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Dieci domande semifrivole a Gordon Poole
a cura di Mario Pagano
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Ho
rivolto a Gordon Poole, americano
tranquillo (ma non troppo) che vive ed insegna a Napoli dal 1957, dieci
domande, tutte legate al suo rapporto con la nostra città.
Poole, docente di Letteratura nordamericana all’ Istituto Universitario Orientale, ha pubblicato di recente da Colonnese il saggio “Nazione Guerriera”, di cui si è occupata su “napoliontheroad” la nostra Fiorella Franchini.
Perché
Napoli? Mi dici quattro (ma anche tre, o di meno) motivi che ti hanno
indotto a stabilirti qui?
Arrivai
a Napoli ventitreenne nel settembre del 1957, durante la Festa di Piedigrotta.
Passai sotto il tunnel da Fuorigrotta con la mia vecchia motocicletta tedesca
125cc. DKW, nel bel mezzo della festa, destreggiandomi come potevo nel mezzo del
casino, e mi avviai all’Ostello per la Gioventù a Posillipo in viale Costa.
Solo che non avevo capito che era una festa. Mi avevano detto che i napoletani
fossero un po’ matti, esuberanti, ecc. ma quello che trovai era
un’esuberanza esuberante. Pensavo sulle prime che i napoletani forse si
comportassero così tutti i giorni. Il paragone con gli
Stati Uniti del maccartismo, che avevo lasciato alle spalle, non lo facevo
consapevolmente – non ero “politicizzato” – ma capii che per un puritano
della Nuova Inghilterra, qui c’era qualcosa da imparare, qualche lezione di
vita. Ebbi la fortuna di trovare un lavoro, prima alla scuola Berlitz (in via
Guantai Nuovi), poi al Centro Studi Americani (che si trovava a Largo
Ferrantina).
M’innamorai della città.
M’innamorai
di Renata La Rovere.
Mi
affascinai del dialetto napoletano.
Di Napoli che cosa ti piace di meno?
I bazzarioti.
Qual è
il cambiamento più rilevante che hai notato negli ultimi dieci anni?
Quando Bassolino divenne sindaco, si dette da fare molto in una politica di immagine, e io fui tra quelli che trovavano fuorviante questo modo di affrontare i problemi della città. Invece aveva ragione lui. Cominciai a sentire il bisogno di buttare le cartacce nei recipienti, che l’amministrazione forniva, di fermarmi ai semafori, di comportarmi più civilmente, e non credo di essere stato il solo ad aver avuto un nuovo senso di orgoglio cittadino. I napoletani cominciarono ad avere una migliore opinione di se stessi. Lui iniziò dall’immaginario urbano, poi, nel corso del tempo, avendo dato alla gente un pizzico di orgoglio, affrontò problemi di fondo, materiali, talvolta riuscendovi, talvolta no, sbagliando anche, per esempio con i Buoni Ordinari del Comune.
Come cambiamenti degli ultimi dieci anni, prendiamo la pedonalizzazione di aree urbane, per esempio, a via Scarlatti. Simili cambiamenti trasformano la vita quotidiana della gente. I commercianti vomeresi, timorosissimi di ogni cambiamento e sostenuti da una destra politica ottusa, erano furiosi. L’amministrazione Bassolino insistette, pedonalizzò. I commercianti vomeresi fecero soldi a palate e stettero zitti.
Poi
c’è la metropolitana fino al Museo (e ora a Piazza Dante). Ho viaggiato,
senza motivo, in uno dei primi giorni di funzionamento. Un’esperienza
esilarante. La gente che sorrideva di ebbrezza, quasi incredula. E pensava fra sé
e sé: Vabbuo’, questa volta voto la Iervolino.
C’è
stato, c’è, un rinascimento
napoletano?
Non credo, perché il termine
‘rinascimento’ è una parola grossa. I problemi sociali di
Napoli, come di
altre città e aree meridionali, richiederebbero, per essere avviati
a
soluzione, un governo nazionale veramente popolare, impegnato nella
risoluzione dei
problemi quotidiani
della gente, cioè un governo autenticamente di sinistra.
