A QUARANTANNI DALLA SCOMPARSA

RICORDO DI ROBERTO MINERVINI

                                                                 di Mario Pagano

            Quando, più di cinquant’anni fa, uscì nella traduzione italiana “Selezione dal Reader's Digest”, c'erano, fra le tante, due rubriche: una, “Citazioni citabili”, è sopravvissuta alla rivoluzione, tecnologica e del gusto, che ha investito anche la piccola rivista mensile; l’altra, poi scomparsa, si chiamava “Una persona che non dimenticherò mai”.

             Per me, Roberto Minervini è una persona che non dimenticherò mai.

            Niente di strano, si penserà, accadeva nell'America degli anni cinquanta, accade oggi nell’Italia del terzo millennio. Il fatto è, che io Roberto Minervini non l’ho mai conosciuto, non gli ho mai parlato. Ne avevo letto i libri e gli articoli, ed avevo ascoltato le conversazioni che teneva alla radio; poi conobbi Anna Maria, la figlia, dopo che era finito, e diventò qualcosa di simile a ciò che erano stati per me, negli anni del liceo, Pirandello prima e Giuseppe Marotta poi.

              Mi sono chiesto spesso che cosa mi abbia colpito di ciò che la figlia mi raccontava del Minervini privato e adesso posso dire che fu la sua decisione di distruggere, ai primi successi che colse come giornalista, i versi dialettali che aveva scritto poco più che ragazzo, seguìta dalla preoccupazione di eliminare ogni traccia di quello che evidentemente era giunto a considerare un peccato di gioventù (lo scherzo peggiore che gli si potesse fare era inventarsi di avere trovato su una bancarella uno dei libri ripudiati). Quell'episodio mi ricordava, infatti e mi ricorda tuttora un mio identico comportamento, e le parole con cui lo commentò Gabriele Catalano, mio scomparso amico, Maestro di letteratura italiana: “Perché l’hai fatto? E’ stato un gesto nevrotico!”, ma nevrotico non era stato, come non lo era stato quello di Minervini: per molti di quelli che scrivono anche versi, c’è un momento nel quale la poesia - se la passione poetica non è la predominante - si avverte come una palla al piede in grado di ostacolare lo scrivere altro, per la sua eccessiva carica di autoreferenzialità, che mette a rischio l’impegno giornalistico, proiettato  invece sulla realtà e fatto di estroversione.

          Per rimanere all'essenziale, e per nemmeno sfiorare la privacy della quotidianità - sempre così gelosamente salvaguardata dalla figlia - dirò solo un'altra cosa: che alla figura di Roberto Minervini mi sono tanto più affezionato, quanto più mi rendevo conto che, pur avendo tutti gli atout per farlo, la famiglia non gli aveva costruito intorno né altari né santini; Anna Maria mi ha sempre parlato di lui evitando, per così dire, gli aggettivi; l'immagine che ne veniva fuori era uguale a quella delle sue fotografie: o sorridente o, se proprio non poteva sorridere, con un lampo di ironia che rallegrava il doppiopetto scuro. Erano le occasioni nelle quali avrebbe volentieri borbottato la frase dei momenti di noia: “Sto bello scucciato scucciato”.

          Al primo sguardo di un incontro, magari frettoloso, non si scopriva, sotto il suo distacco, l'uomo spiritoso che era, né quello fragile che, quando una persona gli piaceva, le si apriva totalmente, per cancellarla subito dalla memoria se lo deludeva.

        Non subiva mai pressioni, neppure quelle che avrebbero potuto essere giustificate dal timore reverenziale: “Robbe’, i’ ccà t’ o dico e ccà t’ ‘o nego: l’unico ca m’ha dato sempe ‘a morte si’ stato tu!” gli disse una volta Eduardo, cui non aveva mai risparmiato una critica, se meritata. Con i tre De Filippo aveva, d’altronde, rapporti molto affettuosi, essendo oltre tutto convinto che gli portassero fortuna (quando morì, aveva in tasca l’ultima lettera scrittagli da Peppino, da lui considerata quasi un oggetto scaramantico).

         Lavoratore infaticabile, l’unico suo ristoro era quello domenicale, allorché, in una sorta di rito del dolce far niente - che si concedeva solo in quel giorno della settimana ma che era irrinunziabile -, dopo essersi “ ’ntalliato” l’intera mattinata, si spostava dalla casa di via Morelli al Bar Cristallo di piazza dei Martiri  per l’aperitivo con gli amici; seguivano l'acquisto delle paste, quello dei fiori per la moglie - di una rosa, sempre, per Anna Maria - ed un lungo pomeriggio sul terrazzo che dal settimo piano si affacciava sul golfo, a parlare con la figlia della gente, dei luoghi, dei fatti che gli erano cari, fino ed oltre la sera.

