DON CARLO PORPORA

Breve storia del famosissimo Custode del "San Carlo" di Napoli 

                                                                   di Mario Pagano

                                                                     

        Il melomane cui capiti di leggere o sentire il nome di Porpora pensa immediatamente a quel Nicola Antonio Porpora, compositore fecondissimo (scrisse ben ventotto opere) e famoso maestro di canto, nato a Napoli nel 1686 e morto nel 1768, il cui ingegno indusse Kretschmar  a definirlo “il Mayerber del melodramma napoletano”. Ma un altro Porpora, discendente del celebre Nicola Antonio e scomparso nel 1957, per oltre sessant’anni fu una delle figure più popolari negli ambienti lirici, del Conservatorio, delle sale dei concerti, dei teatri, di ogni luogo, insomma, in cui si svolgessero manifestazioni musicali e, soprattutto, simpaticamente noto nel mondo del “San Carlo”, dove orchestrali, cantanti, registi, scenografi, comparse, vigili del fuoco del posto di guardia lo consideravano un po’ il loro nume tutelare.

        Don Carlo Porpora era stato, in gioventù, lo scrupoloso e competentissimo archivista del glorioso “Concerto civico” diretto dal maestro Caravaglios e poi non formalmente sciolto, ma in effetti condannato all’inerzia, a causa della nota antipatia del regime fascista per i pianini, i panni stesi ad asciugare nei vicoli, ed i complessi bandistici. Fu proprio in seguito a ciò che gli venne proposto un aut-aut: o accettare un impiego al “San Carlo” con mansioni, in pratica, di custode o andare sul lastrico. Che poteva fare? Di famiglia agiata (il padre era proprietario di un’avviata tipografia in Piazza Dante), aveva avuto da ragazzo ben altre ambizioni e speranze, aveva fatto gli studi superiori – tornava spesso nella sua conversazione il ricordo delle lezioni di Michelangelo Schipa, che era stato il suo insegnante di storia – e frequentato il conservatorio di San Pietro a Maiella, acquisendo una non comune conoscenza delle partiture: ma il pane è il pane e lui aveva accettato.

        Cominciò, così, forzosamente, un incontro, poi felicissimo, tra il “San Carlo” e colui che doveva diventarne un’istituzione. Grande e grosso (anche nel naso, che somigliava straordinariamente al naso dell’antenato quale è ritratto in un dipinto che si trova nel Museo del Conservatorio), era dotato di uno humor scoppiettante di mille aneddoti, scherzi, battute, barzellette, tiri burloni.

        Nessuno, dal Sovrintendente all’ultimo macchinista, si salvava dal suo spirito, che tuttavia non era mai cattivo. Era un uomo semplice e leale, amantissimo degli animali. La storia di Musolino, il cane da lui “adottato”, diventò famosa tra la gente del teatro. Era andato una volta in gita a Bacoli con la moglie e alla fine della giornata un cagnone si era messo a trotterellare dietro alla loro carrozzella né c’era stato verso di liberarsene. Qualcuno spiegò al forestiero che il cane probabilmente faceva così per trovare protezione dall’accalappiacani comunale che gli dava la caccia. Ce n’era fin troppo perché Don Carlo non decidesse, vincendo la comprensibile resistenza della moglie, di portarselo a Napoli. Così Musolino fu ospitato con tutti i riguardi nella piccola casa del Vico Conte di Mola: in quell’epoca, infatti, i Porpora – che non ebbero figli – non avevano avuto ancora in uso l’appartamentino dal soffitto bassissimo e i minuscoli balconi schermati dagli stemmi di metallo, affacciantesi sui portici del “San Carlo”. Il cane vi si installò e vi imperversò fin quando l’eccessiva amorevolezza del padrone – che lo cibava di sfogliatelle e babà – ne provocò la morte prematura. E fra le fotografie dei cari scomparsi ne troneggiava una di Musolino, ritto, con le zampe anteriori sul petto di Don Carlo: due giganti. Ma Musolino non fu l’unico animale della sua vita: lo accompagnarono – o lo seguirono – il pappagallo Cocò, un’oca, Paparona (che aveva ammaestrata e rispondeva “qua, qua” se lui la chiamava) e il gatto Moscone, anch’esso ucciso dalla ricchezza dei pasti: Don Carlo era un formidabile buongustaio, e non concepiva che i suoi piccoli ospiti non partecipassero ai piaceri della sua tavola.

        Di lui, comunque, chi lo conobbe ricorda lo spirito inesauribile. Quando il teatro fu requisito ed occupato dagli Alleati, alla fine dell’ultimo conflitto, insegnava a quelli, fra inglesi e americani, che mostravano maggiore inclinazione ad apprenderle e a ripeterle, le più pittoresche maleparole napoletane. Una volta uno dei suoi discepoli, forse mezzo ubriaco, rivolto ad un celebre direttore d’orchestra appena montato sul podio, lo invitò a discenderne con una espressione di così fantasiosa volgarità, che lo stesso maestro, pur allibendone, non potè trattenersi dal ridere.

        E anche chi ha visto “L’oro di Napoli” e ricorda la scena del pernacchio che Don Ersilio (Eduardo) vuole indirizzare al blasonato personaggio che fa la traversata del vicolo sul suo macchinone, riesce ad immaginare solo in parte la potenza e la sonorità di quelli che Don Carlo dedicava agli sventurati che gli capitavano a tiro. A volte, in qualche pausa della musica, ne giungeva l’eco sul palcoscenico, attraverso la porticina della scaletta di servizio: il pubblico non avvertiva nulla, i cantanti forse sì o forse no, i “macchinisti” ammiccavano e sorridevano.

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