Antonellla Cliento (Napoli. 1970) ha pubblicato ll cielo capovolto (Avagliano, 2000] e Una lunga notte (Guanda. 2002). È autrice anche di testi teatrali e radiodrammi. Dal 1993 conduce laboratori di scrittura: prima solo a Napoli a in Campania, recentemente anche in Sicilia e Alto Adige. Con Antonio Spadaro ha ideato il progetto "SudCreativo", una rete tra scrittori. intellettuali, operatori culturali, lettori forti del Mezzogiorno.

Ancora una volta l’impegno nel far cultura della giovane e già nota scrittrice napoletana Antonella Cilento, è presente nelle librerie dal 10 Ottobre per la Sironi Editori. Napoliontheroad ne parla con l’autrice di “NON E’ IL PARADISO”.  

di Francesca Stefania Ferrara

 

Si fa cultura a Napoli? Come?

Si fa cultura con difficoltà. E’ facile fare, tanto per dirne una, il Pizzafest a Napoli, il problema è invece rendere visibile e partecipabile un concerto dei nativi americani: le due manifestazioni, quest’anno, erano vicinissime, entrambe nella Mostra d’Oltremare, ma da una parte c’era una folla da sagra paesana, e dall’altra trecento persone. Si può pensare che questo sia inevitabile, ma c’è un’idea profonda di cultura da installare, come un programma da pc, nella testa dei napoletani, quelli che comandano e quelli che passeggiano. Un processo lungo, che dovrebbe partire da una forte autoconsapevolezza…

 

Quali aspettative in seguito all’uscita di un libro-inchiesta che passa al setaccio tutti gli esponenti della cultura napoletana? Una lista di ‘buoni e cattivi’?

Di buoni io non ne conosco. Tutti cattivi, compreso chi scrive. Uno dei vizi italiani, ma napoletani anche, è quello di tirarsi fuori dai giochi, ora con l’ironia ora con l’aggressione: una vera valutazione di coscienza su quel che è l’oggi per chi si affaccia a lavorare a Napoli, nella cultura intesa in senso lato, ma anche in altri tipi di lavoro, prevede un ritratto dell’esistente senza peli sulla lingua e senza “parti”. I buoni, non ci sono.

 

Ha scritto il libro motivata da che cosa?

Dal bisogno di fare il punto su una realtà che ho scelto per viverci e che mi opprime ogni giorno. La mia generazione e i più giovani che si affacciano a far cultura in questa città hanno bisogno di un po’ di chiarezza: quando ho iniziato non avevo alcuna idea di cosa mi aspettasse, della malafede, dell’ostilità, della chiusura e delle lobby cittadine. Certo, c’è anche tanto di buono: forza, energia, creatività… Ma ci vuole una buona dose di testardaggine e di forza per resistere in questo ambiente. Alle ragazze che mi chiedono: vorrei organizzare una biblioteca o un’associazione culturale, come devo fare?, rispondo cercando di spiegare dove non mettere i piedi, quali luoghi evitare. Alla fine, ci ritroviamo in molti ad aver fatto le stesse cattive esperienze, ad esser caduti negli stessi fossi… Forse, la situazione non è destinata a modificarsi, ma sapere meglio cosa c’è dietro certi mausolei della cultura ufficiale o alternativa  a volte aiuta.

 

Quanto influisce la mentalità del popolo napoletano sul fare cultura?

Moltissimo. E’ una mentalità molto propositiva e creativa, se guardiamo ai risultati generali, ma la chiusura della città si nota solo vivendoci. All’esterno sembra che i napoletani siano solo allegri, esplosivi, creativi, produttivi… Bisognerebbe chiedersi come mai tanti napoletani non sono diventati noti o felici restando in questa città… Da qualche anno si comincia a restare, ma le regole del gioco e le persone non sono cambiate.

 

Cosa dovrebbe scattare per rendere Napoli, che tra l’altro si presta per il suo habitat naturale storico-artistico-musicale-archeologico, la ‘capitale’ della cultura italiana?

Innanzitutto, smettere di credere e far credere di essere una capitale. Napoli è una città come molte altre, più ricca di tante altre, ma abitata da diavoli, come scriveva Goethe. Dirsi più chiaramente i propri difetti, guardarsi con maggiore spietatezza, smettere di essere dei Riavuloni, chiattilli, compiaciuti, finto-alternativi, istituzionali e dipendenti da San Gennaro, dal Governo, dagli interventi straordinari, smettere di lamentarsi e poi rubare (chiagnere e sfottere, per capirsi)… Ci sono molte cose. Un po’ di sincerità farebbe bene a tutti. Allora e solo allora, questo potrebbe diventare il Paradiso che noi vediamo al mattino svegliandoci e che si trasforma in Inferno durante il giorno, man mano che ci camminiamo dentro.

 

9 Ottobre 2003

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