OCCHI  A  PALLA  COI  PALLONI

Racconto di Luciano Galassi

     

 

      Era il settembre del 2006 e da poco abitavo in Via Giuseppe Martucci, la strada un tantino austera e poco illuminata che da Piazza Amedeo scende verso i basalti della Riviera di Chiaia lungo i cammini angusti di una Napoli radicata nella sua topografia millenaria.  Con un colpo di fortuna, sùbito dopo i Gradini Amedeo avevo trovato un bilocale ampio ed arioso, con una larga veranda affacciata all’interno, nella quale,  all’atto della visita con il mediatore dell’Agenzia, sùbito sistemai mentalmente le gabbie e le voliere dei miei uccelli.

      Eh, sì, amo queste meravigliose bestiole, tutte trilli ed armonia, e per questo Clara, con una punta di ironia, mi chiama l’uccellista, definizione che ispira lazzi goliardici e pecorecci ai miei amici.

      Ma queste sono divagazioni inevitabili quando parlo della mia “truppa alata”, il cui trasloco, da un palazzo di via Tarsia ornato di consunti stemmi nobiliari, fu eseguito con cautela e in piena notte, per il timore che qualcuno potesse fare il conto degli uccelli che andavo ad inserire in quel condominio di via Martucci disciplinato da un regolamento di ben centosettantasei articoli!

     

      Era dunque una mattina di settembre ancora piena di fuochi estivi ed io, scendendo per la mia nuova strada, giunsi al punto in cui il percorso presenta un’opzione per via Santa Maria Apparente, creando un angolo presidiato  - a sinistra -  dalla facciata tufacea di una villa con alberi e piante: proprio lì fuori un’anziana donna somministrava del mangime ad alcuni uccellini. Era volenterosa ma si muoveva con una certa rigidità del tronco, come chi ha problemi alla colonna vertebrale.

      Mi fermai incuriosito alle sue spalle, ma non diede alcun segno di aver percepito la mia presenza.  Allora la affiancai:

      -  “ Buon giorno, signora. Ma lei provvede anche a farli bere? “.

      Si voltò di scatto:

      E come, non gli do da bere? Non le vedete quelle ciotoline laggiù, accostate al muro? Specie con questo caldo… Cambio l’acqua almeno due volte al giornoPure voi siete un amante degli uccelli?… Quanti ne avete? “.

      “ Tanti, signora. Troppi. “

      A chi lo dite.  Io pure ne ho molti… E non sto neanche in casa mia…, o meglio vivo con mia figlia e mio nipote… Mia figlia, Carla, è separata… Come avrete visto, questi sono tutti lucherini… che bèi colori, eh? Io non lo so come hanno potuto radunarsi uccellini della stessa specie con colori tanto diversi… Ma che vi volevo dire? Ah, stamattina ne ho visto uno con un’ala che non mi piaceva; stava a terra e tremava… Allora l’ho portato all’Ambulatorio veterinario della dottoressa Ida Vèssica, al Rione Sirignano. Per fortuna l’ala non era spezzata e l’uccellino guarirà in pochi giorni, ma deve essere tenuto in casa e curato… Perché non ve lo prendete voi? “.

 

      Le ultime parole erano state pronunciate in un tono supplichevole reso ancora più struggente dalla prènsile tessitura fonetica napoletana. La considerai: sulla sessantina, sfiorita, con una strana fissità negli occhi e con la tendenza ad allineare i denti di sopra su quelli di sotto in una smorfia grottesca. Nel complesso una persona modesta, ma certamente generosa.

 

      Risposi: “ Lei non può neanche immaginare quanti sono gli uccelli che ho già in casa, mi vergogno a dirlo. “

      Sì, però si tratta di compiere un’opera di carità. Io fra poco devo andare all’ambulatorio a ritirare il lucherino. Faccio sùbito… Se voi rimanete qua, al mio ritorno ve lo portate a casa“.

     “ Un altro uccello “, pensai, e l’idea mi apparve malsana, tanto da conferire al mio viso un’espressione negativa. La signora non ebbe il coraggio di parlare. Mi guardava. Poi, a sorpresa, le dissi:

      “ Va bene, sì, lo prendo “.

      Come? “.

      “ Ho detto che lo prendo. “

      Ah, che Dio ve ne renda merito… Allora m’aspettate qua? “.

      “ No, ma fra quarantacinque minuti ci sarò di nuovo “.

