“LA NAPOLI CHE LUCCICA E LA NAPOLI PERDUTA”, un’intervista a tre voci legate alla metropoli delle copertine dello ‘scandalo’ sociale.

 

ANTONELLA CILENTO

MICHELE SERIO

MASSIMILIANO AMATO

L’idea di questa intervista incrociata, nasce dalla necessità di dare voce agli “operatori culturali”, nella fattispecie, scrittore, opinionista e giornalista e alla realtà delle cose valutate e vissute ‘dal di dentro’, ovvero, da chi vive e lavora nelle Napoli de L’Espresso, Bocca, Gomorra. Il microfono è stato dato a voci che hanno in comune il loro impegno intellettuale e letterario-civile sul territorio, rosso politicamente e rosso perché spesso insanguinato dai tiri dei cecchini dei boss della mala. Ho scelto tre figure diverse tra loro, ma imparentate dall’ espressione per inchiostri, per un servizio molto ampio, le cui risposte danno l’idea di reportage su i vari paesaggi sociali. Due gli elementi in comune: residenza e interesse-amore per la terra natia, che li fa rientrare nella categoria “cervelli non fuggiti via”, perché Napoli non è solo “munnezza” e criminalità, e presenza sullo scaffale con titoli che sono strettamente legati alla mala vita,  e alla città, nei quali attraversano lo spazio del territorio campano con tre distinte chiavi di lettura, testimonianza di umori simili ma diversi al contempo.

Cilento, Serio, Amato, tre nomi e tre personaggi attenti all’attualità dei fenomeni che ringrazio vivamente per essersi sottoposti a questa mia iniziativa stile “IENE”.

Unica avvertenza, prima di iniziarne la lettura, è che si tratta di un lungo testo, proprio perché esente da ogni tipo di censura, rilegando il mio compito a quello di semplice ambasciatore.

 

 

Foto e Intervista di Francesca Ferrara

 

v    Parlare della città che da più di un mese è sotto i riflettori dei media nazionali appare un paradosso, un superfluo, ma in questo ‘buio’  fatto di luci spente dalla malavita organizzata e dai problemi fisiologici di sempre, come ad esempio lo smaltimento dei rifiuti, c’è qualcosa che splende di luce propria nella city?

 

Ø      ANTONELLA CILENTO: La città ha una sua storia e una sua bellezza talmente forti che anche nei  momenti più bui brilla, ma è evidente che, al di là di occasioni più o meno recenti, più o meno  sanguinose, "Napoli sul  mare  luccica" è un titolo ironico, che si fa beffe dei luoghi comuni e di una  città che certo non risplende più come nei suoi momenti di massima gloria, negli ultimi decenni del XIX secolo. Di luce propria splendono alcuni luoghi, nonostante i napoletani li ignorino, le chiese abbandonate, i siti archeologici, ma anche le strade nella loro immensa e fagocitante sovrapposizione di epoche e di stili. La città mi appare come un immenso  corpo di cui noi siamo solo parassiti o cellule che contribuiscono a una vita eterna e camaleontica di  cui abbiamo solo una minima percezione. Di mostri simili bisognerebbe avere più rispetto, conoscenza e consapevolezza. I napoletani  non luccicano, spesso e volentieri, ma Napoli sì.

Ø      MICHELE SERIO: Il clima. A Napoli c’è il sole e il caldo almeno per otto mesi all’anno. E poi c’è il cibo. A Napoli si mangia benissimo. Più nelle case private che nei ristoranti, in verità. Però è già tanto. E poi ci sono i comici, a Napoli ne operano tantissimi, uno più bravo dell’altro. E’ forse il posto del mondo dove, in assoluto è più facile ridere. E poi c’é la musica, interessante e varia, unica al mondo. E poi c’è un centro storico vivo, tumultuoso, non imbalsamato né ridotto a un museo a cielo aperto come quelli di altre città d’arte come Firenze e Venezia. E poi c’è lo stile di vita dei napoletani che rimane energico, strafottente, ricco di vitalità. E poi ci sono i monumenti, i panorami, le ragazze (splendide), e poi…

