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IL
RECUPERO DEL "PALAZZO DI FEDERICO II" IN CALVI (BN)
Tesi
di laurea di Cinzia Vesce
Relatore:
prof. ing. Renato Iovino - Correlatore: dott. Arch. Flavia Fascia
Renato
Iovino
Nel gennaio 1999
Cinzia Vesce si è laureata in Ingegneria Civile Edile presso
l’Università degli Studi di Napoli Federico II, discutendo la
tesi "Il Recupero del Palazzo di Federico II in Calvi (BN):
proposta di riuso per attività agrituristica" elaborata
presso il Dipartimento di Ingegneria Edile.
Cinzia
Vesce ipotizza di recuperare e rivitalizzare un antico manufatto
fatto costruire dall’imperatore Federico II di Svevia.
Difficile
è stato attribuire il palazzo alla manifattura federiciana: poche
erano le notizie e discordanti tra loro. Attraverso ricerche
presso archivi e biblioteche, e confrontando la sua architettura
con altre tipologie fatte costruire dallo stesso imperatore ne ha
avuto la conferma.
Il
palatium finché è stato abitato da signorotti del luogo ha
subito interventi conservativi fino all’ultimo restauro operato
dal principe Spinelli di S. Giorgio intorno al 1700. Le successive
modifiche, invece, non solo lo hanno ricoperto di insane e
obsolete superfetazioni, ma ne hanno causato una rapida decadenza.
Cinzia
Vesce propone la realizzazione di un’azienda agrituristica in
armonia con la storica vocazione della zona e con la sua
originaria destinazione.
Il
progetto si articola in quattro fasi: la conoscenza delle vicende
storiche che hanno caratterizzato il complesso edilizio, la
lettura materica e tecnologica dell’antico maniero, la scelta di
una funzione adeguata, lo studio degli interventi di recupero.
Foto
1 Vista prospettica del complesso
Cinzia
Vesce
Le
vicende storiche
"Che
questi luoghi sieno stati percorsi dagli eserciti romani e
cartaginesi più volte, è facile supporlo, perché stavano sulla
via che dalla Puglia e dalla regione Irpina menavano a Benevento e
nella Campania." Così scrive A. Meomartini (I comuni
della provincia di Benevento), illustrandoci come il luogo dove è
sito il "palatium" fosse un anello di congiunzione tra
la Puglia e la Campania essendo attraversato dalla via Appia.
Ed
è forse questo il motivo principale che ha spinto Federico II ad
insediarsi in questi luoghi, oltre al fatto che rappresentasse il
confine tra lo Stato Pontificio a lui tanto ostile ed il suo
regno.
Il
suo obiettivo era quello di porre un baluardo di controllo sulla
via che da Napoli, attraversando il Principato, portava a
Benevento e da qui proseguiva per la Puglia; molte delle sue
roccaforti non a caso hanno questo privilegio. Tale supposizione
è giustificata anche dall’uso che di questo palazzo hanno fatto
i feudatari che in esso si sono succeduti, questi ultimi facendo
presidiare le torri angolari avvistavano i passanti che da
Grottaminarda, Mirabella Eclano, Gesualdo si dirigevano a
Benevento ed esigevano da loro il dazio.
Il
percorso era obbligato ancor di più ai tempi dello Svevo, l’Appia
era la sola strada percorribile che conduceva alla città
pontificia, isola ostile al regno, e per questo giustificatamente
tenuta sempre sotto controllo.
Studiando
l’architettura del palazzo, si è ipotizzato che questo fosse un
loca solatiorum ossia un casino di caccia essendo inserito
su una ridente collina circondata da una selva adatta al
soddisfacimento della notoria passione che l’imperatore aveva
per la caccia. La deduzione è stata rafforzata dal confronto con
altre simili tipologie ricostruite idealmente da studiosi
dell’arte federiciana non solo sulla scia dei pochi reperti
pervenuteci ma sulle descrizioni che minuziosamente sono state
fatte sia nel trattato sulla falconeria scritto dallo stesso
imperatore che nelle cronache di Riccardo di S. Germano, ed ancora
nello Statum de reparazione castrorum scritto tra gli anni
1241-1246 per assicurare il controllo delle fortezze regie.
