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Attilio
Pratella, la vita.
Mi
propongo di dedicare a questo pittore, uno fra i più noti pittori che
hanno operato a Napoli fra fine Ottocento e nella prima metà del
Novecento, due articoli, uno in cui racconto l'uomo, le sue vicende
biografiche, ed un altro in cui tratteggio l'artista. I giorni e le
opere. Il presente articolo è quello dedicato ai "giorni"
Romagnolo
di nascita, Attilio Pratella fu
pittore napoletano d'elezione e di tendenze.
Nacque
a Lugo di Ravenna nel 1856. Fin
da giovanissimo manifestò inclinazione e talento per le arti
figurative e doti di lavoratore instancabile: restava da solo nella
scuola per continuare negli esercizi di pittura; a 16 anni illustrò
un libro di chirurgia per un medico di Bologna e rifece i quadri di un
negozio di barbiere perché gli sembravano brutti. Nel 1877 il Comune
di Lugo, viste le sue inclinazioni artistiche, gli assegnò una borsa
di studio per frequentare l'Accademia delle Belle Arti di Bologna. Qui
conobbe Giovanni Pascoli, per il quale illustrò il primo libro di
versi Myricae pubblicato da
Zanichelli.
A
Bologna si parlava molto dei pittori napoletani di allora: Palizzi,
Morelli, Michetti, Dalbono. Un suo compagno di studi, il palermitano
Rocco Lentini, che
lavorava per un antiquario napoletano, lo esortava a recarsi a Napoli.
Ottenuta un'altra borsa di studio nel 1880, Pratella decise di passare
all'Accademia napoletana. Sebbene fosse di carattere schivo e sebbene
il passaggio dalla Romagna a Napoli gli presentasse qualche problema
di adattamento, un pò alla volta entrò in rapporti di amicizia con
altri coetanei, fra cui in particolare Gaetano Esposito e Vincenzo
Migliaro. Alloggiò prima in una camera mobiliata nei Guantai Vecchi,
poi passò al Pallonetto di Santa Lucia e poi ancora nel vicino Hotel
de Russie.
Poco
dopo il Comune di Lugo non gli rinnovò la borsa di studio, forse per
ritorsione verso un suo fratello che si era schierato politicamente
fra i "repubblicani intemperanti". Rimasto senza borsa di
studio e quindi a corto di risorse, Pratella dovette lasciare
l'Accademia. Dopo un tentativo di trovare lavoro come aiuto scenografo
presso un pittore di Palermo, tentativo che gli procurò solo mal di
mare per il viaggio, Pratella decise di restare
a Napoli, pur prevedendo le difficoltà economiche che lo
attendevano.
Trovò
nuovo alloggio in un terraneo vicino al cimitero di Poggioreale, usato
prima come sala anatomica e poi come deposito di bare. Per vivere si
presentò all'antiquario Varelli per cui lavorava il suo compagno di
studio bolognese, Lentini, mostrandogli i suoi acquerelli. Vedendoli,
l' antiquario ebbe l'idea di fargli dipingere ceramiche ad imitazione
di quelle antiche di Capodimonte, lavoro che non soddisfaceva Pratella
per niente. Alla ricerca di altre soluzioni, nel frattempo egli aveva
convinto il proprietario di una nota pasticceria di Napoli di
sostituire le bomboniere con scatole di legno sulle quali dipingere
vedute, scene popolari, costumi. Queste scatole dipinte da Pratella in
quel periodo oggi sono delle autentiche rarità d'antiquariato.
L'idea
di dipingere quel tipo di scene piacque a Cesare Cacciapuoti, titolare
di una fabbrica di ceramiche al Ponte della Maddalena, che stava
sperimentando smalti e metodi di cottura che rendevano i colori
migliori ed inalterabili. Pratella accettò l'offerta che gli offriva
il Cacciapuoti di dipingere le sue ceramiche. Questi, contento del
lavoro di Pratella, gli organizzava "mostre delle Ceramiche
Artistiche Pratella" in tutta Italia e all'estero.
Mentre
dipingeva ceramiche Pratella continuava a produrre quadri, fra cui
tavolette, di piacevole fruizione e perciò di facile smercio
commerciale, come prima di lui avevano fatto i pittori della Scuola di
Posillipo e poi faranno altri ancora, compresi i maggiori artisti,
come ad esempio Volpe, Migliaro, Rubens Santoro, Scoppetta, Caprile,
Dalbono. Alcune vedute le faceva riprodurre a colori su cartoline,
come decenni prima usava fare Consalvo Carelli.