Ø      MASSIMILIANO AMATO: Mi ha molto colpito una dichiarazione dell’avvocato Gerardo Marotta, presidente dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici: “Adesso – ha detto – non riaprirei più il portone di Palazzo Serra di Cassano”. Il gesto dell’anziano giacobino che ammaina l’ultimo simbolo della ripresa civica di Napoli (lasciamo stare il Rinascimento: è un termine che non mi è mai piaciuto per una serie di motivi) condensa in sé tutti gli elementi della crisi napoletana: la cultura che autocertifica la propria incapacità di dare risposte al vuoto in cui la città galleggia, la sua resa più o meno definitiva (a proposito: che ne è degli “Stati generali” pomposamente convocati due anni fa?), la mancanza di qualsiasi speranza/progetto riferibile al futuro. Perché è di questo che parliamo: la camorra, l’immondizia, la microcriminalità e la cultura diffusa dell’illegalità sono i corollari più immediatamente riconoscibili di un generale processo di disgregazione valoriale che non è nato certo con le ultime guerre di camorra. E’ un’altra fiammella che si spegne, per stare dentro la  tua metafora. Ma può rappresentare anche un elettrochoc salutare. Per il resto Napoli brilla di luce propria, a prescindere dalle mille emergenze che l’assediano. L’immagine del “paradiso abitato da diavoli”, ancorché frusta e datata, resiste come unica rappresentazione credibile. In realtà bisognerebbe tener conto di un dato: quella di Napoli è la più grande area metropolitana del Sud Italia, che è come dire dell’intero mezzogiorno d’Europa. Napoli è un “attrattore naturale” di tutti gli squilibri  “di area vasta”. Sono problemi comuni a tutte le aree metropolitane del mondo, rispetto ai quali ho  paura che le risposte degli Stati nazionali (intesi nel senso otto e novecentesco del termine) siano ineluttabilmente destinate a rimanere insufficienti. Non ho mai creduto ad uno “specifico napoletano”, non sono disposto a cambiare idea adesso.

 

v    Le istituzioni parlano di una stampa che infanga la reputazione dei napoletani. Non appare questa forma di difesa come una sdrammatizzazione della gravità dei fatti che capovolge il punto di vista, negando non solo l’oggettività delle cose  e ai media, locali e nazionali, di raccontare le cose così come stanno?

 

Ø      ANTONELLA CILENTO: Sì, non si può diminuire l'entità dei danni prodotti da decenni di mal governo. Tuttavia, i media si alimentano come Leviatani di ogni più piccola immondizia, amplificando il male, che nella città è  perenne, per avere notizie. Bisogna in questo momento diffidare delle Istituzioni che fingono come dei media che amplificano o  inventano, la realtà è sotto i nostri occhi ed è nel mezzo. E' spaventosa e va guardata senza  occhiali scuri.

Ø      MICHELE SERIO: Napoli è sempre la stessa da almeno mille anni. La novità è costituita dall’indulto che ha tirato fuori di gale migliaia di criminali, pronti a delinquere

Ø      MASSIMILIANO AMATO: Le istituzioni fanno la loro parte: cos’altro dovrebbero fare? Da giornalista, posso tranquillamente affermare di non conoscere lo strumento dell’autocensura. mi sono mai sentito condizionato (come, del resto, la stragrande maggioranza dei miei colleghi) dalle difese d’ufficio della “reputazione dei napoletani”. Insomma, se tentativo di “distrazione” c’è stato, è miseramente naufragato: Napoli è stabilmente in prima pagina  su  tutti i giornali del mondo, ormai. Con un accanimento talvolta perfino ingenuo: ma davvero pensiamo che Napoli stia attraversando adesso il periodo più buio della sua storia?

