RAVELLO: UNA STORIA

Di Paolo Izzo  

    

Boccaccio, nella sua vulcanica creatività, inserì nel suo Decameron come quarta novella del secondo giorno la storia edificante di Landolfo Ruffolo. Di questo narra che fosse un ricco commerciante. Volendo però moltiplicare le proprie sostanze, impiegò tutti i propri capitali per armare ‘un grandissimo legno’ sul quale caricò varie marcatanzie da portare a Cipro. Giunto che fu in quel porto, lo trovò carico di navi che avevano già scaricato lo stesso genere di merci, saturando il mercato. A quel punto il nostro fu costretto a svendere, diremmo oggi sottocosto, la merce trasportata, se non addirittura a gettarla in mare per liberarsene. Fu così che, per evitare un futuro di indigenze, si trovò costretto a dover scegliere tra il suicidio ed una scappatoia che sul momento dovette apparirgli l’unica valida: rubare a chiunque avesse potuto, per reintegrare le proprie sostanze. Così cedette la propria nave, acquistandone con il ricavato una più piccola e veloce che armò nel migliore dei modi, dedicandosi alla pirateria marina. Boccaccio, forse nel tentativo di rivestire di un velo di accettabilità, o almeno di minimizzare l’operato del suo personaggio, si affrettò a rassicurare che le grassazioni avvenivano soprattutto a danno di navi turche (a quei tempi era lecito squartare gli infedeli, dopo averli uccisi, poiché qualcuno aveva sparso la voce che nelle loro budella fosse possibile trovare pietre preziose. Strano modo di legalizzare un eccidio).

Quando si rese conto di aver più che raddoppiato il proprio patrimonio iniziale (oh continenza!) decise di ritirarsi dagli affari e, trasformata prontamente la propria nave corsara in barca da crociera, fece rotta – felice - verso casa. Durante il tragitto una tempesta lo costrinse a riparare in un’insenatura naturale. Stessa idea ebbero i comandanti di due Cocche genovesi che, riconosciuto l’occupante della piccola barca, non esitarono a trarlo in prigionia appropriandosi di tutti i suoi averi. Landolfo è di nuovo in rovina. Ma ecco – e c’è una giustizia anche tra ladri – che la tempesta distrugge le navi genovesi. L’unico a salvarsi è proprio Landolfo che raggiunge Corfù aggrappato ad una cassa che poi scopre piena di pietre preziose. Ricuperate dunque nuove ricchezze pari a quelle perse e gratificati i magnanimi che avevano contribuito alla salvazione del nostro, la storia termina nella soddisfazione generale. Fin qui la novella. Ma sembra che il racconto non sia del tutto inventato. Esisterebbero rispondenze ad una realtà della quale lo stesso Boccaccio (in visita a Ravello al seguito di Roberto d’Anjou - il Saggio) è sicuramente entrato a conoscenza. Francis Nevile Reid (*), dopo aver constatato che negli annali ravellesi non vi sarebbe traccia di un Landolfo Rufolo, ha cura di rilevare la sostanziale somiglianza della storia con quella vissuta da un membro effettivo dell’importante famiglia: Lorenzo, figlio di Matteo ed Angela della Marra. Costui, facoltoso commerciante insieme al proprio fratello come il fantomatico Landolfo, fu realmente costretto a liquidare le proprie mercanzie per fronteggiare un tracollo (si trovava però in Puglia e non a Cipro). Poiché i fratelli erano in cordiali rapporti con il re Carlo, questi dette loro la possibilità di risalire la china, affidando ad essi il governatorato ed il capitanato del porto di Barletta, nonché il diritto di ‘riscuotere i dazi nella Terra di Lavoro e negli Abruzzi’. Ecco ora un’altra analogia con il racconto boccaccesco: i due fratelli ‘gonfiano’ i balzelli per affrettare il tempo del ricupero, dopodiché anch’essi si ritrovano in condizioni ben più floride di quelle di partenza. Il popolo dei ‘contribuenti’ arrivò però ad odiare a tal punto gli affamatori, da denunziarli al principe di Salerno, Carlo, che in seguito sarebbe divenuto re con il nome di Carlo II.

Tutto questo sfociò, nel 1283 in un’accusa di tradimento a carico dei due fratelli, tradimento verso il loro paese, e vennero incolpati di complicità nella rivolta dei Vespri Siciliani (scoppiati il 31 marzo 1282), quindi destituiti. Tutto si risolse, con sospetta celerità, previo versamento di 16.000 once d’oro alle casse del Re, ed una nave stipata di grano. Immediatamente i reprobi furono reintegrati nelle loro dignità, ma questo frangente procurò alle famiglie Rufolo e Della Marra un tal salasso finanziario da non consentire loro alcuna possibilità di ripresa. Il Reid azzarda un’ipotesi, avvalorata dal fatto che i Rufolo avevano basato la propria fortuna con la fedeltà al re, e difficilmente avrebbero potuto architettare un voltafaccia come questo: vista la velocità con la quale la famiglia rientrò nella grazia del re, pare si sia trattato di una di una manovra ‘statale’ per confiscare le loro ricchezze.

Dopo settecento e passa anni, è impressionante come il racconto continui ad essere sempre e soltanto racconto, e la realtà sempre sé stessa: tragica realtà!

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(*) Francis Nevile Reid, Ravello, Ed. Labirinto, 1997 con introduzione di Gore Vidal. (Pgg. 42, segg.)