      Non è che poi vi aspetto inutilmente?

      “ Stia tranquilla, le ho dato la mia parola. Ecco, questo è il mio biglietto da visita “.

      Lesse ad alta voce ed esclamò: “ Ma io abito proprio vicino a voi, il mio palazzo è il primo a sinistra dopo svoltato l’angolo di via Giacomo Piscicelli “. Poi aggiunse: “ Mi chiamo Elvira Ianniello “.

 

      Dopo quarantacinque minuti ero di nuovo lì: la signora non c’era ancora e così mi soffermai ad osservare gli uccelli. Erano posati sui rami degli alberi, un po’ lontani, ma distinguevo nettamente una colonia di lucherini dalla grande varietà cromatica: chi brinato, chi semi-brinato, alcuni agata, altri bruni, e poi isabella, avorio, pastello, zabaione. Che animaletti vivaci, simpatici e socievoli! Veri amici dell’uomo; come dice il mio amico Amilcare, “lucherini  -  zuccherini“.

 

      Sopraggiunse la signora Ianniello, che recava in mano delicatamente un uccellino avvolto in un bendaggio.  Dotto’, fra tre-quattro giorni sarà completamente ristabilito e gli potrete togliere la garza. Ecco, prendételo… E qui ci sono il mio indirizzo e il numero di telefono “.

      Arrivato a casa, constatai che il nuovo ospite era un maschio con il manto in mutazione opale: una vera rarità!  “Ma questo è un giorno fausto!”, esclamai,  “e tu Fausto ti chiamerai. Vieni, vieni a vedere gli altri!”.

 

      Da allora ho avuto con la donna incontri casuali e, all’occorrenza, non ho mancato di aiutarla nella cura e nell’attenzione agli uccelli, al cui posto si recava due volte al giorno, sempre, mattina e sera, con qualsiasi condizione atmosferica e temperatura. L’ho anche sostenuta economicamente quando era necessario far ricorso alla veterinaria, che ben presto prese a chiamarmi direttamente per avvertire che l’uccellino portato qualche giorno prima dalla signora era ormai guarito e poteva essere dimesso. In sostanza mi comunicava con garbo che dovevo pagarle l’onorario, mentre il còmpito di reinserire la bestiola nel circoscritto habitat di via Martucci spettava alla Ianniello.

 

       Sono trascorsi tre anni e, dalle chiacchiere che abbiamo scambiato, non ho appreso molto su di lei se non che ama il mare, per cui d’estate, con alcune amiche, vi si reca quasi tutti i giorni rientrando sempre in serata, per non lasciare gli uccellini senza cibo e senza acqua fresca.

      Qualche volta ho fantasticato su quale aspetto poteva avere da giovane quella donna sbiadita, più o meno coetanea di mia madre, ma nessuna immagine mi è affiorata alla mente.

 

      Quest’anno purtroppo ha dovuto rinunciare agli svaghi balneari per una spondiloartrite anchilopoietica che ad aprile l’ha costretta ad un ricovero in ospedale: di conseguenza non le è stato possibile occuparsi dei lucherini di via Martucci, ai quali ci siamo dedicati io ed altri volenterosi.

      Per quattro mesi non l’ho vista. Ho telefonato però a casa di tanto in tanto e la figlia o il nipote mi informavano sugli esiti delle terapie; in ogni caso si premuravano sempre di salutarmi per suo conto. 

      “ Grazie, ricambio. E dítele che l’aspettiamo “.

 

      Ora siamo agli inizi di agosto e un paio di settimane fa l’ho rivista per strada, pallida e smagrita, mentre camminava a fatica appoggiandosi a un bastone. L’ho salutata con calore: 

      -  “ Finalmente, signora! Come va? “.

      -  Dotto’, diciamo che ci sto provando, ma posso fare solo pochi passi e per il momento non riesco a spingermi fino al muraglione “.

      “ Non si preoccupi, pensi a guarire completamente. Sono certo che recupererà in pieno e potrà dedicarsi nuovamente ai lucherini “.

      È quello che mi auguro “.

 

      Fa tanto caldo oggi e c’è molta umidità, ma, grazie all’aria condizionata, mi sto godendo le ferie fra le pareti domestiche in compagnia dei miei uccelli.  A sorpresa, verso le 11, mi telefona la signora Ianniello, la cui voce è secca ed imperiosa come non avrei mai immaginato: “ Dottore, è una questione personale, molto importante; venite sùbito da me “.  Ed ha chiuso la comunicazione.