            Sul “Mattino” del 18 giugno 1962, in un suo ricordo (il secondo in due giorni) del collega scomparso, Mario Stefanile metteva in risalto il raro prestigio che per molti decenni egli era riuscito ad ottenere e conservare “in una città come la nostra, che è anche difficile e puntigliosa,  piena di sospetti e rancori nella sua gente che si occupa dì cose rarefatte e squisite”.

           L'amore di cui era intessuto il rapporto di Minervini con Napoli non era l'amore-odio di chi è sempre disponibile alla denunzia impietosa coperta dal talco della sincerità; né quello, facile, del nostalgico che si nutre di ”come eravamo”. E la misura dell’uomo non era la sua dimensione napoletana: se nel 1957, per lo spettacolo radiofonico “La Canzone delle Canzoni”, vinse il Premio Napoli, già nel 1929 - dunque, meno che trentenne - era noto all’estero: in quell’anno gli era stato infatti assegnato il secondo premio alle Olimpiadi della Cultura di Amsterdam.

           Roberto Minervini si spense improvvisamente a Napoli il 15 giugno del 1962. Non aveva che 62 anni: oggi si direbbe “appena, ma anche quarant'anni fa era un’età prematura per chiudere gli occhi, e forse era stato lui ad anticipare il momento del “grande misfatto" con lo spendersi senza riguardi per il giornalismo, la letteratura, il teatro soprattutto, come critico, autore, regista. Di quello napoletano, aveva sempre desiderato scrivere una storia, era il suo sogno ed era deciso a metterci tanto impegno, da farne il più prestigioso dei suoi lavori. E sì che ne aveva tanti al suo attivo, a cominciare proprio da quelli teatrali: “Girasole” (che ebbe come interprete il grande Petrolini),  “Suicidio per amore”, “Paisiello”, “Messaggeri del buon Dio”, "L'amore è una cosa semplice”, “Ritiro del Divino Amore”, “Tempo di primavera”, “L’albergo dei quattro venti”. E poi quelli cinematografici: “Strade di Napoli”, documentario diretto da Dino Risi, premiato a Cannes, del quale fu soggettista e sceneggiatore; del famoso “Processo alla città” di Zampa fu supervisore del copione; due soggetti, “L’amore è così” e “La decima coppia”, non furono mai realizzati, ma contribuirono anch’essi a farlo apprezzare nel campo del cinema, sicché fu spesso nella giuria dei ”Nastri  d’argento” (oggi il testimone è tenuto saldamente dal figlio Gianni, uno dei più importanti produttori europei).

               A scrivere cominciò giovanissimo. Come giornalista, fu essenzialmente critico cinematografico e teatrale. A parte le conversazioni a Radio Napoli sulle “prime” nella nostra città, era il titolare della rubrica di critica degli spettacoli per il “Corriere di Napoli”: incarico abbastanza gravoso, a causa della “congiura delle coincidenze”, come egli chiamava l’evento di più “prime” nel medesimo pomeriggio o serata. Chi ha ascoltato i suoi pezzi, letti con voce calma al microfono, li ricorda per la semplicità della prosa (che non doveva dissimulare povertà di idee o incapacità di giudicare). La grande passione del mestiere di scrivere gli impedì, tuttavia, di isolarsi in una gabbia dorata come quella dello spettacolo: il critico non smise mai dì essere un cronista,  non disdegnò mai un argomento soltanto perché non era né teatrale né cinematografico: per esempio, fece un reportage sugli esperimenti del batiscafo di Vassena, nel cui abitacolo si introdusse con non poca pena, sia per la sua corporatura (era non alto, ma tarchiato), sia per la scarsa propensione al rischio ed all’avventura.

