STUPIDARIO  LINGUISTICO

 

                                                                                                         a  cura  di  Luciano  Galassi

 

 

                     -  16  -    XENOFOBO,  RAZZISTA

 

 

      Oggi i due termini  “xenofobo”  e  “razzista”,  nella foga delle sdegnate denunce di comportamenti e dichiarazioni che riguardino etníe diverse dalla nostra, vengono adoperati come fossero sinonimi intercambiabili.  Ma è un errore,  e vediamo perché.

 

      Cominciamo col chiarire che, su “xenofobia  (derivante dalle parole greche  xénos,  straniero,  e  fóbos, paura),  abbiamo rinvenuto i seguenti significati:

*  per Devoto-Oli e Tullio De Mauro, è l’ “avversione indiscriminata”  nei confronti degli stranieri e di tutto ciò che proviene dall’estero;

*  per Aldo Gabrielli  “ è l’ostilità sistematica e indiscriminata nei confronti degli stranieri e di tutto ciò che è straniero “;

*  per Ferdinando Palazzi,  è “ l’odio per gli stranieri “.

 

      Non  “paura”, dunque, come sarebbe corretto, ma “avversione”, “ostilità“, addirittura “odio”,  in un crescendo inquietante,  del quale non sappiamo spiegarci i motivi,  specie da parte di linguisti tanto illustri e provveduti. 

 

      Eppure si tratta di un concetto chiaro e piano,  nel quale ci imbattiamo spesso per le tante “fobíe” da cui è afflitto il genere umano:  aracnofobia, ailurofobia, bufonofobia, alectorofobia ecc.  Tutti sanno che chi ne è afflitto prova paura, disagio, per i ragni, i gatti, i rospi, i polli ecc., e desidera soltanto evitarli in ogni modo.

      Nonostante ciò, alla xenofobia   - “che è una fobia, nient’altro che una fobia”, ricordiàmolo -   s’attribuiscono aspetti che non le appartengono,  propri invece del “razzismo”,  che esprime tutt’altra disposizione d’animo e diversa posizione mentale:  si tratta quindi di due concetti che non sono “nemmeno lontani parenti”,  com’è stato simpaticamente affermato.

 

      Infatti la xenofobia è un sentimento  (“ e in quanto tale nel corso del tempo si può attenuare, mitigare”),  mentre il razzismo è un’ideologia, una dottrina politica fondata sulla superiorità d’una razza rispetto alle altre. Lo xenofobo non giudica né inferiori né superiori gli stranieri,  semplicemente ne ha timore e tende ad evitarne il contatto: il suo atteggiamento non ha nulla di razionale;  il razzista viceversa disprezza, discrimina e mira ad escludere se non addirittura a sopprimere, sterminare, quelli che ritiene inferiori sul piano razziale: il suo è un freddo e lucido atteggiamento razionale.

      Assistiamo così ad una perequazione linguistico-concettuale dei due termini che ormai marciano a braccetto in un vero asse di ferro, stretti come sono in un’allenza pericolosa che lascia sempre meno spazio alle opportune distinzioni: in effetti, assimilare un concetto di valenza blanda (xenofobia) ad uno molto grave (razzismo), significa attribuire alle persone ciò che esse non fanno,  non dicono e non pensano.

      E quindi: se, per quello di non razzistico che penso e dico,  mi qualificano   - fondatamente o meno -   come “xenofobo” in senso proprio e tecnico,  non m’importa nulla;  se,  per le stesse cose, mi chiamano “xenofobo”  per intendere  “razzista”, m’infurio; se mi apostrofano direttamente come “razzista”, ho ben ragione d’infuriarmi ancora di più;  non ne parliamo poi se mi accusano di essere “xenofobo e razzista”,  per dire che sono un razzista al quadrato!

     

      Sull’erronea indistinzione di “xenofobia” e “razzismo” ci è toccato di lèggere e sentire che:

-   “Il governo spagnolo respinge la violenza, il razzismo e la xenofobia e, pertanto, non può condividere ciò che sta succedendo in Italia”;

-   “I recenti episodi di violenza ai danni di cittadini immigrati avvenuti a Roma, Parma, Castelvolturno hanno spinto ancora una volta alla riflessione su come e in che misura il razzismo e la xenofobia stanno diffondendosi nel nostro paese”;

-   “La direttrice dell’ufficio campagne e ricerca di Amnesty International ha bastonato senza risparmio l'errore di prospettiva che fa vedere un episodio di cronaca come l'omicidio di Giovanna Reggiani per mano di un rom non come l'ennesima violenza contro una donna, ma come il sintomo inequivocabile di una tendenza alla violenza e all'illegalità di gruppi di persone e di minoranze, in base alla nazionalità, all'appartenenza etnica, al luogo in cui dimorano. In parole meno diplomatiche, è un allarme razzismo e xenofobia".

 

      Anche la Chiesa    - di sicuro nel nobile intento di indurre alla tolleranza -   apparenta impropriamente,  anzi identifica,  i due termini,  come è dimostrato dalla seguente dichiarazione del cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, preoccupato di possibili tendenze razzistiche in Italia: “La xenofobia  (non il razzismo, si badi;  tanto, per lui, è la stessa cosa)  «non fa parte del cuore, del sentimento, dell’ethos del nostro popolo».

       Ahi, ahi,  Eminenza, per dirla con le simpatiche parole di un valido giornalista piemonte,  qui Lei è stato, linguisticamente,  un “lazzarone”. 

 

      Concludiamo queste note ricordando un famoso caso di xenofobia nella letteratura,  quello di Vittorio Alfieri,  che aveva un vero e proprio odio verso i francesi pur essendo alieno da qualsiasi sentimento razzistico  (e,  poi,  come avrebbe potuto,  se erano i francesi a giudicare non benevolmente tutti gli italiani in blocco?).

 

      Alfieri,  dunque,  nel 1795 ultimò un poema,  Il Misogallo”,  dove,  con una critica feroce e pungente, rivide i suoi primi lusinghieri apprezzamenti rivolti alla Rivoluzione:  la Francia in genere, e la Rivoluzione in particolare, furono da lui considerate ree di aver tradito l'ideale di libertà con i sanguinosi eccessi del Terrore.

 

      Misogallo  letteralmente vuol dire  “colui che odia, ha avversione per i francesi”,  ma Vittorio Alfieri racchiuse in quella parola non solo la sua posizione antifrancese ma anche gli aneliti di libertà che lo animavano, come si può vedere dall’ ìncipit del Proemio:

      Io,  benché nato nel più inerte verno

dell’Italia spezzata,  e d’armi ignara,

odio ai Galli giurai,  né sia men chiara

quest’ira un dí,  s’io l’avvenir pur scerno.

      Forse verrà,  che in altri ítali petti

sdegno e valore ribollendo,  e forza,

farà mio giuro aver sublimi effetti.