Il mondo di Umberto Galeota, poeta dimenticato.

 

 

In un precedente articolo pubblicato in luglio, abbiamo tracciato il profilo biografico di Umberto Galeota, poeta, scrittore e saggista napoletano. Ora ci avviciniamo alla sua opera, guardando al “suo” mondo. Egli non frequentò regolarmente scuole ufficiali, ma si formò da autodidatta sui “classici” del passato, da quelli più antichi a quelli che erano in auge ad inizio Novecento, principalmente Pascoli e Carducci. Anche i corsi che seguì liberamente all’Università, senza esservi iscritto, soprattutto quelli tenuti dal Torraca, si ponevano sostanzialmente lungo la direttrice della tradizione. Anche i legami d’amicizia che strinse in quel periodo con scultori, pittori, poeti, scrittori, musicisti, andavano nello stesso senso, come testimonia il suo primo lavoro che pubblicò a vent’anni. Si trattava di un poema intitolato “a Caprera”. Le esperienze di guerra che attraversò da combattente lo avvicinarono al D’Annunzio.

Dopo l’esperienza della guerra, vissuta dal Galeota in maniera eroica, lo troviamo vicepresidente dell’ Associazione nazionale Combattenti, lo incontriamo nelle celebrazioni degli eventi d’arme, alle inaugurazioni di monumenti ai Caduti. Non aderì al fascismo ma anzi si espose come antifascista ottenendone l’ostracismo. La sua poetica risentì ancora per decenni della tematica eroica, come attestano alcuni titoli delle sue opere (“Per la III Armata”, “La Passione del Fante”,  “I canti della Vittoria ”), oppure spesso erano legate a motivi e forme tradizionali (“I discorsi e gli elogi dei santi e dei poeti”, “Preghiera per Giacomo Leopardi”), anche se non mancarono momenti di puro lirismo (come la raccolta “Sete” del 1933).

Nonostante il suo antifascismo, (di cui fa fede ancora l’aver combattuto dopo l’8 settembre nell’isola greca di Lero contro i tedeschi, guadagnandosi una ennesima medaglia), nel dopoguerra non trovò fortuna nemmeno presso la critica ufficiale democratica.

Indubbiamente non gli dovette giovare l’estraneità a militanze politiche, ma a nostro modesto avviso il Galeota fu trascurato anche perché egli, con coerenza, culturalmente continuò a muoversi nel solco della tradizione classica, (la sua poetica è aulica, alata), in un momento culturale in cui le correnti poetiche, artistiche e letterarie, già presenti nel primo Novecento e più fortemente emerse nel secondo dopoguerra, avevano rotto da tempo con la tradizione, per sperimentare altre vie.

Galeota nel dopoguerra produsse ancora opere ispirate da temi eroici  (“Il poema di Lero”, “Il poema dell’Arma Fedele”, “L’Ode a Salvo D’Acquisto”, “Cuore vermiglio su bandiera bianca”), oltre che da spunti intimistici (“Colloqui con mia Madre”). Attorno al 1960 giudicò la narrativa italiana essersi fermata a Giovanni Verga (“Dopo di lui – ebbe a dichiarare – non è nato nessuno, in Italia, che io possa considerare all’altezza della concezione che io ho dello scrittore”). Era decisamente contrario a tutte le deformazioni del gusto pittorico. Non conosceva le parole “disperazione, fallimento, naufragio” e considerava gli “alienati “ degni solo del manicomio. Forse il nocciolo della sua estraneità alle novità culturali e artistiche era il fatto che Umberto Galeota era un uomo fiero vissuto in tempo di crisi.

Scrisse sempre in italiano, tranne il poema “La Processione del SS.Sacramento nell’Ospedale psichiatrico Leonardo Biaanchi”, nel quale disegna, in dialetto, un commovente affresco dell’umanità dolente racchiusa in quel luogo.

Ciò che colpisce e fa riflettere chi visita la casa dove il Galeota ha vissuto la sua giornata terrena e la sua vicenda artistica, è il suo studio. Esso era anche il cenacolo in cui riceveva ed intratteneva i suoi amici, giovani e vecchi, circondato dai ricordi della sua vita, un autentico museo-sacrario, ricco di una quantità veramente impressionante di cimeli, fotografie con dediche, lettere, libri e opere scultoree donategli dagli autori. Lo studio oggi è amorevolmente curato e mantenuto intatto da un suo nipote, e testimonia che il Galeota è stato stimato dai più significativi personaggi che hanno attraversato la vita nazionale, e non solo, di gran parte del Novecento, di molti dei quali Umberto Galeota è stato anche amico. Fra tanti nomi spiccano, (ma ne citiamo solo qualcuno), tre Pontefici, i Re Savoia di turno, Umberto, Amedeo ed Emanuele Filiberto di Savoia, molti Generali, Enrico de Nicola, Gabriele d’Annunzio, Vincenzo Gemito.  E.A.Mario gli dedicò “la Leggenda del Piave”.

L’imponenza quantitativa e qualitativa dei riconoscimenti alla sua opera ci fa riflettere, perché cogliamo in essa una forte contraddizione con la relativamente poca notorietà di cui il Galeota ha goduto. In effetti, di significativo, vinse solo il premio “città di Napoli” del 1948.

Ora, anche se è vero che la sua poetica oggi può essere vista come non attuale, ciò non giustifica l’ignorarlo, perché altrimenti non dovremmo parlare più di nessun artista appena sorgono nuovi modi espressivi che lo superano. Se i contemporanei di Umberto Galeota non ritennero  doversi occupare di lui, prima per ostracismo politico e poi perché il suo mondo poetico andava perdendo di attualità, noi riteniamo che almeno da un punto di vista storico-culturale, la sua opera merita di essere meglio conosciuta.

Antonio La Gala,  23 agosto 2003

  napoliontheroad  napoliontheroad  napoliontheroad