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GORDON POOLE NAZIONE GUERRIERA Il militarismo nella cultura degli Stati Uniti di Fiorella Franchini
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“Nazione
Guerriera” di Gordon Poole, pubblicato da Colonnese Editore e presentato lo
scorso 10 dicembre a Palazzo Serra di Cassano, ripropone proprio questa realtà
impegnativa quanto contraddittoria. Il saggio alterna l’analisi politica con
l’analisi letteraria, al fine di rintracciare le coordinate dell’idea di
“missione americana”.
La letteratura statunitense non viene generalmente
pensata secondo l’estetica ma scritta, letta e interpretata come una specie di
scripture, cioè come espressiva e comunicativa di valori. Ne consegue che
l’elemento sovrannaturale, il mito che a questa nazione sia stata affidata una
missione divina per eliminare il male e salvare il mondo intero da se stesso,
sia centrale nella cultura USA, soprattutto in quella militare.
L’idea è un’eredità dei puritani della Nuova
Inghilterra che volevano costruire una “città sulla collina” che servisse come
“faro” per tutta l’umanità. Essi si ritenevano i nuovi eletti da Dio destinati a
mettere in moto un rinnovamento religioso e civile che avrebbe coinvolto il
mondo intero. Nel Nuovo Mondo i coloni cominciarono con l’abbattere alberi per
costruire fattorie, poi sterminarono i nativi per conquistare nuove terre.
Secondo l’autore, il concetto imperialista di
manifest destiny ottenne la sua consacrazione alla fine del XIX secolo nel
discorso del senatore Albert Beveridge “La marcia della bandiera”, che ebbe
larga diffusione negli Stati Uniti.
Il testo
conteneva un progetto di egemonia mondiale che verrà ripreso e articolato da
molti politici, anche dei nostri giorni, con una fraseologia biblica più o meno
esplicita che esalta il diritto degli Stati Uniti di dominare il mondo intero
per imporre militarmente le istituzioni di un liberismo politico ed
economico.
Contemporaneamente alla nascita di questa
filosofia imperialista e militarista, nascono idee e culture di opposizione.
In Melville l’autore rintraccia i primi esempi dei
concetti di “guerra totale” e di “popolo nemico”, intesi come necessità di
investire anche la popolazione civile del paese ostile di tutta la violenza e di
tutto l’orrore della guerra. La testimonianza del poeta è già una denuncia che
diventa protesta pacifista nella sarcastica “preghiera” di Marc Twain,
vicepresidente dal 1901 al 1910 della Lega Antimperialista, nata in opposizione
alla guerra ispano-americana del 1898.
La critica letteraria si trasforma in tensione
politica quando l’autore ripercorre gli sforzi della sinistra statunitense che
si oppone all’anima oscura dell’America la quale, chiusa in una visione
eticamente corrotta, teorizza, invocando pretestuosamente e cinicamente i
diritti umani, le legittimità dell’uso della forza fuori dei confini
nazionali. Tutta l’opposizione
pacifista americana ed europea viene accusata di antiamericanismo, come se la
sinistra, sottolinea Gordon Poole, non si fosse nutrita proprio della tradizione
democratica degli Stati Uniti..
L’esperienza del Vietnam, rievocata nel saggio
attraverso il racconto drammatico dei combattenti, non modifica questa ideologia
poiché l’America ha bisogno di una guerra permanente per giustificare
all’opinione pubblica “la sua marcia verso la supremazia commerciale del mondo”.
Il ricorso sistematico alla violenza per i risolvere problemi interni, come
l’assedio di Waco nel 1993, o le questioni internazionali, mostra un progressivo imbarbarimento
della cultura americana che attribuisce sempre meno valore alla vita umana,
purché le vittime non siano del proprio paese e i danni non colpiscano il
proprio territorio.
Con la guerra del Golfo, la missione in Jugoslavia
e in Afganistan i concetti di guerra d’annientamento e di popolo nemico si
trasformano in guerra preventiva, intelligente e tecnologica, e il cattivo di
turno, messi da parte i colonialisti europei, i sudisti, i pellerossa, i
tedeschi e i comunisti, assume la
fisionomia di Milosevic, di Saddam, di Bin Laden.
Lo scopo è quello di “spostare sempre più verso
l’ovest e verso il sud le tende della libertà”, ovvero le insegne del liberismo,
della new economy, della globalizzazione, confondendole con le bandiere
umanitarie.
Una forma di fondamentalismo, fortemente
aggressiva, che non ammette battute d’arresto e che conduce inevitabilmente ad
uno scontro di civiltà: nazioni povere contro nazioni ricche, paesi alla ricerca
di uno sviluppo sostenibile contro paesi industrializzati, Islam contro
Occidente.
Un’ideologia guerriera che si modifica, come
sottolinea l’autore nelle ultime pagine del saggio, sotto la spinta delle
scoperte tecnologiche e delle questioni morali. “La guerra cambia, non più
centrata sullo sparare ma sulle informazioni”, afferma Daniel Kuehl, professore
di strategia militare. Gli ultimi studi bellici, avversati sia dai pacifisti che
dalle potenti lobbies militari ed armaiole, mirano a creare sistemi che non uccidano
nessuno e realizzino un campo di battaglia virtuale.
E’ la
teoria dell’anti-guerra proposta da Alvin ed Heidi Toffler, autori di War and
Anti-War. Survival at the Dawn of the 21 Century, pubblicato nel 1993. Si tratta
di un testo di cultura e tecnologia militare interessante per la
spregiudicatezza e per la mancanza di istanze etiche, rileva Gordon Poole,
analizzando l’opera. I Toffler partono dalla considerazione che nel XXI secolo
vi saranno più guerre che in passato ma a questo scenario tragico essi oppongono
non il pacifismo, ma l’anti-guerra, cioè “…l’applicazione strategica di potenza
militare, economica e delle informazioni per rendere efficiente, e quindi
ridurre la violenza…La guerra non potrà mai essere resa benigna, pulita e
gentile, sarà sempre terribile…”. Tuttavia “…una potenza mondiale degna della
propria reputazione dovrebbe essere in prima linea nell’applicazione dei
principi della difesa non-letale…”.
Nei
conflitti del futuro, dunque, mosche meccaniche, generatori sonori a bassissima
frequenza, fucili laser accecanti, gas calmanti o sostanze adesive, proiettili
intelligenti e, soprattutto, la certezza che gli Stati Uniti, con i loro alleati,
domineranno politicamente, militarmente ed economicamente le aree
industrializzate ed agrarie del globo.
Insomma, il trionfo della “Nazione
Guerriera”.
(Fiorella Franchini – NAPOLIONTHEROAD – MARZO
2003)