|
|
IL
GIGANTE DI PALAZZO di Fiorella Franchini |
|
Nell’atrio del Museo Archeologico Nazionale,
sistemato sopra una grandiosa lapide, si trova un busto imponente. Una piccola targa
reca incisa: “ Busto di Giove L.d.C – Cuma “. Faceva parte di una composizione
posta sul podio del “Tempio della Triade Capitolina” costruito a Cuma nel IV
secolo a.C. e andato quasi completamente distrutto. Ne restano, infatti, solo la
cella, il podio e altre due giganteschi teste, una di Giunone e l’altra di Minerva
o Venere. La gigantesca statua di Giove fu ritrovata durante il viceregno spagnolo e
don Pedro Antonio d’Aragona la fece sistemare vicino al Palazzo vicereale,
all’angolo di Via Guzmana che congiungeva la nuova Darsena al Largo di Palazzo,
l’attuale Piazza del Plebiscito. Le braccia furono rifatte e nelle mani furono
posti due stemmi; poiché non aveva neppure le gambe, fu collocata su una larga base
di marmo che recava incisa una lunga iscrizione in latino, poi andata perduta. La
goffa posizione la faceva rassomigliare più ad uno sguattero da cucina che a un dio
dell’Olimpo ma i napoletani la soprannominarono, molto familiarmente, il “Gigante
di Palazzo”. Giove, smarriti i suoi strali, per vendicarsi impugnò la penna e
cominciò a comporre epigrammi, poesiole e caricature dedicati ai più illustri e
potenti personaggi del regno. Principi e regine, viceré e cardinali ebbero
l’ingrato onore di ritrovarsi tre le righe dei suoi libelli. Fu messa una
sentinella di guardia e si proibì a coloro che vi passavano davanti di leggere i
componimenti. Fu persino offerta una taglia di 8.000 scudi per la testa
dell’autore, ma l’indomani si trovò affisso uno scritto che prometteva 80.000
scudi a chi avesse portato la testa del viceré al mercato. Nessuno riusciva a
fermare la fertile ispirazione del Gigante che riusciva a produrre ogni giorno oltre
1.200 libelli. Tra i compositori pare ci fossero l’abate Ferdinando Galiani e
Salvator Rosa, ma non si sa come quest’ultimo riuscisse a far giungere le satire da
Roma e a farle affiggere nelle ore notturne. Durante la dominazione austriaca fu
incolpato un certo Idelfonso Garofalo e chissà quale fu la sua sorte. In realtà,
anche se vi parteciparono penne illustri, la produzione poetica fu essenzialmente
popolare: i versi furono per lo più semplici, spontanei, popolareschi ma sempre
pungenti e provocatori, spesso anche triviali. Talvolta colpirono persone innocenti
per puro spirito di vendetta tuttavia, le rime migliori furono sempre dedicate ai
governanti. Si racconta che quando il viceré Antonio d’Aragona fece imbarcare per
la Spagna una famosa fontana di Napoli, il Gigante così commentò le manie da
collezionista del nobile spagnolo:
-
Ah Gigante mariuolo,
T’hai
pigliato li Quatto de lo Molo!
-
A mme? Io non songo stato:
Lo
Viceré se l’ha arrobbato.-
Nel
1799 con il nascere della Repubblica Partenopea, tra il re Giuseppe Bonaparte ed il
Gigante si instaurò un vero e proprio dialogo; qualunque cosa facesse il sovrano il
giorno dopo gli dedicava un libello. Il popolo era contento d’avere un tal
difensore e lo celebrava nei canti popolari e nei versi dei suoi poeti, non
altrettanto re Giuseppe che, meno paziente dei viceré che lo avevano preceduto, non
volle tollerare più a lungo le impertinenze del Gigante e ne decise la rimozione.
Prima
di essere deposto e tumulato nei magazzini della Reggia, il Gigante fece in tempo a
scrivere il suo testamento:
-
Lascio la testa al Consiglio di Stato, le braccia ai Ministri, lo stomaco ai
Ciambellani, le gambe ai Generali e… tutto il resto al re Giuseppe!-
I
Napoletani lo piansero come un caro amico, vittima eroica degli oppressori spagnoli,
austriaci, francesi; la voce di un intero popolo che amava dire sempre la sua, con
sarcasmo e buonumore, ma senza rischiare di perdere la testa.
Una
specie di “Gabibbo” partenopeo, l’antesignano di tanti comici e cabarettisti,
alcuni accusati di far propaganda politica per mezzo della risata e censurati, altri,
più fortunati, innalzati agli onori della ribalta per le loro performance
televisive.
Chissà
oggigiorno a quale sorte andrebbe incontro il vecchio Gigante. Già vedo i titoli dei
giornali:
“E’
scontro in Parlamento sul caso del sommo Giove: l’Opposizione chiede le dimissioni
del Governo” – “La Magistratura apre un’inchiesta per accertare la
provenienza degli scritti” – “Avviso di garanzia per il Gigante di Palazzo. Dal
carcere un superpentito si dichiara pronto a svelare i nomi degli autori”.
Mi
diverte, soprattutto,
immaginarlo tra le luci del varietà, circondato da un balletto di consonanti
e vocaline. Sotto i riflettori una voce profonda doppia il suo silenzio di pietra e
declama, con tono ironico e sferzante, un altro libello per i soliti politicanti:
Ritenute,
Imposte, Gabelle
Cagnano
e tiempi ma restano chelle.
-
E Tasse o Stipendio m’hanno mangiato!-
-
A me no. Io so Deputato! –
G.P.