A
causa delle sue controversie con lo Stato Pontificio,
l’imperatore cercò di riappacificarsi col pontefice Innocenzo
IV(1243-1254) spedendo suoi ambasciatori e inviandogli lettere apud
Beneventum e S. Borgia (Memorie Istoriche della pontificia
città di Benevento) si chiese dove soggiornò Federico II
aggiungendo "non in questa città, ma in vicinanza della
medesima. Dura ancora la tradizione d’aver egli alcuna volta
abitato al Covante, fondo rustico presso la terra d’Apice, dove
segni tuttavia rimangono di un ampio edificio"; ed ancora
riporta la riproduzione di una scultura romana rappresentante un
littore proveniente dal Cubante, si tratta di un frammento
appartenente all’Arco di Traiano fatto trasportare da Federico
per decorare il palazzo (fig. 1).
In
un’altra epistola che il Borgia non riporta, Federico da questa domus
scrive apud Apicem datata 16 maggio 1240, Apicem, si legge
nella nota di J.L. A. Huillard-Breholles (Historia diplomatica
Friderici secundi), l’autore che ha tentato di ricostruire il
cedolario della cancelleria federiciana, era un "locus in
Principatus tribus leucis Benevento distans". La distanza
leuca ossia una misura itineraria celtica di 1500 passi romani,
che corrisponde a circa 2250 m, è esatta perché il castra di
Apicem dista circa otto chilometri da Benevento, quindi alcuni leucae.
Qui l’imperatore soggiornò per qualche tempo prima di
portarsi a Napoli e da questa a Capua. Infatti le successive
epistole furono scritte Neapoli, 26 maii e Apud Capuam,
maio ). Ancor prima lo stesso autore scrive (1239, Apud
Sarzanam, 15 decembris) "Fredericus, etc.,
justitiario Principatus, etc. Benign, etc., studium et
sollicitudinem tuam habitam juxta mandatum nostrum de requirendis
et invisendis castris sitis circa Beneventum, nec non et de castro
Montisfusculi ex opere commendantes." L’imperatore
scrive al giustiziere di Principato Ultra per lodarlo del suo
diligente servizio nell’ispezionare i castelli posti lungo la
frontiera di Benevento. Il castris sitis circa Beneventum è
la nostra domus.
Altri
storici come F. M. Pratilli affermano, invece, che vi dimorò
Federico Barbarossa, infatti, descrivendo i territori che
attraversava l’Appia da Roma a Brindisi, menziona tutti i
monumenti, i siti archeologici, i ponti, gli antichi edifici, che
circondavano la regina viarum. Nel capo III dove descrive
il tratto da Benevento ad Eclano afferma: "Se ne scopre un
altro pezzo nel Covante o sia il feudo detto di Barbarossa, ove si
vede una spaziosa ed amena pianura con belli, ed antichi edifizi;
non tutti però della medesima antichità, altre fabbriche essendo
semplicemente laterizie, altre tassellate, altre cementizie, che
ben dimostrano la diversità de’ secoli, in cui furono fatte.
Uno di questi edifizi non è gran tempo fu ristaurato dal buon
genio del principe di S. Giorgio Spinelli; ed è quello appunto,
com’è fama, che servì di abitazione all’ Imperador Federigo
Barbarossa." . Evidentemente il palazzo è stato
attribuito a Federico Barbarossa, nonno dello stupor mundi,
perché sul frammento dell’arco di Traiano che Federico
aveva utilizzato come emblema di potere per la distrutta città di
Benevento e fatto porre molto probabilmente sulla chiave di volta
del portale d’ingresso dell’edificio c’erano incise le
iniziali: I. F. B. R. (fig. 1), il che ha condotto, come dice il
Borgia affermando che fossero state incise posteriormente, al
grossolano errore della gente comune che, attraverso i secoli,
leggeva le iniziali dell’Imperatore Federico Barba Rossa dando
anche al feudo del Cubante, l’appellativo di feudo Barbarossa.
In
un documento dell’Archivio Segreto Vaticano che parla di un
processo svoltosi nel 1272 avente come scopo la ricognizione dei
confini del territorio pontificio intorno a Benevento, scrive L.
Maio, "si afferma che il territorio del Cubante era
possesso di S. Sofia <<excepto palatio quod iniurose
fecit ibi construi Fridericus imperator>>.
