Il travaglio della memoria

                                            

                                                     di Sarah Galmuzzi

                                          

                                                                 

      

Fino al 19 luglio, nella prestigiosa cornice di Palazzo Partanna – già sede della redazione del quotidiano “Il Denaro” – sarà possibile ammirare circa una quarantina di opere del maestro Giovanni Leone.
L’artista, che è docente di tecniche pittoriche presso l’Accademia di Belle Arti, ha messo insieme per il suo pubblico, un’ampia raccolta di emozioni, sensazioni forti e suggestioni incantate, una raccolta che si rivela fortemente esplicativa della sua problematicità , una raccolta che reca chiari i segni di un vero e proprio cammino a ritroso lungo il sinuoso percorso del ricordo, della memoria.
E’ infatti solo recuperando le immagini e i segni del passato, del suo passato, che Leone si “difende” dall’impietoso scorrere del tempo.
Ma l’artista va oltre: non si limita, infatti a ripercorrere la strada dei ricordi, ma risale fino all’origine prima delle cose, ritrovando negli elementi remoti e primigeni la “salvifica funzione” : giunge così alla soglia del mito, del sogno, dove elementi moderni, si mischiano ad elementi ancestrali, carichi di un senso profondo.
E’ così che dà luogo a composizioni dalla tecnica mista: olio, carta, collages, nelle quali non è difficile trovare sabbia, terra, carbone usati puri,  o anche oggetti veri e propri: pietre, legni, finanche un corno, prelevati dalla sua terra d’origine, Buonalbergo – nel beneventano- alla quale è ritornato per riprendere le fila della sua ricerca. Le atmosfere evocate così dall’artista si caricano di magia e di sortilegio, come a sottolineare la natura “ occulta” di quelle terre da sempre ritenute dimora delle streghe; attraverso la presenza corposa dei rossi materici che “scorrono” su galli ed agnelli dai tratti indefiniti, Leone pare infatti invitarci ad un vero e proprio sabba pauroso e travolgente.
Preda di un inevitabile dualismo, l’artista, non manca di inserire nelle sue opere anche i simboli schiaccianti della modernità, come ad esempio la bombetta ( omaggio magrittiano) che è presente nelle tele  in maniera quasi ossessiva, o anche figure sfuggenti, indefinite, vittime anch’esse di un tempo spietato che non torna.
Su tutte le immagini - primitive e moderne - incombe fitta e nervosa una scrittura arruffata, incomprensibile, ridotta a un filamento, avvolta su se stessa: è la traccia più autentica lasciata dall’uomo, un filo debole, esile, cui l’uomo si tiene stretto per non precipitare nel baratro dell’oblio.  
                                                                                                                                               Sarah Galmuzzi

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