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STUPIDARIO
LINGUISTICO
a
cura di
Luciano Galassi
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LEGGERE UN QUADRO… ED ALTRO
Il verbo
“lèggere” deriva
dal latino “legere”,
che, al significato di “raccogliere”
e “scegliere”, sovrappose quello di “rilevare le parole dai
caratteri scritti”: evoluzione forse determinata dall’
“adunare” le lettere per comporne le parole
(Dante Olivieri) o dal
raccogliere con gli occhi i segni della scrittura (Tullio
De Mauro e Luca Lorenzetti).
“Leggere” quindi vuol dire passare lo sguardo su parole
scritte, al fine precipuo di comprenderne il significato; ma,
conoscendo i caratteri di un alfabeto (si pensi al cirillico) e le
regole di pronuncia di una lingua straniera, se ne possono leggere
correttamente le parole pur ignorandone del tutto il senso (il che
può accadere anche con lemmi non conosciuti della propria stessa
lingua).
Estensivamente si può “leggere” qualsiasi segno grafico
tracciato per comunicare qualcosa: pensiamo ai simboli di una carta
geografica, alle note su uno spartito, ed anche alle cifre su un
contatore oppure al tracciato di un sismografo.
In senso traslato e metaforico alcuni
significati della parola “leggere” sono collegati alla sfera dei
sentimenti, della sensibilità personale e dell'istinto, per indicare
la capacità di interpretare, intuire, percepire: si parla così di leggere
paura o fatica su un viso, leggere i sentimenti negli occhi di
una persona, leggere il pensiero, le intenzioni altrui. Nel
poker, quando un giocatore lascia trasparire dal suo comportamento
l’entità del punto che ha in mano, viene schernito dagli altri con
“Sei letto”.
Gli arùspici leggevano
il futuro nel volo degli uccelli, alcuni studiosi presumono di saper leggere
la storia, le chiromanti leggono la mano e c’è chi legge
i fondi del caffè. Infine, per gli antichi, l’universo era il
grande libro di Dio, che richiedeva la lettura del mondo e
Benedetto Croce diceva che “c'è da studiare e leggere il
mondo”. Oggi purtroppo si è arrivati aberrantemente a “leggere”
il territorio, un contesto, una situazione e altre amenità del
genere.
Come che sia,
ribadiamo che la “lettura” in senso proprio è la rilevazione
visiva di segni grafici, al fine di acquisirli correttamente e
comprenderne il significato. Facciamo un esempio avvalendoci di una
simpatica tiritera che usavamo snocciolare al liceo; èccola: la
filosofia (o l’amore)
è la palingenetica obliterazione dell’io cosciente che si
infutura nell’archetipo prototipo dell’antropomorfismo universale.
È sufficiente essere dotati del mero alfabetismo per leggere
questa frase; altro è capirla e interpretarla. Ma l’operazione di
base resta quella di rilevare ogni parola nella sua resa grafica per
il successivo processo di comprensione e/o interpretazione del testo:
così, ad esempio, è importante che io legga correttamente
“palingenetica” e non “polingenerica”,
“infutura” e non “infuria”.
Usare perciò l’espressione “leggere un quadro”,
e dire che sostanzialmente non è operazione diversa dal leggere una
poesia o una novella, è sbagliato perché per l’arte figurativa
c’è la visualizzazione di immagini,
non di parole: un quadro è ontologicamente illeggibile perché, sotto
l’aspetto sensoriale, è soltanto guardabile.
Un testo scritto può essere letto anche da un cieco con
l’ausilio dei caratteri Braille mentre ciò non è possibile con gli
oggetti dell’arte figurativa: ciò dimostra quanto sia erroneo ed
aberrante usare in un simile contesto le parole “leggere” e
“lettura”.
Quando si afferma (male e contraddittoriamente) che
“leggere un quadro non si riduce ad una semplice
lettura, ma significa comprendere ciò che l’artista vuole
trasmettere con la sua opera”, si intende dire, con parole più
giuste, che “realizzare un corretto approccio critico ad un quadro
non si riduce ad una semplice visualizzazione dell’opera, ma
significa comprendere ciò che l’artista vuole
trasmettere”.
Quanto sia improprio il richiamo al concetto di “lettura”
risulterà ancora più chiaro dalle parole del seguente brano (come
prima, le sottolineature sono nostre):
“La lettura obiettiva di un quadro può essere
fatta soltanto da chi possiede delle competenze specifiche nel campo
pittorico. Certo il lettore competente può dare una lettura
completa dell’opera d’arte… I
lettori inesperti apprezzano un quadro quanto più s’avvicina
alla realtà, ma questo modo di visitare le opere è
sicuramente limitativo “.
Va osservato che per uno scritto non avrebbe senso parlare di
“lettura obiettiva” perché -
ripetiamo - la lettura è
solo l’esatta rilevazione dei segni grafici e non può che essere
obiettiva: una “a” è una “a” e la parola “fiore” è la
parola “fiore”; di soggettivo, se proprio vogliamo, c’è solo
l’irripetibile e necessario agente dell’operazione. Ma, più
correttamente, la lettura è lettura, senza ulteriori specificazioni.
Per uno scritto inoltre sarebbe aberrante la figura del
“lettore competente” dato che una persona alfabeta è sempre
“competente” a leggere, per il solo fatto di saper leggere: il
problema della competenza o meno circa il contenuto del testo letto si
presenterà solo nel successivo momento logico-cronologico della
comprensione e/o interpretazione. Io posso leggere (sono competente a
leggere) correttamente un intero trattato di semiotica medica, ma, non
avendo competenza in medicina, non capirò nulla.
Posso però leggere una nota critica su Giacomo Leopardi
(competenza a leggere), che nel complesso comprendo (competenza sui
contenuti) anche se alcuni punti non mi risultano chiari (esigenza di
approfondire): quindi penserò, rifletterò, rileggerò le poesie del
recanatese, magari rileggerò anche
- e più di una volta -
i passi sui quali ho incontrato difficoltà. Ma tutto ciò fa
parte del momento successivo alla “lettura in quanto tale” e la
stessa rilettura del testo è un accorgimento che non giustificherebbe
una catalogazione delle letture per “livelli” (primo, secondo e
così via, come pretendono quelli che, a proposito dei dipinti e delle
sculture, parlano di “vari livelli di lettura”).
Per concludere,
accettiamo volentieri metafore quali “leggere il pensiero”,
“leggere negli occhi” o “leggere
un sorriso”, perché arricchiscono il nostro linguaggio; però
quando non più di metafore si tratta ma di distorsioni
linguistico-concettuali, allora è il caso di suonare il campanello
d’allarme di questo Stupidario e, per rimanere nel campo
delle arti figurative, ci perderemo ancora una volta
nell’indecifrabile sorriso della Gioconda guardando intensamente
(non leggendo!) una riproduzione dell’immortale capolavoro di
Leonardo.
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