I
testi interrogati unanimemente affermano che il territorio del
Cubante è possesso di Santa Sofia, eccetto il palazzo fatto ivi
costruire da Federico imperatore. (…).Uno di essi, afferma che
il tenimento beneventano <<procedendo per circumferentia
venit ad vias qua itur ad Apicem; deinde transit secundum eadem
circumverentia et ambit totum cubantem et vadit usque ad pontem
pyanum; et totum cubante tenet ecclesia Sanctae Sophiae de
Benevento excepto palatio quod iniurose fecit ibi construi
Fridericus imperator>>,
aggiunge inoltre che l’imperatore svevo fece costruire questo
palazzo in oltraggio (iniuriose), ovviamente in riferimento alla
città pontificia".
Ed
ancora N. Nisco nelle sue Escursioni nel Principato Ulteriore dal
Cubante ad Ariano, afferma: "fu edificato nel Cubante dai
Liguri Coloni il Corneliano. … Su le rovine poi del Corneliano,
dopo lungo giro di secoli Ferdinando I Aragonese, ridotto per le
guerre civili a Montefusco, innalzò un forte castello per sua
regia, ancora esistente in forma quadrata e difesa da’ lati da
torri di marmo. Le mura sono tutte a mattoni, e si ammirano ancora
archi superbi ed una strada sotteranea, che dal castello per un
mezzo miglio conduce direttamente alla sponda del sottoposto
Calore".
Ma
il palazzo era in piedi molto prima del regno aragonese perché già
citato nei registri angioini, inoltre nell’Archivio di S. Sofia
di Benevento, nella Platea di Notizie e del Feudo Del Covante e
territori annessi (anno 1668), si parla del "Palazzo del
Cubante detto il Palazzo vecchio dirupato, che dicono, che fosse
fabbricato da Federico Barbarossa Imperatore. Sotto questo palazzo
stanno molti terreni, che sono demaniali dell’Abbazia che si
noteranno uno ad uno." Si dice inoltre che costruito nel
periodo medievale era sede dell’agente badiale del feudo. Con un
monitorio del 1272 dell’abate Nicolaus, si invitava
"Lancillottus clericus, castellanus Palatii
Leocubantis", a non recare molestia ai vassalli del
feudo.
Il
palazzo è passato dagli Svevi agli Angioini e da questi allo
Stato Pontificio, forse Carlo d’Angiò l’ha donato alla Chiesa
assieme ad altri privilegi essendo stato invocato il suo aiuto dal
pontefice Gregorio X nella lotta verso Corradino e Manfredi di
Svevia. Nei registri angioini dell’Archivio di Stato di Napoli
il feudo del Cubante è menzionato alcune volte: il casale Lu
Cubante appartenente al magistro Iohanni de Airola paga 2 tarì e
15 grani in data 15 maggio 1290 (Reg. Ang. 51 fol. 149);
si
ordina al Giustiziere di continuare a procedere contro Govanni de
Russo; Giovanni de Iacono Ursone, ….Costoro, tutti di
Montefuscolo, avevano assunto la custodia della difesa di
Locubante (Reg. Ang. 21. fol. 225, 26 gennaio 1275); ed ancora si
parla della concessione della custodia del Palazzo del Cubante ad
Americo de Sus ("Domino Americo de Sus familiari
concessio custodiae Palatii et defensae Lucubantis" Reg.
Ang. 1284 A, fol. 147), per familia si intende la forza
armata del giustiziere. Da cui sappiamo che il palazzo è
appartenuto ai de Sus. Alfonso Meomartini lo suppone aggiungendo
che "le aveva ottenute dalla moglie Iacopa di Montefusco,
figlia di Guerriero di Montefusco; il quale, bandito da Manfredi,
era tornato poscia con Carlo d’Angiò, e stato rimesso nella
signoria di Montefusco e casali. … Nel 1407 re Ladislao
s’accampò al Cubante. Esistono due diplomi …l’uno … col
datum in castro felici silva Cubanti; l’altro … in silva
Cubante prope Apicium ".