      Che diavolo sarà successo?  E poi, che modo è questo! È stato un ordine, non una richiesta. Va be’, andiamo, può aver bisogno di me, forse un’emergenza in casa.

      Mi viene ad aprire lei, in vestaglia, scarmigliata, con le occhiaie, il volto pallido attraversato da malsane chiazze dal colore delle valve di cannolicchio; in casa ci sono anche una minuta donna vestita di nero ed una più giovane, che intuisco essere la figlia della Ianniello.

      Dottore, grazie per essere venuto, mi occorre il vostro intervento. Ho chiesto anche la presenza di questa condòmina che abita sul pianerottolo. Vi presento mia figlia Carla “.

      Sto per dire qualcosa quando irrompe dal corridoio un giovane robusto che sùbito inveisce contro Elvira: “ Nonna, ma chi hai fatto entrare in casa mia?  Chi è questa gente? Lei, signora, cosa vuole? “. Urla, è scomposto; suda e sputacchia. Sono cosciente che, almeno per il momento, non è possibile arginare quella furia e mi limito ad una mimica conciliante con le mani e col volto; invece l’esile donna in nero, abbastanza anziana, guadagna la porta con aria spaventata.

      Incurante, la Ianniello mi dice: “ Dottore, accomodatevi di qua “.

      Io svolto l’angolo ed entro in un unico grande vano che è salotto-soggiorno-cucina; mi siedo su una delle sedie del tavolo da pranzo con il piano di fòrmica ed assisto al secondo assalto del giovane:

      “ Nonna, tu mi devi dire come ti sei permessa, senza il nostro consenso, di far entrare sconosciuti in questa casa. Nella nostra casa! “. 

      È paonazzo, esagitato ed esprime una violenza cieca e rancorosa. Non riesco ancora a dire una parola, ma lo guardo con aria serena e sicura, per fargli capire che non sono impressionato da lui e che non ho alcuna intenzione di andarmene anch’io.

      “ Nonna, io, tu e mamma abbiamo un problema e fra noi tre dobbiamo risolverlo. Che c’entrano gli estranei? Non hai avuto alcun rispetto per tua figlia e per tuo nipote… Già, il rispetto! Che ne sai tu! Hai mai rispettato qualcuno? Hai mai pensato che gli altri hanno una loro dignità, una sensibilità, un amor proprio? “.

      Non può continuare così, è strozzato, deve tirare il fiato, ed allora Elvira ne approfitta per inserirsi: “ Dottore, vi chiedo scusa, ma vedete che avevo ragione a chiedere il vostro aiuto. In breve, mia figlia Carla e mio nipote mi vogliono cacciare di casa, intendono chiudermi in un ospizio “.

      La figlia, quarantacinquenne o giù di lì, insorge, più nervosa che adirata: “ Mamma, che dici? La realtà è un’altra, lo sai bene. Il problema è a monte. Dottore, dopo anni e anni d’inferno, s’è determinata una situazione di assoluta incompatibilità fra mia madre, da una parte, e me e mio figlio dall’altra. La convivenza ormai è impossibile. Mancano tutte le condizioni e tutti i presupposti “.

      Il giovane strabuzza gli occhi e affanna per la rabbia: “ C’è tutta una storia … Io ho problemi con questa donna da quando ero bambino...  Una persona arida, insensibile, egoista, chiusa nelle proprie idee, sempre pronta a disprezzare tutto e tutti, fossero anche i parenti più stretti “.

      Dottore, sentite?  Questi sono i riconoscimenti dopo anni di sacrifici e dedizione…

      “ Mamma “, insorge la figlia, “ ma se ho dovuto fare i salti mortali per crescere Michele quand’era bambino. Quali sacrifici e quale dedizione ? Tu non c’eri, tu lavoravi a Napoli mentre noi stavamo a Roma “.

      Senti, Carla, non divaghiamo. Ho chiesto l’aiuto del dottore perché mi sembra inumano ciò che volete fare: alla mia età, nelle mie condizioni di salute, con la misera pensione che prendo, volete farmi marcire in uno squallido pensionato “.

      “ Mamma, ci sono fior di case di riposo! E poi noi desideriamo solo che le nostre vite si dividano, perché non ce la facciamo più. Non è possibile che tu pretenda ancora di spadroneggiare, pontificare, offendere, trattarci come se fossimo oggetti e non persone “.

