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STUPIDARIO LINGUISTICO
a cura di Luciano Galassi
24 - POLITICAMENTE CORRETTO - 2
Nel precedente scritto su questa rubrica abbiamo parlato in generale del “politicamente corretto”, soffermandoci solo in via esemplificativa su alcune delle esagerazioni linguistico-concettuali alle quali si va incontro quando lo si applica troppo rigorosamente.
Adesso passeremo in rassegna alcune delle “perle” prodotte dai paladini ad oltranza del politicamente corretto, che qualcuno teme possano diventare i nuovi “padroni della lingua”, quelli cioè in grado di governarne l’uso e di orientare in tal modo i comportamenti sociali e politici.
Il timore è forse esagerato ma non del tutto infondato perché con il linguaggio si possono modificare le idee, il senso critico, l’approccio alla realtà. Ad esempio c’è chi ha riscritto alcune vecchie fiabe, sia pure con un pizzico di ironia, depurandole da ogni possibile rischio di offesa alle minoranze etniche, ai bambini, ai poveri (definiti «economicamente svantaggiati») e perfino agli animali: Cappuccetto Rosso, la nonna e il lupo fondano «una famiglia alternativa basata sul reciproco rispetto, sulla cooperazione, vivendo insieme nel bosco, felici e contenti»; i sette nani di Biancaneve (che sono ometti «verticalmente svantaggiati») possono aspirare all’amore della fanciulla su un piano di assoluta parità con il Principe Azzurro.
Il rischio è che, dall’iniziale intento di disciplinare il modus verbale tra i componenti delle comunità in tema di razza, sesso, lingua, religione, orientamenti sessuali e così via, si passi a dettare vere e proprie regole comportamentali, anche rigide.
È stato giustamente rilevato che il politicamente corretto sembra ormai non risparmiare da qualche tempo niente e nessuno, fino a giungere a quella che è stata denominata come una “polizia della parola”, per smorzarne la sostanza sgradevole, imbrigliarla, sterilizzarla, snaturarla, insomma per creare quella che, con felice espressione, è stata chiamata eugenetica lessicale negativa, vale a dire il tartufismo lemmatico e l’ipocrisia verbale, che tuttavia per qualche fautore avrebbero una “funzione civilizzatrice”.
Si è così arrivati a:
- mandare al rogo il vocabolo seminario, perché contiene il seme che è di genere maschile;
- definire “ripiegamento del capitale azionario” il crollo in borsa del 1987;
- parlare di “ottimizzazione delle dimensioni aziendali” a proposito dei licenziamenti in massa;
- dire “occuparsi di un bersaglio” o “perlustrare una località” per intendere in modo meno brutale “spianare un posto con le bombe”;
- dire “perlustrare nuovamente una località”» in luogo di “bombardarla una seconda volta per assicurarsi che non vi siano sopravvissuti”;
- spacciare per “danno collaterale” la distruzione di civili e come “fuoco amico” quello proveniente per errore dai propri stessi commilitoni.
Sul mondo animale, poi, non solo si è proposto di bandire la stessa parola animalità perché “inferiorizzerebbe” le bestie, ma sono state criticate anche metafore quali:
- il botta e risposta beneaugurante In bocca al lupo! - Crepi il lupo!;
- il detto del filosofo Hobbes Homo homini lupus;
- la locuzione Imparare a pappagallo;
- altre espressioni partorite dal mondo venatorio o piscatorio, come il goliardico e diffuso augurio antifrastico In culo alla balena;
- la sottostima dei cervelli di oche e galline o delle capacità intellettive degli asini;
- l’attribuzione ai serpenti di perfidia traditrice.
Ma il giacimento dell’ “eufemese” (come è stata chiamata questa maniera di esprimersi con demenziali eufemismi) è sterminato: vi troviamo eticamente disorientato in luogo di “disonesto”; attivista anti-sobrietà per “alcolista”; fragranza non controllabile per “odore corporeo”; cibarsi intra-specie per “cannibalismo”.
Ed ancora: una donna con un comportamento disinibito non è “facile” ma “orizzontalmente accessibile”; una fredda o frigida è in realtà solo “termicamente incompatibile” così come una con un corpo pesante è semplicemente “a struttura anatomica non flessibile”.
E, a proposito del mondo femminile, che dire del denunciato “perenne occultamento linguistico della donna”? Per reagire al quale è stato proposto di «usare aggettivi plurali al femminile […] anche se del “plurale” fa parte qualche uomo». È stato inoltre raccomandato di:
- non dire caccia all’uomo ma caccia all’individuo o alla persona; non uomo della strada ma gente comune o, anche, individuo o persona della strada; non a misura d’uomo ma a misura umana;
- usare maternità in luogo di paternità in espressioni come paternità di un’opera, di un’iniziativa e simili, ogni qualvolta l’artefice di turno sia una donna;
- evitare parole come fraternità e fratellanza, qualora si riferiscano sia a donne che a uomini, e di sostituirle con solidarietà (umana): e se solidarietà (umana) non dovesse piacere, c’è sempre la parola sorellanza.
Come si vede, questa spigolatura rivela scorci sociologici di notevole interesse e induce a ramificate riflessioni, oltre che linguistiche, anche psicologiche, per cui siamo dell’idea di continuare la serie e proporre in questo “Stupidario” altre aberrazioni linguistiche del politicamente corretto.
D’altra parte il fenomeno non deve meravigliarci perché, di un simile atteggiamento, già si colgono spunti nell’antica Grecia: Plutarco ad esempio, nella Vita di Solone (15, 2), attribuisce al legislatore ateniese l’idea di assegnare epiteti delicati e piacevoli alle cose sgradevoli: così Εταιραι ‘amiche, compagne’ (da cui il termine italiano “etèra”) diventò un ottimo sostituto di παρνι, cioè ‘prostitute’.
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