Purtroppo
l’amministrazione
napoletana opera in una situazione di condizionamento, non
solo
ideologico ma
concreto, anche economico, che rende difficile ogni iniziativa sociale.
*
Marcello Mastroianni, la prima volta che andò a New York, scandalizzò un
giornalista dicendogli che per lui Park Avenue era bella quanto Piazza San Marco
perché
erano, “in due epoche diverse, due espressioni eccezionali di architettura, di
eleganza” - . Te la sentiresti di dire lo stesso di una piazza
napoletana e di una americana?
Non sapevo questo fatto che
dici. Mastroianni, che presenza! che perdita! Amo l’idea stessa di piazza. La
pedonalizzazione ce le sta restituendo ma è anche vero che il periodo laurino e
democristiano ci ha fatto perdere un po’ la cultura delle piazze, come
viverle. Vedo piazze di élite intellettuali, come piazza Bellini; piazze di
giovani di ammasso, come San Domenico Maggiore o Vanvitelli; piazza Matteotti,
spesso meta delle manifestazioni operaie e di sinistra (l’ultra-destra la
chiama “Piazza delle Poste”), circondata da palazzi anni trenta,
sbrigativamente indicati come architettura fascista; Piazza Plebescito, divenuto
simbolo della Napoli bassoliniana che l’ha liberata dalle automobili e
restituita alla gente. Un luogo bello sono i giardini di Villa Ruoppolo,
risultato di una conquista popolare guidata da un grande attivista Verde
napoletano, Marco Mascano. La mia preferita è forse Piazza Martuscelli (sapete
dov’è?), una piazzetta acconcia, dove col mio gruppo musicale, abbiamo
suonato più volte durante lo Strit Festival, perché è perfetto per un
concerto Busker.
Una
piazza americana? Anche se gli Stati Uniti non sono famosi per le loro piazze,
perché c’è un diverso modo di concepire lo spazio urbano e la vita urbana,
posso dire che il visitatore alla mia città di Boston non potrà che restare
incantato davanti a Louisburg Square a Beacon Hill.
*
Quando ritorni in America, che cosa ti manca
di più della tua seconda patria?
Il cibo e la convivialità. Trovo aberrante come i miei concittadini statunitensi parlino di argomenti truci stando a tavola. A Napoli ho imparato che a tavola si sta lottando per la sopravvivenza, bisogna starci serenamente.
*
La differenza tra un college USA ed
un’università italiana è abbastanza nota. Ma qual è quella tra lo
studente-tipo americano e l’italiano, anzi, il napoletano? È molto diverso il
loro atteggiamento dal punto di vista dell’impegno, della partecipazione?
Rispondo per quanto mi consente
la mia esperienza all’University of California, Berkeley, nel 1965-67, e
all’University of Minnesota nel 1970-71, nonché una lunga esperienza, sin dal
1967, in Italia. Gli studenti americani avevano (e forse hanno) una capacità
invidiabile di scrivere “papers”, cioè tesine. Sapevano ricercare un
argomento e fare una bibliografia. Queste abilità gli italiani le sviluppano
fino alla fine del liceo, ma generalmente, a partire dall’iscrizione
all’università, si inizia un periodo di estraniamento dalla scrittura. Per
cui, quando gli studenti s’apprestano a scrivere la tesi di laurea, si trovano
in difficoltà. È un problema che si sarebbe dovuto affrontare con
l’introduzione di tesine, ecc., invece la Moratti l’ha liquidato, liquidando
la tesi di laurea, che era un pregio del sistema universitario, un momento di
acquisizione di autonomia intellettuale, se guidato bene.
