STUPIDARIO  LINGUISTICO

a  cura  di  Luciano  Galassi

 

 

       -  19  -          LEGGERE UN QUADRO… ED ALTRO

 

 

      Il verbo  “lèggere”  deriva dal latino  legere”, che, al significato di  “raccogliere” e “scegliere”, sovrappose quello di “rilevare le parole dai caratteri scritti”: evoluzione forse determinata dall’ “adunare” le lettere per comporne le parole  (Dante Olivieri) o dal raccogliere con gli occhi i segni della scrittura (Tullio De Mauro e Luca Lorenzetti).

      “Leggere” quindi vuol dire passare lo sguardo su parole scritte, al fine precipuo di comprenderne il significato; ma, conoscendo i caratteri di un alfabeto (si pensi al cirillico) e le regole di pronuncia di una lingua straniera, se ne possono leggere correttamente le parole pur ignorandone del tutto il senso (il che può accadere anche con lemmi non conosciuti della propria stessa lingua).

      Estensivamente si può “leggere” qualsiasi segno grafico tracciato per comunicare qualcosa: pensiamo ai simboli di una carta geografica, alle note su uno spartito, ed anche alle cifre su un contatore oppure al tracciato di un sismografo.

      In senso traslato e metaforico alcuni significati della parola “leggere” sono collegati alla sfera dei sentimenti, della sensibilità personale e dell'istinto, per indicare la capacità di interpretare, intuire, percepire: si parla così di leggere paura o fatica su un viso, leggere i sentimenti negli occhi di una persona, leggere il pensiero, le intenzioni altrui. Nel poker, quando un giocatore lascia trasparire dal suo comportamento l’entità del punto che ha in mano, viene schernito dagli altri con “Sei letto”.

      Gli arùspici leggevano il futuro nel volo degli uccelli, alcuni studiosi presumono di saper leggere la storia, le chiromanti leggono la mano e c’è chi legge i fondi del caffè. Infine, per gli antichi, l’universo era il grande libro di Dio, che richiedeva la lettura del mondo e Benedetto Croce diceva che “c'è da studiare e leggere il mondo”. Oggi purtroppo si è arrivati aberrantemente a “leggere” il territorio, un contesto, una situazione e altre amenità del genere.

 

      Come che sia, ribadiamo che la “lettura” in senso proprio è la rilevazione visiva di segni grafici, al fine di acquisirli correttamente e comprenderne il significato. Facciamo un esempio avvalendoci di una simpatica tiritera che usavamo snocciolare al liceo; èccola: la filosofia  (o l’amore) è la palingenetica obliterazione dell’io cosciente che si infutura nell’archetipo prototipo dell’antropomorfismo universale.

      È sufficiente essere dotati del mero alfabetismo per leggere questa frase; altro è capirla e interpretarla. Ma l’operazione di base resta quella di rilevare ogni parola nella sua resa grafica per il successivo processo di comprensione e/o interpretazione del testo: così, ad esempio, è importante che io legga correttamente “palingenetica” e non “polingenerica”, “infutura” e non “infuria”.

 

      Usare perciò l’espressione “leggere un quadro”, e dire che sostanzialmente non è operazione diversa dal leggere una poesia o una novella, è sbagliato perché per l’arte figurativa c’è la visualizzazione di  immagini, non di parole: un quadro è ontologicamente illeggibile perché, sotto l’aspetto sensoriale, è soltanto guardabile.

      Un testo scritto può essere letto anche da un cieco con l’ausilio dei caratteri Braille mentre ciò non è possibile con gli oggetti dell’arte figurativa: ciò dimostra quanto sia erroneo ed aberrante usare in un simile contesto le parole “leggere” e “lettura”.

      Quando si afferma (male e contraddittoriamente) che  leggere un quadro  non si riduce ad una semplice lettura, ma significa comprendere ciò che l’artista vuole trasmettere con la sua opera”, si intende dire, con parole più giuste, che “realizzare un corretto approccio critico ad un quadro non si riduce ad una semplice visualizzazione dell’opera, ma significa comprendere ciò che l’artista vuole trasmettere”.  

      Quanto sia improprio il richiamo al concetto di “lettura” risulterà ancora più chiaro dalle parole del seguente brano (come prima, le sottolineature sono nostre):

      La lettura obiettiva di un quadro può essere fatta soltanto da chi possiede delle competenze specifiche nel campo pittorico. Certo il lettore competente può dare una lettura completa dell’opera d’arte…  I lettori inesperti apprezzano un quadro quanto più s’avvicina alla realtà, ma questo modo di visitare le opere è sicuramente limitativo “.

 

      Va osservato che per uno scritto non avrebbe senso parlare di “lettura obiettiva” perché  - ripetiamo -  la lettura è solo l’esatta rilevazione dei segni grafici e non può che essere obiettiva: una “a” è una “a” e la parola “fiore” è la parola “fiore”; di soggettivo, se proprio vogliamo, c’è solo l’irripetibile e necessario agente dell’operazione. Ma, più correttamente, la lettura è lettura, senza ulteriori specificazioni.

      Per uno scritto inoltre sarebbe aberrante la figura del “lettore competente” dato che una persona alfabeta è sempre “competente” a leggere, per il solo fatto di saper leggere: il problema della competenza o meno circa il contenuto del testo letto si presenterà solo nel successivo momento logico-cronologico della comprensione e/o interpretazione. Io posso leggere (sono competente a leggere) correttamente un intero trattato di semiotica medica, ma, non avendo competenza in medicina, non capirò nulla.

      Posso però leggere una nota critica su Giacomo Leopardi (competenza a leggere), che nel complesso comprendo (competenza sui contenuti) anche se alcuni punti non mi risultano chiari (esigenza di approfondire): quindi penserò, rifletterò, rileggerò le poesie del recanatese, magari rileggerò anche   - e più di una volta -   i passi sui quali ho incontrato difficoltà. Ma tutto ciò fa parte del momento successivo alla “lettura in quanto tale” e la stessa rilettura del testo è un accorgimento che non giustificherebbe una catalogazione delle letture per “livelli” (primo, secondo e così via, come pretendono quelli che, a proposito dei dipinti e delle sculture, parlano di “vari livelli di lettura”).

 

      Per concludere, accettiamo volentieri metafore quali “leggere il pensiero”, “leggere negli occhi” o  “leggere un sorriso”, perché arricchiscono il nostro linguaggio; però quando non più di metafore si tratta ma di distorsioni linguistico-concettuali, allora è il caso di suonare il campanello d’allarme di questo Stupidario e, per rimanere nel campo delle arti figurative, ci perderemo ancora una volta nell’indecifrabile sorriso della Gioconda guardando intensamente (non leggendo!) una riproduzione dell’immortale capolavoro di Leonardo.