I “giochi storici napoletani”

di Paolo Izzo

Nota  di Mario Pagano

Secondo Friedrich von Schiller, l’uomo è veramente uomo soltanto quando gioca. Ma a quale tipo di gioco pensava  Schiller, nel formulare questa riflessione? Sul gioco si sono espressi  sociologi,psicologi, filosofi, letterati.Celebre è una considerazione di  Johan Huizinga sul principio del gioco: “un connaturato di sogno di ‘esser causa’ o di esser capace di qualche cosa”.  Sul binomio gioco-Napoli ha scritto un passo essenziale Matilde Serao,parlando del “grande sogno di felicità che il popolo napoletano rifà ogni settimana, vivendo per sei giorni in una speranza crescente, invadente, che si allarga, esce dai confini della vita reale”. La maggior parte di costoro, dunque, vi si riferisce  come ad una gara  retta da norme riconosciute ed accettate dai  giocatori, che vincono o perdono in ragione della loro abilità o della loro fortuna:esempio classico, ovvio, le carte ( o il lotto, cui allude chiaramente la Serao ).

Ecco, invece, un libro sui giochi di strada napoletani, “quelli semplici, alla buona, con i quali i nostri nonni (e forse anche qualcuno di quelli che stanno in questo momento leggendo) hanno accompagnato la loro infanzia”. Ne è autore Paolo Izzo, che li ha individuati ed esaminati, come precisa il sottotitolo, “ in sette secoli di letteratura napoletana”

“Un signore d’altri tempi (però giovane) che si diletta di ricerche di biblioteca e ama la bella editoria”: così Stella Cervasio, su “la Repubblica” del 4 novembre u.s., descrive Paolo, che io conosco da anni e del quale difficilmente penso che potrebbe darsi un’immagine più felice. La “Stamperia del Valentino”, editrice del volume,adorata creatura cui può chiedere tutto e di tutto, è costituita da lui e da lui solo.Ciò che ne pretende, mai gli sarebbe consentito nemmeno  sperare da un editore altro da sé stesso: chi lo frequenta sa quanto tempo e quanta cura sia disposto a spendere -  per parlare solo di dettagli - su un titolo, sul colore o sui fregi di una copertina, sul corpo di una nota.

Appena l’anno scorso la “Stamperia” ha pubblicato la sua opera prima, “Le uova dell’Angelo”,dedicato agli Accademici napoletani e che Izzo inquadra in un suo “generale intento di ricostruire la storica centralità di Napoli dando voce alle minoranze culturali”.

Un paio di righe è ben il caso di riservare alla sua predilezione per l’uovo come immagine e come concetto. Oltre ad essere presente nel titolo del suo primo scritto,l’uovo è il logo della Stamperia, ed ancora l’uovo è nella misteriosa epigrafe: “Ovo mira novo sic ovo non tuber ovo / Dorica castra cluens tutor temerare timeto” che sembra campeggiasse diversi secoli fa  sul portone  del Castel dell’Ovo ed è rintracciabile in Bartolomeo Capasso: cose cui accenno con timore e tremore, poiché la conoscenza che ha Paolo di tutto quanto riguarda Napoli mi fa muovere con estrema cautela anche  quando riporto notizie da lui stesso sentite (chi si ripara dietro il relata refero dev’essere sicuro di referre esattamente,altrimenti fa torto al relator e alla verità).

 Poiché rientro  di sicuro nella categoria di lettori che non sono nonni ma egualmente hanno conosciuto molti dei giochi riportati nel libro,ve li ho ritrovati, tuttavia, descritti con grande precisione ma spesso contraddistinti da nomi che mi erano, allora, ignoti ed inimmaginabili; ho potuto ricostruire parola per parola  filastrocche delle quali storpiavo i versi perché, all’epoca, la mia, la nostra preoccupazione non era certo quella della fedeltà ad un testo che nessuno era in grado di recitare esattamente; ho di colpo afferrato la insospettata corrispondenza fra termini dialettali e termini in lingua.Chi mai è andato oltre il secondo verso di “Pizzi pizzi Tranculo / E la morte di San Tranculo”? O ha supposto che, quando qualcuno tronca una discussione in cui sospetta che un suo interlocutore voglia tergiversare, e dice:”E va bbuono, jucammo a bienetenne!”, sta alludendo al nascondino,cioè sta accusando l’altro di celarglisi per evitare una leale disamina dei fatti?