Ma gli studenti italiani hanno capacità che quelli statunitensi non hanno. Molti arrivano all’università ben più preparati, giacché hanno fatto il liceo, dove hanno fatto studi qualificanti che gli statunitensi, tranne in pochissimi casi (p.es., Boston Latin School), non troveranno nelle loro “high school”. Gli stessi Stati Uniti, nel fare la valutazione degli studi italiani e statunitensi, tendono a considerare lo studente che ha conseguito la maturità liceale alla stregua di chi ha superato gli esami dei primi due anni di “college” o “university” statunitense, mentre la laurea italiana vale un’MA. È vero che gli studenti italiani tendono a non scrivere benissimo, ma hanno maggiori capacità orali degli statunitensi. La mia esperienza è che i nostri studenti – parlo dell’IUO – quando sono ammessi alle graduate school statunitensi, fanno buona figura.
Quando ho fatto il professore all’Università del Minnesota, sono rimasto colpito dalla timidezza degli studenti. Per altro era comune in quell’ambiente associare “simpatico” (nice) con “timido” (shy), soprattutto se si parlava di studentesse. Invece quelle di Berkeley non erano shy, tampoco le napoletane.
*
La
storia di Napoli è piena di tragedie: qual è, secondo te, la più grave?
Arrivato a Napoli nel 1957, vedevo ancora ovunque i segni del flagello della Seconda guerra mondiale. I napoletani di allora mi parlavano di quello che avevano subito. Ho letto La pelle di Malaparte (con diffidenza) e La galleria di John Horne Burns, bostoniano anche lui. Mia moglie Renata, mia suocera Enrica, mia cognata Mimma, e altri mi hanno raccontato di quell’epoca. Ho il sospetto che Napoli non sia ancora riuscita a superare completamente i guasti sociali di quel periodo, di quella guerra.
*
La scelta che i napoletani fanno del lei
o del voi o del tu è regolata da una
sapiente alchimia, che è un impasto di persistenti consuetudini/convenzioni e
(per il tu)
di sentimento genuino
contaminato dal cliché del cuore di Napoli e da
un malinteso senso di confidenza.
Ti è stato difficile abbandonare il comodo,
onnivalente
you ?
Il prevalere dello you inglese in tutte le forme, che anticamente era soltanto la forma
plurale accusativa, è il risultato di un processo storico di eliminazione di
varie forme ormai desuete (thou, thee, ye).
Le distinzioni precedentemente comunicate da simili scelte vengono ora
comunicate mediante giri di frasi e un sapiente utilizzo degli ausiliari,
sottigliezze che non rendono facile lo studio dell’inglese per chi non è nato
“imparato”.
Quando
Herman Melville comincia il suo magnum
opus, Moby-Dick, con le parole
“Call me Ishmael”, il traduttore ha qualche incertezza. Scartati “Mi
chiamino” o “Mi chiami” o “Mi si chiami”, nonché il piatto e
inaccettabile “Mi chiamo” (“Sono chiamato”, ecc.), rimane
l’indecisione tra “Chiamami” e “Chiamatemi”. E un problema analogo si
solleva per la traduzione di Foglie d’erba di Walt
Whitman, ultimamente tradotte da Mario Corona, con la piena consapevolezza di
questi problemi.
Ma veniamo alla domanda.
Conobbi, verso il 1961-62, un professore, Mario Benvenuto, che mi fece capire
cose per me importanti – sul marxismo, sulla Resistenza -
e gliene sarò sempre grato. Frequentai per un periodo casa sua al
Vomero. Non mi sentivo di dargli del tu, ma dargli del lei non me la sentivo
neanche, perché la sentivo come una dizione fredda, quindi, senza sapere quello
che facevo, gli davo del voi. Parlandone con mia moglie Renata, lei mi disse
che, inconsapevolmente, gli stavo dando il “voi di rispetto”, quello che
tradizionalmente il figlio dà al padre. Queste esperienze, questi insegnamenti
non sono forse preziosi?
Ma più ancora
dell’esperienza del tu, c’è
quella di parlare di sé, di definirsi, di descriversi usando la parola io,
anziché dire I. Essere io e non più
soltanto I mi ha dato la possibilità
di ridefinirmi, in un contesto diverso dalla matrice di origine e con tutti i
rischi che un simile trasporto comporta.