      Il ragazzo si inserisce con veemenza: “ Nonna, hai dimenticato quando ad otto anni non riuscivo nei còmpiti della scuola e tu, invece di aiutarmi, mi deridevi dicendo che ero un  ‘merdillo’? Te lo ricordi, vero?  Mi avessi mai fatto una carezza, accompagnato a scuola o dai compagni, incoraggiato, sostenuto nei momenti di difficoltà. Non hai mai mostrato un minimo di benevolenza, di fiducia, di stima…  Dell’affetto, che ne parliamo a fare?… Sono rimasto sempre il ‘merdillo’ che ero a otto anni, vero? “.

      La nonna lo guarda accigliata, con aria fiera ed offesa ad un tempo, dando così conferma alle parole del nipote.

 

      Sono confuso: sto scoprendo chi è nel profondo Elvira Ianniello e mi trovo al centro di una devastante crisi familiare.  Mi chiedo cos’è meglio fare. Andarmene? No, qualcosa mi trattiene. La butto lì: “ I fatti sono così complessi e incancreniti che io non posso far niente; come mio unico contributo vi invito a toni pacati e a riflessioni più serene; altrimenti continuerete a scambiarvi offese sanguinose, peggiorando la già pessima situazione “.

      Carla interviene: “ Dottore, lei dimostra molto equilibrio e con la sua presenza, se non altro, ci impedisce di trascendere ” .

      Non posso fare a meno di chiedermi che cosa succede quando trascendono sul serio.

      Poi si rivolge alla madre:  “ Mamma, tu non ci puoi ricattare, e noi non abbiamo alcun obbligo di assisterti o mantenerti. Vogliamo soltanto vivere in santa pace per conto nostro, senza la schiavitù e il disagio della tua presenza… E non fare la martire col discorso dell’ospizio; guarda, io e Michele siamo anche disposti ad andar via e lasciarti la casa, ma le nostre vite si devono separare. Posso ancora recuperare il rapporto con mio figlio, deterioratosi per colpa tua, e tentare di incollare i cocci della relazione con mio marito, padre di mio figlio, andata in frantuni anche grazie alla tua opera deleteria “.

      Carla, benedetta figlia, se non hai avuto successo come moglie e come madre, non essere così disonesta da scaricare i tuoi fallimenti su di me!  Se non hai saputo educare un figlio né tenerti un marito, rècita il mea culpa! “.

      “ Mamma, non diamo ulteriore spettacolo. Cerchiamo di risolvere il problema di base, che è quello di allontanare le nostre esistenze. Te l’ho detto: se vuoi, rimani tu in questa casa, ma noi andiamo altrove, senza di te; tu non sei la padrona delle nostre vite, non ne puoi disporre a piacimento “.

      Mi dici queste cose proprio adesso che ho bisogno di assistenza, che sto riprendendo a camminare… Domani devo andare per un controllo al Centro Traumatologico Ortopedico… Come ci arrivo?…  “. Poi si rivolge a me: “ Dottore, nel 1987, quando acquistammo questa casa, io misi ben trentacinque milioni, che all’epoca non erano pochi.  Si trattava di tutti i miei risparmi e so io come avevo potuto metterli da parte… “.

      “ Mamma, pure mio marito Gigi contribuì, e poi ci furono le mie quote, ottenemmo il mutuo… “.

      Sì, ma senza i miei soldi non si sarebbe concluso niente… Tu sai quanto mi era costato procurarmeli… E poi si verificò quel deplorevole episodio, rimasto sempre un mistero, dei sedici milioni in assegni che in Banca non si trovarono più, e questo ci costrinse ad altri sacrifici… Che devo dirti, tuo  marito era il direttore della filiale, quegli assegni sparirono e lui si comprò la Mercedes … Tira un po’ tu le conclusioni  “.

      Il nipote interviene come una belva ferita, sferra un pugno terribile sul tavolo, facendo partire in volo una ceneriera metallica che mi sfiora il viso, ed urla: “ Nonna, ma che vuoi dire? Che mio padre, approfittando della sua posizione in banca, è stato un ladro, un imbroglione? Questo vuoi dire? Anzi l’hai detto! “

      Dà un altro poderoso pugno sul tavolo, continuando ad inveire: “ Solo veleno t’esce dalla bocca… E stamattina come mi sono svegliato? Sentendo te e mamma che urlavate perché tu avevi telefonato al 113 per denunciare i maltrattamenti fisici e morali che subiresti da noi! Avete capito, dotto’? Alle sette del mattino mia nonna chiama la Polizia come se in casa ci fossero dei delinquenti da portare in galera!  E quei delinquenti saremmo noi, sua figlia e suo nipote! “.