 

v    Molti sono i testi che parlano di Camorra e criminalità pubblicati ultimamente. “Napoli Criminale” di Bruno De Stefano racconta storicamente e giornalisticamente dagli anni ’50 ad oggi,  i fatti e i luoghi di Camorra, però a dare impulso ad un meccanismo di allerta intellettuale e sociale  è stato un altro testo uscito pochi mesi prima. Quanto ha fatto bene, o male,  alla città il best seller di Roberto Saviano?

 

Ø      ANTONELLA CILENTO: Un libro non fa bene male, denunzia o svela semmai una condizione. E' sorprendente che sia servito un libro a ricordarci ciò che viviamo tutti i giorni e che ora ci sia bisogno di un martire: una società che necessita di martiri per svelare verità di cui tutti siamo parzialmente colpevoli e, in ogni caso, del tutto responsabili non è una società civile. Non è una società civile una società che non legge i giornali e finge di ignorare la realtà, che scopre di essere ammalata come se non lo sapesse da sempre. Questa collettiva miopia mi spaventa e che il male diventi best seller è cosa che mi inquieta. Del libro di Roberto non ho apprezzato, e gliel'ho detto, la finzione mescolata alla realtà e l'ammirazione sotterranea e mitologica per i cattivi soggetti che giustamente denunzia e racconta. Resta tuttavia un'operazione coraggiosa, ma ripeto: adesso non bisogna nascondersi dietro Saviano, le responsabilità sono collettive e non da oggi da ieri.

Ø      MICHELE SERIO: Ha significato regalare un alibi a intellettuali, politici, imprenditori, borghesi disonesti: il male sono i camorristi, noi siamo i buoni sembra affermare, suo malgrado, il buon Saviano. Invece, a mio parere, c’è , quanto meno, concorso di colpa.

Ø      MASSIMILIANO AMATO: Non so se tra i compiti della scrittura ci sia quello di far bene o di nuocere al contesto da cui trae alimento e ispirazione. Almeno credo che nessuno di noi, quando scrive, si ponga questo problema. “Gomorra” è un caso a parte, perché inaugura uno spaccato letterario e cronistico che, per quanti sforzi faccia, non riesco ancora a mettere a fuoco. E’ un mio limite, probabilmente. Mi sfugge il contributo di comprensione che può derivare da un libro il cui livello di attendibilità complessivo  appare abbastanza basso. Mi spiego: il problema, di fronte a Gomorra, è quello di accertare il suo coefficiente reale di verità, o di verosimiglianza. Nel dubbio, rilancio e amplio la tua domanda: era proprio di questo, cioè di un libro come Gomorra, che Napoli aveva bisogno per acquisire piena consapevolezza dello stato in cui si trova? Confesso di non avere una risposta. O forse ce l’ho, ma ho timore di essere frainteso, e allora la tengo  per me. Tira una brutta aria per chi non riesce a riconoscersi in tanto, dilagante, professionismo dell’anticamorra: a dissociarsi dal coro del politically correct, come minimo si corre il rischio di passare per fiancheggiatore dei clan. Trovo molto più interessante il lavoro di De Stefano, non foss’altro perché basato su fonti documentarie certe. 

 

v    Si può parlare di “storia che si ripete”. Anche nel 2004, il mese di gennaio fu uno dei più insanguinati grazie alle faide dei clan camorristi. Oggi, l’attenzione del governo è di nuovo su Napoli ripetendo l’operazione “Alto Impatto”, oggi Piano Amato, con l’impiego sul campo di quasi 1000 unità in più delle forze dell’ordine. Napoli, ha una speranza di divenire una città più vivibile?

