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1681: movimentata nascita del primo giornale napoletano BREVE STORIA DI D.A. PARRINO, ATTORE, AUTORE, STAMPATORE PRIVILEGIATO E GAZZETTIERE IMPRUDENTE di Mario Pagano |
Nel 1° volume della
“Storia della stampa italiana” edita da Laterza nel 1976, Nicola Tranfaglia,
confermando l’opinione dei più attenti studiosi della materia, faceva
risalire al 1639 la pubblicazione della prima gazzetta a stampa uscita in
Italia. Sarebbero, quindi, trascorsi ben quarantadue anni tra la nascita di quel
foglio (a Genova: i successivi battesimi si sarebbero poi avuti a Roma nel 1640,
a Bologna e Milano nel 1642, a Torino nel 1645, a Modena nel 1658) ed il sorgere
di un’analoga iniziativa a Napoli. Per quanto riguarda Napoli, infatti, la più
antica gazzetta a stampa pervenutaci è del 1681.
Dal 7 gennaio al 25
novembre di quell’anno, se ne contano 47 numeri: uno per settimana. Priva di
titolo, essa era pubblicata dal tipografo e libraio Ludovico Cavallo,
“stampatore privilegiato di Calendarii, Diarii, Chiaravelli e libri
astrologici”. Nelle quattro piccole pagine non numerate - che recano soltanto
l’indicazione della data, il numero della pubblicazione e il nome degli
stampatori - le notizie sull’attualità, sia interna che esterna, sono (se si
considerano i tempi) abbastanza ricche. Quelle napoletane precedono le europee,
che si susseguono senza interruzione o stacco tra l’uno e l’altra, come si
osserva sfogliando l’unico volume che raccoglie questi “avvisi” e che si
conserva nella Biblioteca Nazionale di Napoli.
Il giorno fissato, il
numero veniva messo in vendita presso la tipografia (in via Monte Olibeto) e nei
negozi stabiliti (a Toledo, in S. Maria di Loreto ed al Zagarellato), ma,
pagando un certo sovrapprezzo, si poteva riceverlo a casa.
La storia del
giornale è legata al nome di D. A. Parrino, “libraio sotto Santa Maria della
Nova”: nel 1689 egli risulta già da parecchi anni appaltatore degli avvisi,
che continuano a pubblicarsi senza alcun titolo, ma poi si uniscono a lui
Camillo Cavallo (da non confondersi con Ludovico) e Michele Luigi Muzio,
anch’essi ben noti tipografi napoletani. Tuttavia, il vero compilatore rimane
il Parrino. Autore di un testo teatrale (1675) nonché attor giovane, si era
messo seguito a fare l’editore e s’era anche dedicato agli studi storici, in
particolare narrando le vicende del governo spagnolo a Napoli (ma, come avverte
Nino Cortese, quello scritto fu attribuito dai contemporanei alla penna di
persone della sua cerchia, assai dotte e assai
potenti). Pur dovendo pagare l’affitto al governo, ed essendo obbligato
a distribuire gratis una parte degli avvisi, D.A. Parrino trovò ugualmente modo
di guadagnare molti quattrini. Ciò che non gli riuscì di conquistare fu la
fiducia dei suoi concittadini e dovette subire più di una volta le ire di
lettori infuriati per la pubblicazione di notizie false o calunniose, e
desiderosi di farsi giustizia da sé infliggendo un adeguato castigo al cronista
arricchitosi con le sue bugie.
D’altro canto, le
pressioni esercitate sulle gazzette napoletane erano molteplici: non le sole
imposizioni della Corona spagnola dovevano subire i compilatori degli avvisi, ma
anche le prevaricazioni dei nobili ed, ancora, le opposte pretese della Chiesa e
degli anticlericali, sicchè capitava talvolta che ne andasse di mezzo
addirittura la loro incolumità. Forse l’episodio più curioso - tra quelli
noti - di questo clima è quello raccontato da Fausto Nicolini e che ebbe a
protagonista proprio D.A. Parrino, allorchè l’arcivescovo di Napoli dichiarò
eretici Giovanni de Magistris e Carlo Rosito. Era l’anno 1693 e nella
cattedrale, alla presenza di dame, cavalieri e popolani, i due erano stati
costretti all’abiura solenne e condannati a dieci anni di carcere. Ora, poiché
il Parrino sulla gazzetta aveva, “con bellissime parole encomiata l’azione
fatta dal Cardinale”, i Deputati della Città per il Sant’Officio
protestarono immediatamente presso il papa Innocenzo XII per la grave offesa
arrecata alle usanze del regno, e minacciarono l’autore dell’entusiastico
commento di “farlo frustare per la città con l’avviso in canna” (cioè
con il giornale appeso al collo): egli riuscì ad evitare l’umiliazione solo
con un’altrettanto umiliante autocritica precipitosamente pubblicata.
“O miei
concittadini, se un imprudente scrittore attacca la vostra reputazione, la quale
forse vi è più cara della vita stessa, e se firma il suo articolo, voi potete
andare apertamente da lui e spaccargli la testa”. A chi pensate che siano da
attribuire queste parole? Ebbene, poco meno di un secolo dopo i fatti sopra
narrati, le pronunziò uno statista di grandissimo respiro democratico, un vero
campione della lotta per la libertà: l’americano Benjamin Franklin. Quando si
dice che il tempo a volte trascorre invano.
Mario Pagano