Un capitolo a parte, perché l’argomento esula dall’àmbito del libro, è quello del gioco d’azzardo ed anche qui, benché privi di esperienze dirette, ci imbattiamo in termini che non ci suonano nuovi, il più affascinante dei quali è la bonafficiata , cioè la riffa,il sorteggio che faceva vincere la posta, che generalmente consisteva in generi alimentari ma talvolta in stoffe pregiate o addirittura gioielli: un’antica forma di lotteria risalente ad epoca rinascimentale, oggi ricordata, come rileva l’autore, da una Via e da un Vico Bonafficiata Vecchia, nel Quartiere Montecalvario. A questo punto mi sia consentita una piccola nota personale: negli anni Quaranta, abitando nei pressi dell’Orientale, sentivo spesso gli anziani della zona riferire anche ad una stradina chiamata Pallonetto a Santa Chiara la denominazione di Bonafficiata Vecchia e scopersi poi che al numero civico 28 di questo Pallonetto aveva avuto sede l’amministrazione del vero e proprio Lotto intorno a metà Ottocento (evidentemente, c’era stata lì una ricevitoria della precedente forma di lotto, risalente al secolo XVIII). Quanto al vocabolo,bonafficiata era la sequenza di cinque numeri che, dopo l’estrazione, veniva afficciata,vale a dire affissa sulla soglia delle ricevitorie. 

Tra le fonti principali alle quali attinge Izzo, accanto ad autori  del XIV secolo, come Giovanni Villani e il Boccaccio,troviamo Francesco De Bourcard e Raffaele Viviani; in mezzo, Giordano Bruno, Filippo Sgruttendio, il Velardiniello, Giambattista Basile, Marcantonio Perillo.In ottima compagnia è dunque nientemeno che Virgilio,un Virgilio napoletano che  “accompagnò il popolo nel passaggio tra i culti pagani e quelli cristiani, assurgendo al rango di genius loci, e finanche a quello di santo laico”: così Izzo, che si diverte poi ad elencare una serie di napoletanissimi guai che avrebbero offerto al poeta l’occasione di dimostrare la potenza del suo intervento salvifico: epidemie, eruzioni del Vesuvio, invasione di mosche pericolose(per le loro punture) e di cicale moleste (per il loro canto). Nordico,e pertanto assai più rapido di San Gennaro,Virgilio non ebbe bisogno che di due sole notti per scavare la galleria verso Fuorigrotta e per erigere il Castel dell’Ovo. Che c’entri tutto ciò con i giochi, lo scopriamo alla fine del sapido panegirico che ci  conferma il sospetto che Izzo sia un umorista travestito da storico: a Virgilio si deve l’invenzione del gioco (di strada) a premi detto “La carbonara” di cui così scrive il Galiani: “Et hebbe principio lo dicto joco dalo menare de li cetrangoli, a lo quale da po’ successe lo menare de le prete, et po’ ad macze; ma stavano col capo coperto con bacinetti, et ermi di coiro”.

 “Tipi di gioco diversi - rileva Izzo nell’introduzione -  attestavano l’appartenenza a diverse classi sociali di coloro che li praticavano”. A confermare questa osservazione basterebbero due stampe, riprodotte nelle ultime pagine una affianco all’altra e raffiguranti rispettivamente “Il gioco del cane”, con eleganti damine e cavalieri intenti ad ammirare le evoluzioni di un cane che salta attraverso un cerchio, e  “Il franfelliccaro”, con un lacero e scalzo  venditore di zuccherini caramellati. Si sarebbe tentati di verificare se, ora che vestiamo tutti più o meno allo stesso modo - ricchi e meno ricchi, giovani e non più tanto giovani – perduri l’esattezza di una regola del genere, per potere confermare o eventualmente  negare che nihil sia sub sole novi. Ma questa ricerca sarebbe una fatica sprecata, perché non solo è scomparsa quanto meno l’apparenza della diversità sociale:  sono scomparsi pure i giochi di strada. O ancora no?

 

Mario Pagano

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