 

Ø      ANTONELLA CILENTO: L'imposizione della forza, come ogni intervento allopatico e violento, ha una durata sintomatica, efficace forse nei primi effetti ma non modifica la condizione nella sostanza. Bisognerebbe intervenire in maniera più omeopatica, più mirata alle cause di certi eventi, altrimenti si passa dalle braccia abbassate in segno di resa definiva alle braccia armate. Servono altri piani di colloquio ed intervento e maggiore partecipazione di tutti. Napoli è un problema culturale in senso più ampio, riguarda l'ignoranza, le sacche di arricchimento, gli interessi particolari, l'abbandono di una prospettiva di crescita collettiva, la chiusura, le separazioni sociali e molto  altro.

Ø      MICHELE SERIO: E’ ridicolo. Un governo che promulga l’indulto e invia truppe per fare cosa? Per arrestare di nuovo quelli che ha liberato?

Ø      MASSIMILIANO AMATO: Partiamo da un dato, condiviso da tutti gli analisti del fenomeno ormai: la camorra in quanto “organizzazione” in senso stretto quasi non esiste più. Ce lo dicono migliaia di atti d’indagine e processuali, che infatti parlano di “Sistema”. Napoli e la sua provincia sono infestate da bande di gangster in guerra per il controllo del mercato degli stupefacenti. E il gangsterismo, piaccia o meno, è (quasi) solo un problema di ordine pubblico. Cioè, di controllo del territorio da parte dello Stato. Su Napoli la correzione di rotta da parte del governo centrale è nettissima: negli ultimi anni, la città è stata abbandonata al suo destino, considerata l’appendice infetta di un paese sano. Basti pensare al frenetico turn over andato in scena ai vertici di via Medina, dove la permanenza media dei questori è stata di due anni: ad ogni avvicendamento, si è dovuto ripartire da zero nella mappatura della criminalità. O, ancora, alla lunghissima telenovela Cordova, che ha paralizzato per più di due anni la macchina giudiziaria. Sul punto specifico, vorrei essere chiaro: il procuratore Cordova è stato, è e sarà sempre un grande magistrato, un inquirente di razza. Ma a Napoli era entrato in conflitto con tutti i suoi sottoposti: dagli aggiunti all’ultimo dei sostituti. Ne è derivato un braccio di ferro che ha quasi fermato l’orologio delle  indagini, mentre tutt’intorno proliferavano nuove realtà criminali e la città diventava una polveriera. Napoli diventerà più vivibile    quando, alla bonifica sociale ancora tutta da intraprendere, si assoceranno azioni concrete, “poliziesche” nel senso più duro del termine, di contrasto alle gang. L’indulto non ha certo aiutato, anzi. E la nostra confusissima legislazione penale e processuale penale sembra fatta apposta per alimentare l’emergenza Napoli: se non c’è certezza della pena, saranno vani tutti gli sforzi di prevenzione e repressione. Lo sviluppo, da solo, non basta. Sgombriamo il campo da una pericolosissima illusione: quella secondo cui la criminalità si batte solo creando posti di lavoro e nuove opportunità di crescita economica. Tra la camorra che paga 500 euro a settimana il lavoro di semplice “vedetta” sulle piazze di spaccio, e un’azienda che al massimo può offrire un impiego a 1000 euro al mese, non c’è partita.   

 

v     I napoletani: quale la loro responsabilità civile, sociale, intellettuale?

 

Ø      ANTONELLA CILENTO: Come già detto, altissima. La responsabilità è nell'omertà dei più deboli come dei più forti, di chi abita nelle ville e guadagna colludendo con il sistema camorristico, di chi pratica nella vita di ogni giorno clientele, raccomandatissimo, nepotismo e vendita della dignità: questo accade nel nostro Comune, nella nostra Regione, nelle case del Vomero, di Posillipo, della Sanità, di Mergellina... Ovunque. E' una forma di camorra light, così la chiamavo in un mio vecchio libro, Non è il Paradiso, che infastidì molto i signori per bene della città uscendo per Sironi, che coinvolge tutti gli strati sociali trasversalmente. E' una mentalità, un'abitudine a vivere in barba agli altri e a occupare spazi a danno degli altri: dalle auto in terza e quarta fila ai rifiuti lancianti dai finestrini in corsa, dalle mazzette alle consulenze miliardarie. Questo stile di vita più latamente italiano e più specificamente napoletano, conservatore, revanchista e in certi casi anche sottilmente fascista, va eliminato alla radice. Ma essendo un problema culturale è molto difficile da affrontare nelle scuole, nelle case, nelle strade.

