deve ascrivere a suo demerito; la salvezza, se salvezza ci sarà, non si può attenderla “da fuori”: lo stesso rapporto con l’Umanitaria va costruito con durezza: occorre, sostanzialmente, che Napoli si faccia dire da Milano che cosa non deve fare, quali errori non deve commettere.

 Parole non  certo consolatorie, ma  meno inclini al pur ragionato pessimismo di Gilberto Marselli ha pronunziato, alla fine della conferenza, Massimo della Campa, nelle cui conclusioni al degrado dei Quartieri Spagnoli  veniva contrapposto il prestigio di un’altra Napoli, quella, innanzitutto,  dei luoghi di cultura noti e riconosciuti in Europa e nel mondo intero  -  l’istituto crociano, quello di studi filosofici, per enumerarne soltanto due  -  sui quali  poter puntare. “Anche da noi,   ha affermato, “la solidarietà deve trasformarsi, e si trasformerà, da passiva in attiva”.

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