Con
il termine castrum o castellum si designava non solo
la fortezza, il castello di residenza del signorotto, ma anche
l’unità di vita organizzata che, nella struttura feudale,
corrispondeva all’abitato fortificato, circondato da mura, per
cui l’immobile conserverà la denominazione di fortificazione,
di castello per molto tempo essendo dimora dei vari signorotti che
in esso si sono succeduti. La conferma che l’immobile è stato
eretto nel periodo federiciano deriva anche dal fatto che
precedentemente il sito veniva indicato negli antichi documenti
col termine villam oppure vico. Meomartini aggiunge
che "altri gravi fatti d’arme avvennero in questi luoghi
nelle guerre di Alfonzo d’Aragona con Luigi d’Angiò; e qui il
Patriarca Vitelleschi ruppe le genti Aragonesi nel 1437. Nuovi
combattimenti vi seguirono nel 1496, quando lungamente vi fé
dimora Ferdinando II d’Aragona, e con mura novelle ed
artiglierie fortificò Montefusco, che era la capitale di
Principato Ultra". Il palazzo è passato quindi agli
Aragonesi ecco perché alcuni autori hanno affermato che fossero
stati questi a costruirlo. Nel Municipio di Montefusco è
conservata un esposto del 1484 che l’Università di Montefusco
aveva indirizzato al re Ferdinando I d’Aragona chiedendogli di
reintegrare il feudo del Cubante, territorio esurpato da "secolari
ed Ecclesiastici".
Ai
tempi dello Svevo, aveva l’appellativo di "palazzo
imperiale", nelle pergamene conservate nell’Archivio di
Santa Sofia viene chiamato "palazzo del Cubante", oggi
"casino del Principe".
L’immobile
sarà possesso di S. Sofia per alcuni secoli anche se abitato da
signorotti locali come quelli di Apice che esigendo il dazio sul
passaggio della via Appia dovevano versare una cospicua somma di
denaro alla Chiesa.
Intorno
al 1700 il principe Carlo III Spinelli lo fa restaurare, come
afferma il Pratilli, e da questo è passato poi alle varie
famiglie benestanti che si sono succedute nel mandamento di S.
Giorgio la Montagna, dai Bocchino, ai Nisco fino alla vendita agli
ultimi suoi proprietari, le quattro famiglie che oggi posseggono
il palazzo.
Caratteri
architettonici
Il
palazzo federiciano si adagia su una ridente collina circondata da
vasti campi coltivati e vigila da sempre i territori circostanti
(foto 2).
Foto
2 Vista del complesso dall’ingresso principale
L’edificio,
pur se molto rimaneggiato e soffocato dalle recenti
superfetazioni, conserva tracce del suo aspetto originario. La
pianta a quattro ali con un numero corrispondente di torri, la sua
estrema regolarità, la perfetta funzionalità, la cura per
piccoli e sobri dettagli, rivelano l’influsso che Federico ebbe
sulla sua progettazione (fig. 2).
"Il
principio della regolarità sia nella pianta che nell’aspetto
d’insieme e nella suddivisione degli interni non portò ad una
standardizzazione nella forma di tutti i castelli, ma ciascuno
conservò aspetti originali, adeguamenti singolari," come
dice Willemsen, "una fisionomia architettonica
inconfondibile." Così la nostra domus conservò le
sembianze del castrum romano nell’aspetto e nella
regolarità della pianta, le forme del gotico cistercense nelle
volte, l’aspetto di fortificazione normanna con torri di guardia
e feritoie a scopo difensivo. Proprie dell’architettura sveva
sono invece: l’aspetto signorile dell’anteriore "palazzo
imperiale", esempio precursore dei successivi palazzi
rinascimentali; le ricorrenti finestre circolari strombate,
definite con pietra tufacea gialla finemente tagliata (foto 3).
Elemento
originale è, invece, la lunga e snella fascia in laterizi rossi
(foto 4) che funge da marcapiano nel solo alloggio imperiale,
similmente a quello di pietra calcarea di Castel del Monte. Qui il
cotto, la pietra calcarea, il tufo, sono elementi di arredo oltre
che strutturali; infatti, l’intera muratura è costruita in
ciottoli rotondeggianti di fiume orditi ad opera incerta con
grossi rimaneggiamenti in pietra tufacea (foto 1).
