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Intervista al Professor Aldo De Gioia a cura di Mario Pagano
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Aldo De
Gioia
Storico, pedagogista e poeta, Aldo De Gioia è
figura assai nota a chi segue le vicende non sempre incoraggianti della cultura
napoletana, per la sua intensa attività di studioso e di organizzatore di
quella cultura. Allievo di Antonio Altamura, collaboratore di “National
Geographic” e – per il progetto “Napoli 2000” – dell’Università di
Los Angeles, membro della Commissione Toponomastica del Comune, De Gioia ha già
pubblicato numerosi libri ( fra i quali “ Memorie che hanno fatto la storia
“, “ Montelungo “, “ Attimi “, Napoli dei misteri “ ). Esce ora –
per i tipi della RCE Edizioni – questa sua ottava fatica, “ Frammenti di
Napoli “, in cui, dalla sua fondazione al 1944, la millenaria storia di
Napoli, viene da lui ripercorsa con fedeltà di ricercatore e devozione di figlio. Egli ci
“racconta” la città più che le sue vicende, ricordando con pari nostalgia
una biblioteca o una pasticceria, una testata giornalistica o una canzone, tutto
essendo, ai suoi occhi, meritevole di uno sguardo affettuoso che indaghi e
ricostruisca.
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ALDO DE GIOIA
FRAMMENTI DI NAPOLI R.C.E. edizioni |
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R: Napoli, nonostante i problemi che si ritrova, è sempre un tocco di delicata
pittura. Nelle strade, tra gente e autoveicoli, giunge il riverbero di cose antiche
Parlano palazzi, monumenti, chiese, strade, vicoli, negozi. In questo clima
affiorano passioni, miserie, guai, allegria e la nostra filosofia proverbiale:
”Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato “.
D: A quale anno della sua infanzia risale il primo
ricordo che lei conserva di un
angolo di Napoli che abbia colpito la sua fantasia di bambino?
R: Fu a Posillipo, avevo quattro anni. Era
d’estate, lungo la Via di Coroglio,
tornavo dal mare con la mia famiglia. Ad un tratto mi volsi a guardare il
tramonto, mi sembrò di stare sospeso nel cielo turchino. Cominciai a
correre,
credetti di volare, mi sentii felice.
D: Qual è la cosa più bella che ha cambiato
Napoli in questi anni?
R: Negli ultimi cinquant’anni Napoli è cambiata
notevolmente, specie con
l’avvento della tecnologia. La napoletanità, quella vera, ne ha molto
risentito
ed è stata sopraffatta dalla prepotenza e dall’abusivismo, a tutti i
livelli, che
sono le correnti emergenti del nuovo modo di essere. L’unica cosa bella
che
potrebbe cambiare Napoli è la scoperta della sua storia, da sempre
relegata nel
dimenticatoio.
D: Se dovesse imprigionare in un’unica immagine
simbolica la sua città, quale
sarebbe quest’immagine?
R: Il sole, che ha asciugato molte lacrime di noi
napoletani.
D: Secondo lei, Napoli ha conservato la sua anima
o ha mantenuto soltanto
l’esteriorità del suo modo di essere?
R: L’anima napoletana è immensa, come la sua
storia. Deve, tuttavia, recuperare i
valori perduti, dispersi dai veleni del consumismo.
D: Una domanda allo studioso di toponomastica.
Gino Doria scrisse che i nomi
delle strade sono “uno stimolo a ricordare storicamente, a rivivere con
più o
meno senso critico, con maggiore o minore nostalgia, la nostra storia”.
Lei pensa che la toponomastica napoletana assolve a questa funzione?
R: Certamente, io stesso faccio parte di questa
Commissione e posso assicurare che
abbiamo sempre operato in tale direzione.