Ø      MICHELE SERIO: Ho già spiegato in precedenza che le responsabilità delle classi dominanti sono enormi. Condannano chi non indossa il casco. Ma se uno ha diciott’anni e non intende indossare il casco, non fa niente di male. Se lo beccano, paga la multa. Io mi infilo con l’auto nelle corsie preferenziali quando vado di fretta. Se mi prendono, pago la multa. Condannano le piccole devianze quotidiane perché non vogliono che l’attenzione dei media si focalizzi sulla gestione clientelare del potere, sulle società miste gestite in maniera allegra, sullo scandalo dell’immondizia , su quello della sanità, sulla pessima gestione dell’ordine pubblico. Insomma LORO, non ne fanno una buona, e poi se la prendono con quelli senza casco.

Ø      MASSIMILIANO AMATO: Rispondo lapidariamente: i napoletani continuano ad avere una paura tremenda della modernità. Ce l’hanno sempre avuta perché è questo l’abito mentale che la Storia ha cucito loro addosso. Continuano a difendersene e ad esorcizzarla. E’ la loro debolezza maggiore, che non si trasforma mai, come pure in certi casi potrebbe e dovrebbe accadere, in un punto di forza. Seguendo per il mio giornale i funerali di Mario Merola, ultima rappresentazione in ordine di tempo di questa ultrasecolare avversione, mi veniva in mente che perfino la location di questo stucchevole rito pagano di massa si prestava allo scopo. Piazza Mercato continua, implacabile, a rappresentare il topòs dell’antimodernità: lì è stato giustiziato Corradino di Svevia, fatto a pezzi Masaniello, impiccati o decollati gran parte dei martiri della Repubblica Partenopea, Eleonora Pimentel Fonseca in testa. E’ stata una sensazione forte, quasi un capogiro, e l’ho anche scritto, sfidando l’impopolarità in tempi di beatificazione (anche istituzionale) del “merolismo” e della sua morale, incentrata sull’orrendo ossimoro del “guappo buono”. Ho trovato conforto “razionale” nelle parole del filosofo Aldo Masullo, che voglio ripetere perché mi sembrano illuminanti: “La tragedia di Napoli è sempre stata la napoletanità, costituita da simboli, il mandolino, la pastasciutta, che servono ai deboli, a coloro che non hanno altri segni da esibire. Bisogna abbandonare il passato come ideale di vita, superandolo attraverso un’azione collettiva e democratica che miri al cambiamento”. Messa in questo modo, però, la mia sembra una condanna generica e senza appello. Invece, ci sono settori importanti della società che di questa zavorra si sono liberati, o non ce l’hanno mai avuta. In realtà, hanno le responsabilità più pesanti dell’attuale stato di cose.

 

v    L’Espresso, con le sue copertine adalto impatto’, esagera quando parlano di una città “perduta” a cui si deve dire solo “addio”?

 

Ø      ANTONELLA CILENTO: Dire addio a mio avviso può essere una soluzione personale ma non risolve la questione collettiva. Andarsene non risolve il problema, lascia solo spazio al peggio. Io ho scelto di restare e testimoniare. Solo una rete fatta di persone salva la nave dall'affondare. Preferisco far parte di questa rete che dire addio alla città. Se la si ama veramente si resta. Ma questo non toglie che ogni azione di resistenza non è  infinita...

