GORDON POOLE

NAZIONE GUERRIERA

Il militarismo nella cultura degli Stati Uniti

di Fiorella Franchini

                                                                  

    Scrive Don Primo Mazzolari: ”…Non è forse una contraddizione che dopo venti secoli di Vangelo gli anni di guerra siano più frequenti degli anni di pace?…Che una guerra possa portare il nome di “giusta” o di “santa” e si invochi il nome di Dio per conseguire una vittoria pagata con la vita di milioni di figli di Dio?…Che l’omicida comune sia messo al bando come assassino, mentre chi stermina genti e città sia in onore come un eroe?…”.

“Nazione Guerriera” di Gordon Poole, pubblicato da Colonnese Editore e presentato lo scorso 10 dicembre a Palazzo Serra di Cassano, ripropone proprio questa realtà impegnativa quanto contraddittoria. Il saggio alterna l’analisi politica con l’analisi letteraria, al fine di rintracciare le coordinate dell’idea di “missione americana”.

La letteratura statunitense non viene generalmente pensata secondo l’estetica ma scritta, letta e interpretata come una specie di scripture, cioè come espressiva e comunicativa di valori. Ne consegue che l’elemento sovrannaturale, il mito che a questa nazione sia stata affidata una missione divina per eliminare il male e salvare il mondo intero da se stesso, sia centrale nella cultura USA, soprattutto in quella militare.

L’idea è un’eredità dei puritani della Nuova Inghilterra che volevano costruire una “città sulla collina” che servisse come “faro” per tutta l’umanità. Essi si ritenevano i nuovi eletti da Dio destinati a mettere in moto un rinnovamento religioso e civile che avrebbe coinvolto il mondo intero. Nel Nuovo Mondo i coloni cominciarono con l’abbattere alberi per costruire fattorie, poi sterminarono i nativi per conquistare nuove terre.

Secondo l’autore, il concetto imperialista di manifest destiny ottenne la sua consacrazione alla fine del XIX secolo nel discorso del senatore Albert Beveridge “La marcia della bandiera”, che ebbe larga diffusione negli Stati Uniti.

Il testo conteneva un progetto di egemonia mondiale che verrà ripreso e articolato da molti politici, anche dei nostri giorni, con una fraseologia biblica più o meno esplicita che esalta il diritto degli Stati Uniti di dominare il mondo intero per imporre militarmente le istituzioni di un liberismo politico ed economico.

Contemporaneamente alla nascita di questa filosofia imperialista e militarista, nascono idee e culture di opposizione.

In Melville l’autore rintraccia i primi esempi dei concetti di “guerra totale” e di “popolo nemico”, intesi come necessità di investire anche la popolazione civile del paese ostile di tutta la violenza e di tutto l’orrore della guerra. La testimonianza del poeta è già una denuncia che diventa protesta pacifista nella sarcastica “preghiera” di Marc Twain, vicepresidente dal 1901 al 1910 della Lega Antimperialista, nata in opposizione alla guerra ispano-americana del 1898.

La critica letteraria si trasforma in tensione politica quando l’autore ripercorre gli sforzi della sinistra statunitense che si oppone all’anima oscura dell’America la quale, chiusa in una visione eticamente corrotta, teorizza, invocando pretestuosamente e cinicamente i diritti umani, le legittimità dell’uso della forza fuori dei confini nazionali.  Tutta l’opposizione pacifista americana ed europea viene accusata di antiamericanismo, come se la sinistra, sottolinea Gordon Poole, non si fosse nutrita proprio della tradizione democratica degli Stati Uniti..

L’esperienza del Vietnam, rievocata nel saggio attraverso il racconto drammatico dei combattenti, non modifica questa ideologia poiché l’America ha bisogno di una guerra permanente per giustificare all’opinione pubblica “la sua marcia verso la supremazia commerciale del mondo”. Il ricorso sistematico alla violenza per i risolvere problemi interni, come l’assedio di Waco nel 1993, o le questioni internazionali,  mostra un progressivo imbarbarimento della cultura americana che attribuisce sempre meno valore alla vita umana, purché le vittime non siano del proprio paese e i danni non colpiscano il proprio territorio.

Con la guerra del Golfo, la missione in Jugoslavia e in Afganistan i concetti di guerra d’annientamento e di popolo nemico si trasformano in guerra preventiva, intelligente e tecnologica, e il cattivo di turno, messi da parte i colonialisti europei, i sudisti, i pellerossa, i tedeschi e i comunisti,  assume la fisionomia di Milosevic, di Saddam, di Bin Laden.

Lo scopo è quello di “spostare sempre più verso l’ovest e verso il sud le tende della libertà”, ovvero le insegne del liberismo, della new economy, della globalizzazione, confondendole con le bandiere umanitarie.

Una forma di fondamentalismo, fortemente aggressiva, che non ammette battute d’arresto e che conduce inevitabilmente ad uno scontro di civiltà: nazioni povere contro nazioni ricche, paesi alla ricerca di uno sviluppo sostenibile contro paesi industrializzati, Islam contro Occidente.

Un’ideologia guerriera che si modifica, come sottolinea l’autore nelle ultime pagine del saggio, sotto la spinta delle scoperte tecnologiche e delle questioni morali. “La guerra cambia, non più centrata sullo sparare ma sulle informazioni”, afferma Daniel Kuehl, professore di strategia militare. Gli ultimi studi bellici, avversati sia dai pacifisti che dalle potenti lobbies militari ed armaiole,  mirano a creare sistemi che non uccidano nessuno e realizzino un campo di battaglia virtuale.

E’ la teoria dell’anti-guerra proposta da Alvin ed Heidi Toffler, autori di War and Anti-War. Survival at the Dawn of the 21 Century, pubblicato nel 1993. Si tratta di un testo di cultura e tecnologia militare interessante per la spregiudicatezza e per la mancanza di istanze etiche, rileva Gordon Poole, analizzando l’opera. I Toffler partono dalla considerazione che nel XXI secolo vi saranno più guerre che in passato ma a questo scenario tragico essi oppongono non il pacifismo, ma l’anti-guerra, cioè “…l’applicazione strategica di potenza militare, economica e delle informazioni per rendere efficiente, e quindi ridurre la violenza…La guerra non potrà mai essere resa benigna, pulita e gentile, sarà sempre terribile…”. Tuttavia “…una potenza mondiale degna della propria reputazione dovrebbe essere in prima linea nell’applicazione dei principi della difesa non-letale…”.

Nei conflitti del futuro, dunque, mosche meccaniche, generatori sonori a bassissima frequenza, fucili laser accecanti, gas calmanti o sostanze adesive, proiettili intelligenti e, soprattutto, la certezza che gli  Stati Uniti, con i loro alleati, domineranno politicamente, militarmente ed economicamente le aree industrializzate ed agrarie del globo.  

Insomma, il trionfo della “Nazione Guerriera”.  

(Fiorella Franchini – NAPOLIONTHEROAD – MARZO 2003)