Le
basi delle torri angolari poggiano su filari di grossi blocchi
calcarei squadrati e sporgenti rispetto alla muratura superiore, i
quali lasciano supporre, e ciò lo testimonia anche N. Nisco, che
ne fossero ricoperte per l’intera altezza. "Alla difesa
fiancheggiante servivano le quattro torri rettangolari che, per
impedire che i proietti colpissero con tutta la loro forza le
mura, l’imperatore ordinò di selciare …, smorzandone così
l’effetto demolitore."
L’ingresso
principale che porta sia nella corte interna che negli alloggi
imperiali è costituito da un portale in pietra calcarea sulla cui
chiave di volta si trovava il frammento dell’Arco di Traiano
rappresentante un littore che Federico aveva fatto trasportare qui
per decorare il palazzo.
Tra
la cornice marcapiano in cotto e il portale s’intravede
l’estremo rotondeggiante forse di una meridiana ed al di sopra
di questa una monofora con riquadratura dove si alternano filari
di laterizi a pietre tufacee e ciottoli (foto 4). Quest’ultima
è probabilmente postuma perché occlude quella originaria più
ampia e contornata da blocchi tufacei. Simmetricamente, nel lato
interno della corte, un’analoga apertura manifesta
l’abbellimento e la luminosità della sala magna,
collegata alla sala principis, dove, molto similmente ad
altri edifici di caccia, avvenivano i banchetti (foto 5).
In
una di queste si intravedono ancora cenni di decorazioni
parietali, forse del periodo in cui il principe Spinelli di
S.Giorgio lo ha restaurato (intorno al 1700), probabilmente le
stesse aperture signorili contornate da filari di laterizi
alternati a filari di pietra tufacea e ciottoli risalgono alla
stessa epoca (foto 1-4).
Sulla
facciata anteriore un lastricato di pietre calcaree forma un
quadrato (foto 6), suddiviso in quattro più piccoli quadri con
elementi in cotto che percorrendone le diagonali formano croci di
Sant’Andrea ed ancora si intravedono le impronte dei carri che
nel corso del tempo ne hanno usurato le lastre.
Lungo
tutto il perimetro l’edificio presenta feritoie (foto 7) e
aperture ogivali (foto 3) simmetricamente disposte di cui oggi se
ne intravede di alcune la traccia, di altre, molto ben conservate
perché murate, il loro aspetto originario.
Analizziamo
ora l’interno del complesso.
Il
lato anteriore era costituito da due piani di cui il primo alto
circa cinque metri, testimoniato dai fori esistenti nella muratura
che ne fanno intravedere l’alloggiamento delle travi del solaio
in legno, il secondo più basso sede delle stanze imperiali.
L’accesso
al pianterreno era situato all’interno del porticato costituito
da quattro portali a tutto sesto di pietra calcarea di cui il
primo d’ingresso alla fortificazione, il secondo alla corte
interna, gli altri laterali di accesso al palazzo imperiale (fig.
2). Di questi ultimi oggi se ne conservano le impronte ed alcuni
pezzi annegati nella muratura eretta in epoche successive. Dal
porticato si raggiunge dal solo lato ovest la scala in pietra con
volte a botte che dava al piano superiore, probabilmente
rimaneggiata successivamente quando i piani sono diventati tre e a
cui di è aggiunta in sommità la colombaia, elemento tipico degli
edifici rurali di qualche secolo fa (foto 1). Interessante è la
capriata in legno ottagonale che ne sostiene la copertura (foto
8).
Simmetricamente
il lato est è quello che meglio ha conservato la sua forma
originaria, pur se a scapito delle sue condizioni. Sopraffatto da
adiacenti superfetazioni e da interventi aggiuntivi di primo
Novecento conserva, al lato nord, la torre di guardia priva di
interventi di ristrutturazione, vi si intravede l’originaria
volta a cupola ordita con mattoni squadrati, oggi ridotta a un
rudere. Uguale a questa doveva essere l’altra torre frontale,
dove sono collocati i servizi igienici, mentre le due posteriori
più ampie conservano tracce di comignoli stretti e allungati.
Accanto
al palazzo imperiale situato sulla parte frontale del complesso ci
sono sui due lati alloggi più bassi che lasciano supporre, come
in altri edifici della stessa natura, alloggi per il seguito,
cucine, stalle (fig.2). Le stalle sono le stesse di oggi, di cui
una conserva la volta a crociera come altre fatte costruire
dall’imperatore.