Ø      MICHELE SERIO: Sì. Anche perché, per quanto mi riguarda,, da Napoli non andrei mai via, per nessuna ragione al mondo. Ci vivo troppo bene

Ø      MASSIMILIANO AMATO: Assolutamente sì. Faccio mio, anzi, l’appello che lo scrittore Marco Salvia ha lanciato dalle colonne de l’Unità: “Torni a Napoli chi ne è scappato”, contro il disperato e disperante “fuijtevenne” di  edoardiana memoria. Venga a darci una mano nel processo di riconquista laica e civile della città chi ancora se la sente. Oppure, come si diceva nei matrimoni di un tempo, taccia per sempre. Mi riferisco a quanti in questi giorni, artisti, “gran borghesi”, intellettuali, hanno pontificato da pulpiti lontani. Spesso facendo solo un esercizio di nostalgia fine a se stesso: sovrapponendo, cioè, la loro arcadica cartolina del Golfo (qualcuna anche più recente, perché riferita al cosiddetto “Rinascimento”) alle immagini dei morti ammazzati per strada e dell’immondizia che raggiunge i piani alti dei palazzi. A parte la sgradevole sensazione di déja vu, non hanno portato un solo contributo serio all’analisi di quello che stava accadendo.   

 

v    Quanto tempo dovrà passare ancora affinché vi sia il ritorno di quella “borghesia illuminata” la cui accusa principale è quella di non esserci alla partecipazione dei processi di sviluppo civile, sociale e culturale? A cosa è dovuta la sua assenza?

 

Ø      ANTONELLA CILENTO: Questa borghesia non esiste da tempo e forse nemmeno mai è esistita. Napoli è fatta di piccolo borghesi poveri o molto ricchi, spesso arricchiti in tempi brevissimi e in modi non sempre del tutto legali. Questo immenso gruppo sociale che stento a definire classe contiene al suo interno persone illuminate ma senza potere e persone prive di qualsiasi visione, incapaci di occuparsi di cose che vadano oltre lo stuoino di casa propria. L'assenza può essere giustificata storicamente, la partecipazione è scarsa ad ogni livello.

Ø      MICHELE SERIO: La borghesia illuminata qui non è mai esistita.

Ø      MASSIMILIANO AMATO: Qui mi ricollego alla domanda sulle responsabilità. Lanciando una provocazione feroce: di quale borghesia vogliamo parlare? Del cascame, assai malridotto, del “patriziato decaduto” cittadino, legato parassitariamente alla rendita fondiaria? Di quella imprenditoriale, che ha vissuto per decenni di provvidenze pubbliche e ha sempre usato lo Stato come un taxi? Di quella intellettuale o delle cosiddette “professioni liberali”, che quando si è trasformata in classe dirigente, in passato, si è distinta solo per una concezione “proprietaria” delle istituzioni, occupandole? Insomma, siamo seri: ma quando mai da queste parti si è attivato un serio processo di formazione di un ceto borghese dinamico, alieno ai compromessi e capace di diventare motore di sviluppo civile, sociale e culturale? Napoli, lo dimostrano gli ultimi quattro secoli della sua storia trimillenaria, è la città più “controriformista” del mondo occidentale: qui l’etica protestante non è mai penetrata. E allora? Vogliamo parlare ancora di borghesia? Piuttosto, il dramma vero è rappresentato dalla definitiva scomparsa dalla scena cittadina di una classe lavoratrice portatrice di una propria etica e di un proprio progetto politico. Il ciclo “operaio” della storia di Napoli è durato pochissimo. Mezzo secolo, o giù di lì: si fosse consolidato, questo processo avrebbe costretto anche la stessa borghesia, o sedicente tale, a cambiare mentalità e atteggiamenti.

 

v    E’ il caso di dire "Napoli siamo Noi” come il titolo del libro di Giorgio Bocca?

 

Ø      ANTONELLA CILENTO: Sì, come già detto sopra.