    Gli occhi della Ianniello sono d’acciaio ed ha l’aria di chi si meraviglia della meraviglia altrui. Provo sconcerto e non riesco a dire nulla al giovane, che dopo qualche istante se ne va via di casa sbattendo violentemente la porta. 

      Guardo perplesso l’anziana donna, le tocco affettuosamente il braccio: “ Non così, signora. Lei deve smussare, mediare, levigare. Non si rende conto che, diversamente, inasprisce di più i rapporti?… Deve mantenersi calma ed abbassare i toni...  Ma quale 113?  Stia più attenta a quello che dice e a quello che fa, specie in momenti così delicati “.

      “ Mamma, hai sentito il dottore, un tuo amico, una persona che tu hai fatto venire? Ed è stata sempre così, dottore, cosa crede; sempre a disporre, comandare, offendere, ricattarci moralmente con il continuo richiamo al suo contributo per l’acquisto della casa. Adesso ci aggiunge la vecchiaia e le precarie condizioni di salute “.

 

      La signora Elvira le scocca un’occhiata terribile, tira i tratti del volto, allinea i denti, sporge le mascelle in fuori e con durezza estrema le dice: “Forse è il caso di spiegare al dottore come e perché sono stati importanti quei trentacinque milioni…”.

      Cerco di alleggerire: “Ma non c’è bisogno. Lo capirebbe chiunque che, pur non trattandosi di una somma considerevole, fu comunque determinante“.

      Mi guarda con stanchezza Elvira, e con stanchezza mi parla: “ Dottore, io rimasi vedova abbastanza giovane. Abitavamo a Roma perché mio marito era impiegato al Ministero. Quando lui morì, la pensione di reversibilità fu poca cosa, così, con Carla studentessa e sottoccupata ma già in attesa di un figlio senza essere sposata, pensai che avrei dovuto mettermi a lavorare …  Ma avevo anche bisogno di uscire dalla gabbia nella quale  -  senza rendermene conto -  mi ero rinchiusa durante il matrimonio, volevo andare per strada, vedere gente, respirare l’aria di un parco… Ora venivano fuori tutte le mie esigenze di donna, che non avevo compreso di avere finchè lui, Goffredo, era stato in vita…

      Si concede una pausa, mentre la figlia mi guarda senza espressione. Io ho capito e non ho capito quale piega sta per prendere il discorso.

      In breve, dottore, la domenica pomeriggio presi ad uscire. Ero ancora abbastanza piacente e, anche se adesso non si direbbe, avevo una buona disposizione a ridere e a scherzare. Furono la prima occhiata, il primo complimento sussurrato, a farmi sentire l’orgoglio di essere donna, la vanità di suscitare ammirazione… Quello con mio marito era stato un matrimonio, come diciamo noi, ‘combinato’… Non ci fu mai amore, né da parte mia né da parte sua.  Solo, ogni tanto, sesso:  ma frettoloso e insoddisfacente...

      Poi una domenica, all’uscita da un cinema, accettai l’invito a cena da parte dell’uomo che mi si era seduto accanto: signorile, brillante, simpatico, un vero gentiluomo, che dopo mi portò in uno dei migliori alberghi di Roma. Come fu bello, come fu gratificante; per la prima volta provai che cosa vuol dire essere femmina, quali piaceri si possono ricevere da un maschio… Fui come una bottiglia di champagne alla quale era stato fatto saltare il tappo “.

 

      Perché mi sta raccontando tutto questo? Che c’entrano la casa e i trentacinque milioni? La figlia mi guarda e tace, la gamba destra le trema in un movimento incontrollato.