Su
queste ultime è stato aggiunto, in epoca successiva, un corpo di
fabbrica a cui vi si accede con una scala in mattoni esterna ed
adibito a zona notte fino ad alcuni anni fa. Simmetricamente, sul
lato ovest, c’è oggi l’ala adibita ad azienda agrituristica.
Durante i lavori sono venuti alla luce muri originari, archivolti
in laterizi disposti a coltello con basamenti in grosse pietre
calcare l’originario pavimento in ciottoli rotondeggianti. Molto
probabilmente era l’ala del complesso destinata alle cucine.
L’intervento
di recupero
Rispettando
i suggerimenti della Carta del Restauro italiana, la Dichiarazione
di Amsterdam e la Carta di Venezia, il recupero non ha avuto come
finalità il ritorno all’origine ma ha conservato tutti quegli
elementi "aventi un carattere di arte o di storico ricordo",
e che ben si prestassero al riuso funzionale ipotizzato.
La
scelta è ricaduta su un’azienda agrituristica e varie sono
state le motivazioni che ad essa hanno condotto. Prima fra tutte
la sua destinazione originaria che lo vedeva il luogo di sollazzo
adatto agli ozi e vizi dell’imperatore Federico.
Assegnare
la destinazione d’uso agrituristica al complesso, appare una
scelta ancor più oculata se si analizza il territorio su cui esso
insiste: l’antico ager publicus, territorio vasto e
generoso che tanto ha dato nel corso dei secoli ai suoi abitanti
fin dai tempi in cui i Liguri Corneliani vi si insediarono, ha
conservato, da allora fino ad oggi, un aspetto salubre e ricco.
Inoltre, il recente interesse verso attività che avvicinano la
collettività alla natura, alla vita agreste, hanno tutte condotto
alla stessa soluzione perché come dice E. Viollet- Le- Duc "il
modo migliore per conservare un edificio è quello di trovargli
una destinazione e di soddisfare talmente le esigenze di questa
destinazione da non creare motivo per altri cambiamenti."
L’analisi
materica e tecnologica ha dettato gli interventi da realizzare, i
dissesti da risanare, le parti da conservare o ripristinare il
tutto nel rispetto delle norme tecniche.
L’unità
stilistica non è stata lo scopo principale perché sono stati
rispettati tutti i contributi che definiscono l’attuale
configurazione del monumento a qualunque epoca essi siano
appartenuti.
Sono
stati conservati pertanto le aggiunte e le modifiche apportate in
epoche successive quali la sopraelevazione sull’originaria
stalla con volta a crociera raggiungibile da una scala esterna con
ingresso nella corte, le aperture signorili e non, contornate da
filari di laterizi, necessarie per il recupero dell’immobile.
Conservando l’ingresso principale sono stati ripristinati i tre
portali mancanti testimoniati dalla presenza di alcuni conci
annegati nella muratura eretta in epoche successive. Questi
assieme a quello d’ingresso fornivano una ulteriore
fortificazione all’impianto, infatti se quello principale veniva
abbattuto gli altri chiudevano la fortezza lasciandola ancora
impenetrabile. Operando ciò si è dovuto spezzare il primo solaio
lì dove c’erano i portali, ricorrendo al riutilizzo della scala
esterna presente nella corte per il raggiungimento delle camere
poste su quest’ala del palatium e di quelle poste
sull’originaria stalla.
Per
quanto riguarda i volumi sono stati conservati quelli esistenti e
là dove mancava la copertura e i muri erano ridotti a un rudere
si è fatto riferimento alle altimetrie che in alcune parti erano
conservate.
Per
le coperture è stato adottato il classico schema a capriate in
legno ben diffusi nella cultura degli architetti dell’epoca ed
è stata ripristinata la capriata in legno ottagonale.
