ANNA CAPPELLI

di Annibale Ruccello

con Donatella Liotta
al flauto Sebastiano Nanè
regia Mario Mattia Giorgetti






IN SCENA DAL 29 APRILE AL 2 MAGGIO 2010

In scena dal 29 aprile al 2 maggio, presso il Teatro Instabile di Napoli, "Anna Cappelli" di Annibale Ruccello diretto da Mario Mattia Giorgetti. Protagonista di una calda e sanguigna interpretazione, nel ruolo di Anna Cappelli, Donatella Liotta. A scandire il drammatico scorrere degli eventi l´accompagnamento del flauto eseguito dal maestro Sebastiano Nanè.

"Anna Cappelli", quasi presaga del nefasto destino dell´autore che perse prematuramente la sua giovane vita in un drammatico incidente (1986), chiude il ciclo di una produzione ricca e innovativa firmata da Annibale Ruccello. Il drammaturgo napoletano (originario di Castellammare di Stabia), laureato in antropologia culturale e particolarmente dedito alla riscoperta della cultura popolare della Campania sulla scia di quanto Roberto De Simone stava già realizzando con la Nuova Compagnia di Canto Popolare, sin dai suoi primi lavori teatrali ha portato in scena le sfumature dell´anima popolare. Anime vaganti di personaggi apparentemente banali e, spesso, relegati ai margini del vivere sociale che, proprio per questo, hanno qualcosa da raccontare, da urlare. Lo stesso autore sottolineava il fatto di voler  raccontare storie di gente "comunissima, possibilmente incline a diventare patetica, straziante. Ma per una sorta di terrore a nutrire o a destare pietà mi piace coglierla in un momento estremo della loro esistenza, quando a prescindere dalle loro stesse intenzioni questi personaggi sono costretti a compiere una scelta importante, un gesto eroico o atroce. Per cui si trasformano in personaggi grotteschi o mostruosi, spesso odiosi e insopportabili, comunque sempre meglio che pietosi. E mi piacciono quanto più sono ai margini; relegati, ma non in maniera vistosa (come barboni, criminali e pazzi) bensì in maniera sottile, indistinta. Ed infatti, vivono in quartieri della cultura metropolitana, in provincia, sepolti nella periferia".

E questo è lo spunto per avvicinarsi al dramma di "Anna Cappelli". Attraverso un originale monologo dialogico, suddiviso in sette sequenze, si snoda la tragica storia di una giovane donna che in due anni arriverà a perdere completamente prima la propria identità e poi la stessa vita. Quella di Anna, inizialmente, appare una storia comune a quella di tante altre donne che, nel tentativo di dare un diverso slancio alla propria dimensione di vita, si allontanano dal paese  che non ha più nulla da offrire (in questo caso Orvieto) cercando fortuna in un altro contesto, in una città diversa (in questo caso Latina). La nuova città offre ad Anna un lavoro e la possibilità di rendersi indipendente: ma, dopo due anni di sopravvivenza, la giovane donna sarà costretta a pagare per  quest´indipendenza un prezzo molto alto. Non è facile la vita in una città diversa, in un mondo che non ti appartiene davvero, lontano dagli affetti e dove tutto va conquistato per la prima volta senza neanche avere la certezza di poterlo trattenere per sé in maniera definitiva. La nuova realtà è difficile da conquistare e quella di sempre è ormai perduta (non poco turbamento provoca nell´animo di Anna la perdita della camera dove è cresciuta, quella che ha sempre sentito come una seconda pelle e che la famiglia, per poter ridistribuire gli spazi rimasti con gli altri figli, ha deciso di donare alla sorella più piccola). Anna sente svanire, poco a poco, l´identità che ha sempre avvertito addosso ed è costretta ad imbattersi nella solitudine di nuovi ed angusti spazi: la camera d´affitto e la convivenza coatta con la padrona di casa la soffocano e l´alienano al punto da desiderare con maggiore forza una propria casa, dove poter organizzare se stessa sentendo di appartenersi del tutto.

Ma per una semplice impiegata questa è una vera chimera e la necessità la spinge oltre i confini della propria morale, al punto da accettare la convivenza con un collega che le apre le porte della sua casa regale dalle dodici stanze a patto che non ne conseguano complicazioni né di matrimonio né di figli. Anna lascia alla deriva tutte le sue certezze, tutti gli insegnamenti che credeva giusti, tutti i sogni di una ragazza che ama la vita con semplicità, pur di restare accanto a quest´uomo al quale decide di immolare la propria vita. E senza accorgersene arriva a perdere anche l´ultimo briciolo di dignità alimentando una strana mania di possesso. E´ l´inizio della fine. Il possesso diventa lo strumento per comprendere di esistere, di non essere sepolti nella fossa della più amara solitudine, di non aver perso davvero tutto nell´ambiguo gioco della vita. Anna è ormai vittima di questa pericolosa relazione con il proprio Io e, di fronte al tentativo di abbandono da parte del compagno, si rende protagonista di un´atroce vendetta. Non le basta interrompere la vita dell´uomo che dice di amare, anzi si convince che l´atto d´amore è "appena iniziato" e, pur di possedere fino alla fine quel che resta del suo sentimento malato, si prepara a saziarsi di quelle carni che non sarebbero state più sue. Solo una volta sazia e piena di quell´Amore che ha segnato l´epilogo del suo fallimento, lo raggiunge in quel mondo di morte dove spera di potersi sentire nuovamente unita a lui.

Una storia troppo cruda quella di Anna Cappelli che non può lasciare il pubblico a digiuno del giusto stimolo per indagare se stesso, per scavare un solco nel corposo terreno della psiche umana fino a provare a comprendere  quanto labile sia l´equilibrio cui siamo sottoposti. In verità nulla ci appartiene davvero, ma la nostra umanità non ci consente di avvertirlo.

Grazie Annibale,cantore della fragilità umanamente ambigua di un popolo che troppo spesso ti dimentica!

                                                                                        Alessandra D´Ottone
Napoli, Teatro Instabile, 29 aprile 2010