      Dopo di che, dottore mio, sempre pensando che avrei dovuto cercarmi un lavoro, accettai l’invito del secondo, del terzo, del quarto uomo e così via… Al cinema mi sedevo sempre dove c’erano sedie vuote a fianco a me… Una volta un distinto signore dai capelli grigi, a conclusione di una splendida serata, mi lasciò centomila lire! Dotto’, centomila lire!, dicendomi:  ‘Prendi, te le sei proprio meritate. Non ti offenderai, spero; anzi devi essere contenta se ti dico che hai talento, un vero talento… Tu sei napoletana, hai detto… Io a Napoli ho molti amici, persone perbene, galantuomini seri e riservati, bisognosi di gentilezze e cortesie, proprio come quelle che sai dispensare tu… Uomini di sentimenti nobili e cuore generoso, che conoscono la vita e sanno come disobbligarsi…  Se tu pensi di poter considerare questo aspetto, io ho un indirizzo, sai… una persona che organizza incontri e fa in modo che tutti, ma proprio tutti, alla fine, rimangano soddisfatti’ …

      “ Organizzava ed incassava “, penso, “ e poi passava la quota a questa disgraziata “.

      Elvira mi osserva, decodifica il mio sguardo e conferma: “ Dotto’, da allora mi dedicai a quest’attività in maniera professionale. La mattina prendevo il treno per Napoli, mi cambiavo nella toilette del vagone ferroviario e quando scendevo a Piazza Garibaldi ero un’altra persona, un’altra Elvira, il cui nome era diventato Linda. La sera, al rientro a Roma, si verificava il cambiamento inverso. Indossavo di nuovo l’anonimo vestituccio col quale ero uscita e tornavo ad essere la scialba casalinga che tutti conoscevano; mi sentivo, ed ero, una persona che non aveva alcuna contiguità né attinenza con quella di qualche ora prima “.

      “ Signora Carla “, chiedo alla figlia, “ ma lei non sospettava di  nulla? “.

      “ Perché avrei dovuto? Lei diceva di aver preso un buon posto come rappresentante… Ma stupidamente non mi sono mai chiesta  ‘rappresentante di che cosa’, di quale merce o servizio… “

      Mi rivolgo alla Ianniello: “ Signora, tutto questo fa parte della sua storia e capisco che ha voluto raccontarmelo per mettere in rilievo quanto le sono sembrati importanti quei soldi che lei dette per la casa. Ma è un suo vissuto personale: la provenienza di quel denaro e i sacrifici per procurarselo non modificano assolutamente i termini dell’attuale questione fra di voi “.

      Aspettate, dottore. Forse vi stupirà, ma io ero contenta perché ogni incontro mi dava piacere e soldi.  E poi, con le altre della stessa… come dire?,  cerchia… quasi tutte di Napoli…, strinsi sinceri rapporti di amicizia che con molte durano ancor’oggi, le uniche vere amiche nella mia vita: sono quelle con cui vado al mare…

      Una, però, perse la testa per un poco di buono, che, oltre a drogarsi, spacciava nella zona di Posillipo. Quando fu arrestato in casa, dove scoprirono un carico di eroina, c’era anche lei, che nulla sapeva di quei traffici, ma rimase ugualmente coinvolta: le sequestrarono un’agendina dov’erano annotati anche il mio nome, indirizzo e numero di telefono.

      Fui convocata nella caserma  “D’Acquisto” dei Carabinieri di Napoli, e per fortuna non mi fu difficile dimostrare la mia assoluta estraneità a qualsiasi traffico di droga… Per carità, dotto’, mai avuto niente a che fare con quella roba!…  Ma dovetti chiarire tutto della mia vita e delle mie frequentazioni, e a chiusura dell’indagine mi fecero firmare un verbale nel quale era scritto che Montefusco Elvira (il mio nome da signorina), nata a Napoli il…, residente a Roma alla via…,  era  ‘dedita alla prostituzione’ “.

      “ Ma il fatto fu riportato dai giornali? Io non ricordo. “.

      No, non fu pubblicato niente, anche perchè si trattò di un episodio marginale rispetto all’oggetto dell’inchiesta giudiziaria, che era lo spaccio di stupefacenti… Avete capito, dotto’?  ‘Dedita alla prostituzione’… Ed è grazie a questa attività che avevo potuto accumulare trentacinque milioni… Perciò mia figlia non può pretendere che io ne parli come se fossero stati soldi avuti in eredità o vinti al Totocalcio… “.

      “ Mamma “, insorge Carla, “ tu hai fatto le tue scelte ed hai avuto la tua vita. Io non t’ho mai giudicato né intendo farlo adesso. Rispetto il tuo passato, ma tu devi rispettare il mio presente: voglio essere libera di organizzarmi una vita in cui non ci sia la tua opprimente ed invasiva presenza “.

