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STUPIDARIO
LINGUISTICO
a
cura di
Luciano Galassi
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23 -
E R
O E
La parola
“eroe” nasce in Grecia, per significare un uomo
mitologico figlio di una divinità e di un mortale (si pensi ad
Enea, generato da Venere) o, in casi eccezionali, una persona con
capacità decisamente superiori alla norma, come Ettore ed Ulisse.
L’eroe classico possiede sempre caratteristiche ed abilità,
fisiche e mentali, superiori a quelle di qualsiasi altro essere
umano, che gli consentono di compiere azioni straordinarie e imprese
illustri, sempre a fin di bene.
Nella nostra lingua il termine passò a connotare
essenzialmente la persona di eccezionale valore e coraggio che si
distingue in imprese belliche ad altissimo rischio e che in
particolare va incontro al pericolo e al cosciente sacrificio di sé
per la patria. Ma anche, in genere, chi si rende protagonista di uno
straordinario e generoso atto di coraggio fino al consapevole
sacrificio di sé stesso, allo scopo di proteggere il bene altrui o
comune.
Col tempo però la parola è stata malamente utilizzata anche
per indicare:
-
la persona che dà prova di dedizione assoluta alla virtù,
al dovere e simili: eroe della carità, della bontà; gli eroi
della scienza (ma ahinoi fu scritto “ eroici! “ per i
calciatori che vinsero il campionato mondiale di calcio in Germania
nel 1982);
-
il personaggio principale di un’opera letteraria, teatrale,
cinematografica;
-
ironicamente o per scherzo, il personaggio di primo piano di
una vicenda spesso frivola e non molto impegnativa: l’eroe
della serata, l’eroe della festa;
-
la persona che in un determinato periodo di tempo, per lo più
breve, attira su di sé l’attenzione del pubblico: l’eroe del
giorno.
Comunque, il termine “eroe”,
nella sua accezione più nobile ed elevata, è stato sempre
usato per chi in piena coscienza mette seriamente a repentaglio la
sua vita, o la sacrifica, per il bene della patria in guerra, o in
azioni civili a vantaggio di vite umane, anche nel quadro di attività
di carattere professionale: pensiamo ai Vigili del Fuoco e agli
stessi soldati in armi, che nel contesto bellico sono comunque
legati allo Stato -
volontari o richiamati - da
un remunerato rapporto di servizio.
Quando mancano queste caratteristiche, quindi, sembra proprio
che non sia il caso di definire
“eroi” le vittime di
tragici eventi che maturano in teatri bellici. Confessiamo però che
- di fronte ad episodi come quello recentemente verificatosi a
Kabul, nel quale hanno incontrato la morte,
per un vile attentato, sei giovani paracadutisti italiani -
ci costa un certo sforzo mantenere il tono distaccato che
occorre nel trattare una
questione solo sotto l’aspetto linguistico.
Qualcuno ha osservato che chiamare “eroi” i militari
caduti in missione aveva forse un senso quando c’erano
“i volontari animati solo da impeto emotivo”; ma, ora che
i nostri soldati “sono
professionisti, lavoratori coscienti dei pericoli che affrontano”,
in caso di morte vanno considerati,
“né più né
meno, [come] caduti sul
lavoro“: tutte proposizioni invero che non convincono.
Altri ha aggiunto che i nostri soldati, pur trovandosi in
territorio di combattimenti, sono stati falciati da un agguato
suicida, non in uno scontro armato, e tale considerazione ci sembra
fondamentale perché, date le modalità dell’evento, è mancata
proprio la decisiva consapevolezza dell’estremo sacrificio in un
momento estremo. Né si
può invocare il generico pericolo che è insito in ogni operazione
di carattere militare, altrimenti, sarebbero tutti eroi, anche se
potenziali. Inoltre sarebbero eroi il vigile urbano che viene
proditoriamente ucciso da un bandito, una guardia giurata che trova
la morte in un agguato, un poliziotto perito in un attentato. E di
questo passo, perché non anche l’ignaro cittadino che perde la
vita nel fuoco incrociato di bande rivali della mala vita?
Quindi, sempre con intenso sentimento di solidarietà verso
le famiglie dei nostri militari scomparsi, in questa sede dobbiamo
dire che, linguisticamente, è sbagliato definirli “eroi”,
poveri figli di un’Italia che sta dando il suo contributo di vite
e di sangue per la difesa della civiltà contro la barbarie del
terrorismo internazionale.
Ma, sia per la correttezza linguistica che (essenzialmente)
per una misurata valutazione di eventi e comportamenti, sarebbe il
caso di bandire la parola “eroe”
- ad esempio - per
i calciatori, per gli appassionati di un cantante che trascorrono
molte ore in fila per acquistare il biglietto, per i dipendenti di
un’azienda in crisi saliti su una gru a difendere il posto di
lavoro e per tutti i protagonisti di episodi del genere: già
sessant’anni fa Alfredo Panzini osservava che
“il vocabolo eroe è prodigato con una generosità
singolare”. E stupida, aggiungiamo noi.
Non eroi, quindi, ma
caduti, vittime di un attentato, i nostri soldati a
Kabul, che all’occorrenza, in uno scontro aperto, avrebbero di
sicuro saputo comportarsi eroicamente: siamo dell’avviso che
apprezzare la loro tragica fine nella giusta dimensione ce li rende
forse più cari e più vicini, perché li sottrae alle fuliggini
della retorica e delle vuote fanfare.
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