Per
le altezze d’ interpiano ci siamo trovati di fronte ad un
problema di diversità di calpestii tra le varie parti, e nessuna
conservava quello originario testimoniato dai fori presenti nella
muratura. C’era poi metà del corpo di fabbrica frontale con la
scala con volte a botte e archi zoppi che conservava solai
sfalsati rispetto all’altra metà. Questi erano stati modificati
durante il restauro settecentesco. E’ stato conservato il primo
calpestio, modificandone invece gli altri due in base alle
aperture originarie, ben conservate nei secoli, ed in base
all’impronta del calpestio di fattura originaria. Il pianterreno
presentava diversità di quote e gradini collocati qua e là a
testimonianza dell’adattamento dell’intero manufatto su un
colle più alto rispetto al territorio circostante. Sono state
eliminate le diversità di quota ora riempiendo ora sfettando le
diverse altimetrie ciò anche in base all’esigenza di eliminare
le barriere architettoniche (fig. 3). La quota di riferimento è
stata quella d’ingresso, ossia quella della corte interna (255 m
slm). Così facendo si è potuta conservare la prima quota di
calpestio pari a 3.15m dell’ala ovest dell’immobile
estendendola anche all’altra che meglio conservava
l’originario aspetto e le aperture tipicamente sveve. Inoltre
sono state uniformate le altimetrie dei solai di tutti i corpi di
fabbrica ad eccezione della sola sopraelevazione sull’originaria
stalla con volta a crociera. Col secondo piano di calpestio, di
altezza pari al primo, abbiamo potuto ripristinare quello
originario sfruttando così le antiche feritoie, le monofore e le
finestre circolari strombate come aperture per le camere. Al terzo
livello le monofore poste rispetto al piano di calpestio
all’altezza di un metro hanno dettato, assieme alla scala,
l’altezza di interpiano pari a 3.40m.
E’
stato così possibile riutilizzare anche il quarto che, per
un’altezza pari a 2.35m e capriate in vista alte altri 2m,
ripeteva lo schema dell’altra ala del palazzo, oggi già adibita
ad azienda agrituristica (fig. 4-5). L’antica scala posta ad
ovest dell’immobile ha conservato quasi inalterate le sue
sembianze ad eccezione dell’alleggerimento al penultimo
impalcato della volta per la mutata altimetria degli interpiani.
La
scelta ha apportato un beneficio anche strutturale vista la
necessità di alleggerire e consolidare la volta, ma non abbiamo
potuto ripristinare le due originarie monofore centrali lasciando
inalterate le modifiche apportate durante il settecentesco
restauro che, contornandole con filari di laterizi le hanno
eguagliato alle altre poste rispetto all’asse centrale della
fortificazione in posizione di apparente simmetria.
Per
quanto riguarda le nuove destinazioni d’uso abbiamo operato in
questo modo : al pianterreno nell’anteriore palazzo imperiale
abbiamo collocato le sale ristoranti adoperando anche l’attigua
stalla con volta a crociera ed adibendo a cucina l’altra la cui
volta è andata persa nel giro dei secoli. Con tale scelta abbiamo
potuto riutilizzare gli ampi sotterranei con volte a botte e a
crociera come cantine e depositi dotandoli di un montacarichi che
li collega alla sovrastante cucina.
Ciò
ha dettato interventi aggiuntivi con intonaci da risanamento, un
vespaio di pietrame e pavimentazione in gres.
Nell’altra
ala simmetrica sono state collocate la reception e gli uffici
mentre la parte da poco restaurata è stata utilizzata come hall,
bar e connettivo per le due scale che portano ai piani superiori.
Le
stanze nei piani sovrastanti sono state adibite a camere
utilizzando il corpo di fabbrica del vano scala come hall di piano
e connettivo.
Tre
dei quattro torrioni laterali sono stati utilizzati per i servizi
igienici sfruttando come cavedio, nei due sul fronte laterale
nord-est, l’originaria canna fumaria. Quello sud-ovest, che nel
recente restauro è stato adibito a camino, ha conservato la sua
destinazione ed è stato asservito all’alloggio del custode
assieme al piccolo corpo di fabbrica contiguo dove sono stati
collocati i servizi.
La
sistemazione esterna ha previsto aree a verde, parcheggi, vialetti
pedonali con lastre di pietra calcarea di forma irregolare. La
pavimentazione della corte interna è stata realizzata con
elementi esagonali in porfido rosso e nero disposti in modo tale
da raffigurare l’immagine di Castel del Monte, emblema
dell’architettura federiciana (fig. 6).
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