      Sentito, caro dottore? Queste sono le soddisfazioni che si ricevono in vecchiaia dai figli… Comunque voglio concludere: a Roma mai nessuno ha saputo o sospettato di qualcosa e a Napoli meno che mai, perciò, quando decidemmo di rientrare in questa benedetta città,  mi ci trasferii a cuor leggero. E da allora il capitolo ‘uomini’, per me, si è chiuso in via definitiva: non ne ho mai più avvicinato uno, mi sono dimenticata come sono fatti…  “.

      “ Signora “, le chiedo,  “ma suo nipote sa qualcosa di questa storia? “.

      No, lui non sa niente.

      “ E, mi raccomando, fate in modo che continui a non sapere. Sarebbe un colpo terribile “.

      Né la madre né la nonna rispondono, troppo prese dai reciproci risentimenti. A Carla, che sta quasi sbriciolando la sigaretta fra le labbra,  continua a tremare la gamba destra. Le due donne si guardano: odio negli occhi della figlia, riprovazione e durezza in quelli della madre, che ricorda in tono lamentoso: “ Domani devo andare ad una visita importante al CTO e come faccio, come ci arrivo?

      “ Mamma, ti accompagno io con la macchina, va bene? Sei tranquilla?  È per il nostro futuro che sono preoccupata, è per il futuro di tutti noi che va adottata una soluzione… Vuoi stare in pena per la visita di domani?…“.

 

      D’improvviso, il silenzio.  La signora Ianniello fissa il vuoto, davanti a sé. Io potrei dire mille cose ma valuto che è meglio tacere. L’anziana donna ha un sospiro che non ne allenta la tensione interiore né l’asprezza del volto, gira lo sguardo e mi dice:  Mia figlia, in questa stagione della vita, dovrebbe essere la mia migliore amica, e invece mi odia… Si illude di ricominciare con l’ex marito… “

      “ Mamma, siamo solo separati e quindi non è un ex marito, e se permetti posso almeno tentare… o devo battere altre strade come… “, si interrompe per un’occhiataccia della madre, che la rimbecca: “ Voglio proprio vedere cosa farai della tua vita… “.

      Poi Elvira si rivolge a me: “ E se Carla ha in animo di abbandonarmi, io, grazie al cielo, ho ancora le amiche del ‘giro’, che possono darmi compagnia e conforto… Siamo legate dagli stessi sentimenti di allora: affetto, stima, affiatamento, solidarietà… Quanti ricordi, dottore mio!  

      Ce n’era una proprio speciale, che in breve diventò la mia amica del cuore. Una donna con marito e figli: bruna, giovane, solare, occhi neri grandissimi. Aveva fatto un buon matrimonio, ma era di umili origini: i genitori ed i fratelli erano ortolani. Lei mi confidò che da piccola, in famiglia, per via di quei suoi occhi così grandi, spesso le ripetevano affettuosamente   “uocchie a palla cu’ ‘e pallune”; per voi non c’è bisogno di traduzione, dotto’: occhi a palla con i palloni. E, sempre per i suoi occhioni, le misero il soprannome di “Palluttella”.  Ma io questa cosa la rivelai a tutte e così prendemmo a chiamarla proprio  “Pallottella”, che poi diventò il nome con cui era conosciuta dai clienti…  Ma che c’è, dotto’, non vi sentite bene? Siete diventato pallido… Eh, lo so, il caldo; purtroppo in questa casa non c’è l’aria condizionata “.

 

      Elvira non lo sa, ma, con le sue ultime parole, mi ha infilato un coltellaccio nel ventre e mi sta aprendo l’intestino in tutta la sua lunghezza. Lei non lo sa, ma con un colpo solo m’ha spiccato il cuore dal petto e lo ha gettato a ruzzolare sul pavimento di questa sudicia stanza; non lo sa, ma io ho mille spine confitte nel cervello, ho l’anima graffiata, il respiro lacerato. Sono pietrificato, sudo, non ho la forza di muovere un dito. Ma non sembra accorgersene;  e nemmeno Carla che, intenta a fumare, si guarda l’isterico movimento della gamba destra come se non fosse la sua.

