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Maria Teresa Calzona Lalli “La Madonna nella religiosità del tratturo. La Madonna, Santi e Devozioni nella sacralità dell'itinerario transumante" recensione di Mario Pagano |
L’importanza del tratturo negli scambi culturali tra Abruzzo-Molise-Puglia e
Napoli è oggetto della ricerca condotta da una studiosa molisana, Maria Teresa
Calzona Lalli, sulle immagini devozionali della Madonna onorate lungo l’arteria
verde su cui si snodava la transumanza. Il libro, ” La Madonna nella religiosità del tratturo.La Madonna, Santi e Devozioni nella sacralità dell’itinerario transumante”
(Tipografia San Paolo – Andria -, 2001,
Le
tre regioni dei tratturi – Abruzzo, Molise e Puglia – rappresentano, osserva
nella prefazione ancora D’Episcopo, “ una comunità meridionale, congiunta dalle
antichissime vie del pascolo, che, più delle altre vie di comunicazione, hanno
conservato una straordinaria fedeltà alla tradizione. D’altro canto,
attraverso la mistica di quella poesia concreta che è la terra, la religione
salvava allora il legame tra un uomo pur cosciente di specificità sue, peculiari, e
la natura che lo circondava. E, se i pastori si fermavano presso chiesette e cappelle
per un atto di devozione, non era tuttavia escluso un intento pratico: quei luoghi
corrispondevano, nel loro viaggio, ad utili punti di riferimento. Vi erano poi le
“Poste”, siti di sosta e di ricovero generalmente contigui a fiumi o pozzi:
accanto ad esse vennero in seguito edificate edicole dedicate a Maria od a santi.
Molti pastori , come scrive nella prefazione Natalino
Paone, alla Vigilia della partenza ponevano nella bisaccia l’immagine più cara,
per rito più che per tradizione, la stessa cosa che è ipotizzabile facessero i
primi sanniti con la piccola statuetta di bronzo raffigurante Ercole, rinvenuta non
di rado sui più vecchi itinerari
armentizi, in prossimità di “ cinte” e “santuari”.
L’autrice,
dunque, riscontra e sistema in un’ideale pinacoteca le varie immagini di Maria, di
volta in volta definita secondo il diverso sentire di chi la invoca – ricco o povero, nobile o
cafone, borghese o pecoraio – o secondo il luogo di ritrovamento o di
culto. E spiega che il desiderio di studiare il sentimento religioso dei suoi
conterranei nacque in Lei quando, ancora
bambina, ascoltava affascinata i racconti degli anziani, che parlavano di Madonne e
santi a lei sconosciuti. Agli appunti presi in quelle occasioni si sarebbe poi resa
conto che corrispondevano realmente delle immagini sacre, conferenti dunque
concretezza alle leggende che l’avevano incantata; e il reperimento di queste
immagini- ciascuna corredata della sua storia,
moltissime dell’orazione più usuale, in dialetto
ed in lingua – potrebbe,da solo, essere il soggetto di un altro volume, per le
difficoltà incontrate in ogni singola ricerca.
Esula
dal libro la velleità di conseguire una dimensione specialistica: la Calzona Lalli,
infatti, esplicitamente si dichiara priva di specifica
preparazione nella materia mariologica (più generalmente, teologica) o morale.
Intento
e merito dell’opera- unanimemente riconosciutile dalla stessa critica qualificata-
sono quelli di avere raccolto una cospicua mole di immagini, testi, tradizioni,
testimonianze, consentendo sia il recupero che la preservazione di tanto pregevole
materiale, diversamente non solo introvabile ma, quel che più conta, destinato a
sicura distruzione.
Fra le Madonne “napoletane” che s’incontrano nelle pagine del volume - assai curato fin nei minimi dettagli della vasta documentazione grafica, fotografica ed artistico letteraria - vi sono la Madonna del Carmine, la Madonna del Carmine detta La Bruna e la Madonna dell’Arco; fra quelle più genericamente “campane”, la Madonna del Rosario di Pompei . Meno conosciuta di quella delle altre tre immagini è la storia della “Bruna”, così qui raccontata.Verso il XII l’immagine, dipinta su tavola, alla greca, a mezzo busto, col bambino in seno , fu portata in Italia da monaci carmelitani ed etichettata come la Bruna per la tinta scura dei colori.
Essa fu dapprima venerata alla periferia di Napoli, in una chiesetta poi ampliata ed annessa alle mura della città da Margherita, madre di Corradino di Svevia quando vi fece seppellire il figlio morto. Molti, nei secoli, i miracoli e prodigi attribuiti alla Bruna: tanti, che, durante il giubileo del 1500 indetto da Alessandro VI, il Papa volle venerare in Vaticano, con tutto il clero romano, la tavola, portata a Roma dai napoletani della Confraternita della Chiesa di Santa Caterina. Tornata a Napoli l’immagine, il re Federico II di Aragona dispose che , a spese della Corona, da ogni parte del regno fossero fatti venire all’altare della Madonna del Carmine gli ammalati, muniti delle diagnosi dei medici. “Quando tutti gli infermi giunsero in Chiesa – scrive la Calzona Lalli - dopo i canti e la Messa solenne, mentre i fedeli pregavano, fu scoperto il dipinto della Bruna, sulla quale si vide scendere un raggio luminoso di fuoco che si riflesse sui malati, che, istantaneamente, vennero guariti“.
MARIO
PAGANO