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di Mario Pagano |
Allorché
il 26 febbraio, nella neobattezzata Saletta Verde della “Guida”di via
Merliani, introdotto da Serena Gaudino e Marisa Pumpo Pica, Enzo Gragnaniello ha
cominciato a parlare del suo libro,
“Cosa vuoi di più?”(Guida
Ed.), nemmeno io mi aspettavo di scoprire gran che sotto la dura scorza di un
cantante che appare a molti solo voce ed istinto.
In realtà, Gragnaniello è uomo,
prima che artista, di forte personalità, ed è stato capace di toccare, nel
poco tempo che si riservato, tèmi come Dio, l’amore, il destino,
l’ingiustizia del mondo, senza mai sentirsi in imbarazzo ma mettendovi,
invece, quelli che forse speravano di vederlo in difficoltà con i congiuntivi
o, peggio, con tanti concetti che, secondo loro, erano troppo più grandi di
lui. Ma lui i suoi concetti li ha
padroneggiati e, quanto ai congiuntivi, è vero, non li ha sbagliati perché
li usa poco, ma quando ha raccontato di avere perso l’amore di una ragazza
scappata via vedendolo alle prese con la chitarra - perché non
era più il macho annunziato dal suo aspetto
- , quello era un racconto
degno di Giuseppe Marotta.
Certo, ha detto stronzo e fotte, e
una volta ha usato un termine dei Quartieri nei quali è cresciuto,
incomprensibili a gente abituata a
Di Giacomo e che forse è leggermente infastidita anche da Viviani.
Ma personalmente, mi ha ricordato
uno di quei vecchi compagni di scuola che ognuno di noi ha lasciato dietro di sé,
bocciati un anno dopo l’altro e poi spariti, che un giorno incontri per caso e
ti rivelano una tale, inimmaginabile ricchezza d’intelletto, che ti rammarichi
di non essergli stato amico, prigioniero com’eri del razzismo del secchione.