 

      Prosegue la Ianniello : “ Eravamo così affezionate che spesso ci  scambiavamo dei regali. ‘Pallottella’ impazziva per gli oggetti da salotto ed io ogni tanto gliene regalavo qualcuno: una volta, per il suo compleanno, pur sostenendo un sacrificio economico, le diedi in dono una bellissima sirenetta di giada su una base di alabastro… Eh, la comprai da “Lunarini”…  Lei si disobbligava con altri oggetti. Vedete dotto’, là in fondo, quel barattolo di vetro? Era un soprammobile di casa sua, volle darmelo. All’origine, dentro c’era la marmellata  - gli inconfondibili barattoli delle confetture ‘Ametrano’ -  ma da tempo, chi sa quanto, c’è una mantide religiosa sotto formaldeide; prima era immersa nello spirito, perciò è diventata rossa, ma, dopo che lei me ne ebbe fatto omaggio, io cambiai il liquido conservante…

      Poi lei smise l’attività perché il marito cominciava a sospettare e ci perdemmo di vista… Mi è mancata molto… Ho saputo che è morta qualche anno fa… “.

 

      Cado scompostamente dalla sedia sull’impiantito, come se qualcuno m’avesse dato una spinta poderosa. “ Non è niente, signora “, dico “ non è niente “, mentre non posso trattenere le lacrime.

     Ma se state piangendo, dotto’ “.

     “ È un fatto meccanico, signora. Sento un forte dolore al fianco. Ma non è niente. Adesso mi alzo e mi rimetto a sedere “.

      Carla, dài un bicchiere d’acqua al dottore.  Ma come avete fatto a cadere? Un giramento di testa?  Deve dipendere proprio da questo terribile caldo… Come mi dispiace “.

 

      Mentre la donna più giovane esegue, rivedo la lontanissima scena: potevo avere tredici o quattordici anni e momentaneamente ero solo in casa, al primo piano di un edificio in via Foria; affacciato alla finestra, scorsi nel giardino del palazzo una mantide, tutta verde ma non sufficientemente mimetizzata, ferma su un grosso stelo di erba spontanea, con gli occhi cupi e minacciosi. Scesi e mi avvicinai con circospezione; nei pressi c’era un barattolo di vetro, lo presi, lo ripulii con il fazzoletto, poi mi avvicinai lentamente all’insetto che, immobile, sembrava finto: con un colpo destro, di cui il simile ben poche altre volte m’è riuscito in vita mia per coordinazione e prontezza, lo  rinchiusi nel barattolo senza neanche toccarlo. 

      Andai di corsa dal droghiere di fronte, don Armando, a comprare un po’ di alcool denaturato  (“ Guaglio’, ma màmmeta ‘o sape? “). Sollevai il coperchio di qual tanto che mi fu sufficiente per versare il composto nel contenitore: inaspettatamente la mantide, al contatto con l’alcool che la bagnava e sommergeva bruciandola, prese a gridare: un urlo tormentoso e penetrante, un lamento acuto e sottile di dolore, un filamento di disperazione, un’invocazione aguzza e capillare che mi sconvolse. Così, senza che lo avessi immaginato, inflissi a quel povero ortottero un rogo chimico, una fine atroce che sopraggiunse solo dopo disperati movimenti e convulsioni, finché si immobilizzò per sempre, nel suo figurativo atteggiamento di preghiera,  immerso nel comburente liquido rosato.

      Per anni il ricordo della sua fine mi angosciò, affiorandomi alla mente negli attimi più belli della mia vita e rabbuiando di fantasmi vendicativi i peggiori incubi che il mio subcosciente potesse elaborare. Poi, con la maturità, è rimasto solo il remoto  - sotteso ma indelebile -  ricordo di quella efferata esecuzione.

      Il barattolo con la mantide stette per alcuni anni su una mensola del soggiorno, sempre a tutti presentato come mio trofeo personale, finché  - all’incirca un anno dopo che mia madre aveva intrapreso un’attivita part time di rappresentanza per non so che cosa, mai saputo -  non fu più trovato. Vani risultarono indagini, ricerche ed interrogatori; si sospettò di Clementina, la donna di servizio, interrogata duramente anche da mio padre, ma non si giunse a capo di nulla.

      Ci rimasi malissimo, non riuscivo a rassegnarmi. Ricordo che ogni tanto guardavo meccanicamente ed invano la mensola, nel punto dove prima c’era la mantide, giusto fra la piccola sirena di giada su base di alabastro e la fotografia  - in cornice -  di mio padre sulla quale lui aveva scritto una dedica particolare: “ A Rita, alla mia pallottela, ai suoi occhi a palla coi palloni. Per sempre. Ernesto “.