           Suoi articoli furono pubblicati da ottanta giornali, sia italiani che stranieri; a Napoli, fu nelle redazioni del “Mattino”, del “Roma”, di “Paese Sera”, de “La Voce”, del “Risorgimento”, del “Corriere di Napoli”. Anche nelle successive esperienze di regista, si sarebbe sempre individuato il Minervini giornalista, il che significa che nella sua opera di uomo di teatro c’era una regia senza idee preconcette. Osservò Federico Petriccione che “accettava l'opera d'arte, serviva l'autore del testo. Così sulla scena lirica come su quella di prosa, era un chiarificatore. Gli interpreti avevano fiducia nella sua azione e tutti insieme obbedivano al concetto dell'autore. Nascevano così interpretazioni senza squilibrio, umane, schiette, efficaci”. Fra le quali ricordiamo: al San Carlo la regia de “Il tabarro”, “L’amico Fritz” e “La Sonnambula”; al San Ferdinando, di alcuni spettacoli della Compagnia Scarpettiana, dei quali rifece interamente i copioni: “ ‘Na mugliera zitella” e “Era zetella, ma..”; al Politeama, di “Pensaci Giacomino” di Pirandello, con Nino Taranto, da lui iniziato al teatro del grande scrittore siciliano. Ad Ischia, nel 50° anniversario della scomparsa di Ibsen, ne organizzò la solenne commemorazione, facendo allestire da Gianni Polidori “Casa di bambola”, interpretato da Valentina Fortunato e Arnoldo Foà nel teatro all'aperto appositamente creato a Casamicciola e che fu chiamato “Alla sentinella”. Aveva, inoltre, a lungo collaborato con Anton Giulio Bragaglia al “Teatro degli Indipendenti".

             Tre anni fa, quasi tutti gli scritti “napoletani” di Roberto Minervini sono stati ripubblicati in un volume voluto e costruito da Anna Maria, “La Napoli di Roberto Mìnervini” (Ed. Gallina, Napoli). Si tratta di “Viviani un uomo una città”, “Ritorno di Scarpetta”, “Gli ultimi ‘assistiti’ e cabalisti”, “Storia della pizza”, “Napoletani di Napoli”, “Incontri del sabato”. Nella prefazione, Antonio Ghirelli lo definisce “qualcosa di più di un integrale repertorio della vita artistica tra la fine dell’Ottocento e quella dei nostri anni Sessanta".

            Che cos’è questo “qualcosa di più”? E’ l’umano interesse, mediato dall'humour, che l’Autore mostra per i napoletani - protagonisti, comprimari, comparse -, tutti, per lui, attori di riguardo sul più bel palcoscenico della terra. Un libro bellissimo pieno di fotografie: Minervini con Croce, con Vittorio Emanuele Orlando, con Chaplin, con Libero Bovio, con Giuseppe Marotta, con Eduardo, Peppino, Titina De Filippo. L'ultima fotografia del volume è, forse, l'ultima della sua vita: alla scrivania del “Corriere di Napoli”. Nella pagina accanto, una caricatura di lui, disegnata da Augusto Mastrolilli (la stessa della copertina): un Minervini che un po' somiglia a Federico Fellini, e una poesia scherzosa - scritta da non so chi - che così si chiude: “Tante son le sue virtù / che nessuno ne ha di più,/ ma, se condensar le vuoi,/ una cosa dir tu puoi /che più giusta non fu mai:/ “Tene ‘a capa grossa assai!”. Sulla IV di copertina, sotto un sorriso di Minervini, la riproduzione di una lettera  indirizzatagli da Peppino De Filippo: “ … La tua amicizia premia la mia vita di ‘commediante’ e onora quella di uomo. I miei anni di teatro sono soprattutto il risultato di belle amicizie come la tua".

            Nel mio ricordo di Roberto Minervini - un ricordo “a posteriori”,  fatto di ciò che dì lui ho letto e che su di lui mi ha raccontato ed ancora mi racconta Anna Maria - queste immagini sono una presenza essenziale come le statuine, i busti, le teste, le maschere di Pulcinella che lei creava e che gli piacevano tanto: fu il padre a trasmetterle questa adorabile mania, oggi coltivata nella casa al Vomero in cui libri,  fotografie e Pulcinella hanno rubato lo spazio a qualunque altro oggetto. Lo stesso attaccamento dì Minervini alle lettere di Peppino De Filippo era dovuto anche al fatto che in esse c'era sempre una immagine di Pulcinella.

         Di certo, qualcuno osserverà che di questa pur innocua superstizione avrei dovuto tacere: ma si sa, “il cretino - come diceva lui - è più pericoloso del delinquente, perché il delinquente, almeno, ogni tanto si riposa".

                                                             

                                                                         Mario Pagano   

      

napoliontheroad          napoliontheroad          napoliontheroad