Ricordando
in seguito il periodo di ristrettezze economiche Pratella ripeteva la
frase rivoltagli un giorno da Dalbono: "Vaco 'a casa a ffà na
purcarìa pe magnà", cioè "vado a dipingere quadri
scadenti per mangiare". Ma furono le scene paesistiche che egli
dipingeva sulle scatole e sulle ceramiche, un
po’ appunto sullo stile anche di Dalbono, che gli fecero
trovare la sua vena di paesaggista ed a farlo conoscere ed apprezzare,
nonché ad affrancarsi dagli affanni economici. L'occasione d'oro fu
la sua partecipazione alla Promotrice napoletana del 1887. In effetti
fino ad allora l'attività di pittore su commissione per sopravvivere
non gli aveva impedito di partecipare alle esposizioni. Fu proprio da
quel 1887 che iniziò il periodo più ispirato della sua produzione
artistica, durato una tredicina d'anni.
Fra
il 1886 e 87 Pratella alloggiò, assieme a Giuseppe Casciaro, in una
camera mobiliata in Via Foria. Fra i due nacque una solida amicizia e
l'abitudine di andare in giro a dipingere assieme, sulla verde collina
vomerese, ad Ischia, a Capri.
Nel
frattempo accompagnava nei bassifondi di Napoli un amico giornalista e
scrittore, Gaetano Miranda, emulo di Zola e Capuana, illustrandogli
un libro-denuncia che il Miranda stava componendo sulla Napoli
dei sobborghi malfamati, dei vicoli, del folklore, della miseria,
intitolato "Napoli
che muore", pubblicato nel 1889.
A
trentuno anni sposò Annunziata Belmonte, conosciuta nella fabbrica di
ceramiche, figlia di un nobile nonché ex garibaldino romano, anche
lui in difficoltà economiche. Tuttavia la moglie del Pratella dimostrò
uno spirito commerciale del tutto mancante al nostro pittore, dandosi
da fare per vendere i quadri del marito a mercanti e collezionisti.
Dopo
la nascita del primo figlio, Fausto, nel 1888 il pittore venne ad
abitare al Vomero, in Via Luca Giordano.
Casciaro
allora abitava a San Martino: la loro amicizia si consolidò
e diventò abituale per i due recarsi assieme a dipingere
angoli e scorci della
collina e dei suoi dintorni, seguìti ben presto da altri giovani
artisti vomeresi, costituendo così quel gruppo di artisti chiamati
"I vomeresi", di cui parliamo in questa pubblicazione in più
parti.
Era
il Vomero ancora dominato dal verde, dalle osterie, da ogni angolo,
sotto cieli sereni o foschi si dominava l’intero Golfo. Nacquero così
i capolavori di Pratella: La
collina dei Camaldoli, Vico Acitillo, Vomero Vecchio, le tante Salita
Antignano, Il Vento, Acqua di marzo, Giornata di marzo, Vomero con la
neve.
"Il
Vento", un paesaggio burrascoso esposto a Parigi, lanciò
Pratella ai piani alti della pittura europea. Gli procurò l'invito a
far parte della "Società degli Artisti Francesi" e da
allora espose, ogni anno, in tutte le città d'Europa e arrivò
perfino a Buenos Aires.
Per
alcuni anni abitò in Via Belvedere, nella Villa Giordano, dal cui
terrazzo colse alcuni scorci del "Vomero Vecchio", come
quello in cui nel 1894 rappresentò il gioioso gruppo della moglie e
dei figlioletti sul terreno erboso in una incipiente primavera. Agli
inizi degli anni Venti si tresferì definitivamente in Piazzetta
Aniello Falcone al civico 1.
Pratella
amava trascorrere le estati a Capri, dove ad ottantasei anni lo si
vedeva spingersi in punti quasi inaccessibili per riprodurre aspetti
originali, diversi dai Faraglioni o dalle Grotte Azzurre, quei motivi
che anche lui anni prima aveva dipinto per le scatole di caramelle.
Quando
al Vomero i palazzi cominciarono a cresceregli attorno e gli acciacchi
dell'età rendevano sempre meno frequenti le uscite all'aperto,
Pratella, come Casciaro, cominciò ad immalinconirsi. Rimase a
dipingere fino alla fine dei suoi novantatré anni nel chiuso del suo
studio di Piazzetta Aniello Falcone, dalle cui finestre, prima della
crescita dei palazzi circostanti, il pittore aveva tratto più volte
ispirazione.
Negli ultimi anni
della loro vita, pur abitando vicino, Casciaro e Pratella si vedevano
poco, vivendo ognuno chiuso nei propri ricordi, immalinconiti
nel veder scomparire attorno a loro il mondo pittorico che li
aveva ispirati e uniti. L’amicizia fra i due pittori trovò una
testimonianza il giorno prima della morte del Casciaro. Eva Pratella,
la figlia di Attilio, andò a far visita al pittore morente,
portandogli due grossi limoni di Capri, dono del padre.
L'immagine che
accompagna questo articolo è tratta dalla monografia che il critico
d'arte Alfredo Schettini dedicò a Pratella, pubblicata dall'editore
Morano di Napoli, nel 1954.
Antonio la Gala
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