Ø      MICHELE SERIO: Gli piacerebbe ‘essere come noi’. Ma non potranno mai arrivare ai nostri livelli di espressività, di allegro cinismo, di energia vitale…

Ø      MASSIMILIANO AMATO: E’ il caso di dirlo ribaltando l’impostazione del libro di Bocca: Napoli siamo noi perché Napoli è la rappresentazione più fedele e autentica della decadenza del sistema Italia. E’ per questo che, pur scontata, la definizione di Napoli “questione italiana” per eccellenza, regge a qualsiasi urto con l’esercizio della ragion critica.

 

v     Si può affermare che Napoli non è solo Criminale e non è solo Gomorra?

 

Ø      ANTONELLA CILENTO: Assolutamente. Napoli è una città carica di cultura e di fermenti, di bellezze umane ed artistiche, ridurre una città alle sue manifestazioni peggiori è un limite inammissibile ed è anche un'ovvietà.

Ø      MICHELE SERIO: Napoli è tutta gomorra ed è tutta un paradiso, C’è una sostanziale integrazione fra bene e male, onestà e disonestà. Qui gli opposti non solo coincidono, ma fanno affari insieme, in nome della  sopravvivenza.

Ø      MASSIMILIANO AMATO: Risposta banalissima, che però va presa con tutte le precauzioni del caso: sì. Ma semplicemente perché 50 mila malacarne (tante sarebbero, in base agli ultimi rilevamenti della prefettura, le persone coinvolte nel “Sistema”, tra affiliati diretti e indotto) sono una parte infinitesimale della popolazione. A preoccupare, però, è il clima di violenza diffusa che si respira, figlio di quella disgregazione valoriale a cui accennavo prima, e di cui le elite culturali portano per intera la responsabilità.

 

v    Che ricetta culturale e civica dare a questa metropoli affinché la speranza di una qualità della vita migliore non sia più un’utopia?

 

Ø      ANTONELLA CILENTO: Gli scrittori non hanno ricette, pongono questioni, semmai. Aspetto con ansia il giorno in cui si crei una vera e fattiva collaborazione pubblica, meno chiacchiere e più fatti. Una società civile più calvinista, più protestante, più fattiva e meno lagnosa e profittatrice.

Ø      MICHELE SERIO: Perfezionare, per l’appunto, l’arte della sopravvivenza. Tanto nessuno correrà mai in nostro aiuto, se non a chiacchiere. Dobbiamo cavarcela da soli, come sempre. Buon divertimento a tutti!

Ø      MASSIMILIANO AMATO: Resto un osservatore della realtà, non propongo ricette. Se cerchi la chiusura in chiave retorica, sono costretto a deluderti: non te la darò. Non ne sono capace. Mi viene in mente l’Università, il sistema della conoscenza, come motore di un futuro diverso. Ma poi penso che l’Università non batte moneta, non dispone di un proprio esercito e non ha potestà legislativa. Esagero, naturalmente. Ma voglio dire che il mondo dei saperi non può sostituirsi alle croniche inefficienze dello Stato, o delle sue articolazioni territoriali. Deve limitarsi a quelli che, con linguaggio burocratico, verrebbero definiti “atti d’indirizzo”. Ma potrà mai bastare?

 

 

In libreria:

·        “Napoli sul mare luccica” di Antonella Cilento, Ed. Laterza

 

·        “Napoli corpo a corpo – Manuale di sopravvivenza metropolitana” di Michele Serio, Ed. Marlin

 

·        “Il  Sindaco Desaparecido – Battipaglia 1953: la scomparsa di Lorenzo Rago. Ombre di mafia e  depistagli. Un mistero italiano” di Massimiliano Amato, Edizioni dell’Ippogrifo di Salerno.

 

Antonella Cilento e Massimiliano Amato hanno curato l’antologia “La città difficile – Venti racconti da e per Napoli”, di A.A.V.V. (allievi del laboratorio di scrittura creativa Lalineascritta) per l’Ippogrifo edizioni.

 

 

16 Novembre 2006