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CASTEL
CAPUANO: da fortezza a tempio della giustizia
di
Fiorella Franchini

Dai
vicoli della Maddalena s’alza una melodia che sembra una cantata
d’altri tempi: è la voce dei guaglioni che levano, verso le
inferriate del carcere della Vicaria, “nu’ canto a fronna de
limone”, a richiesta dei parenti dei carcerati. Lo sguardo sale
lungo la facciata di Castelcapuano e pare distinguere qualcosa:
“…da una finestrella in alto s’é staccata una cosina bianca,
volteggia, scende, posa nei cespugli…”. E’ una palomma.
“…La
palomma è un biglietto…” racconta Enzo Striano nel suo romanzo
“Il resto di niente”, ma appena raccolgo il messaggio
misterioso, l’impiegato del Tribunale arriva trafelato, grondante
di sudore, e quasi mi strappa di mano il foglio:
-
Il vento… - balbetta – se l’è portato via.
Fa troppo caldo e manca il condizionatore. – tenta di
giustificarsi – Con la finestra aperta, le carte volano. -
Singolare
destino quello del vecchio castello: fortezza, dimora reale,
carcere, ufficio giudiziario, palcoscenico d'intrighi e di lotte per
il potere, tempio della giustizia, baratro della disperazione.
Fu
fatto edificare intorno al 1160 dal re normanno Guglielmo il Malo,
su disegno dell’architetto Buono. Pare che nel sito esistesse già
una “ fortellezza” costruita sopra i resti di un importante
edificio pubblico greco-romano, le Terme o il Ginnasio, come
documentano alcuni reperti, muri e pezzi di un’antica via scoperti
sotto il cortile. Guglielmo ne fece la sua abitazione napoletana e
un presidio militare nella murazione orientale di Napoli, nel punto
in cui la città, aprendosi in una vasta pianura, era priva di
difese naturali. Tra storia e leggenda i regnanti che abitarono
Castelcapuano furono protagonisti, spesso sfortunati, di guerre e
complotti, passioni e beghe politiche.
Guardo
ancora in su e i cavi penzolanti mi rammentano le “fiscelle di
giunchi”, panierini che i detenuti lasciavano scendere dalle
inferriate delle finestre del piano terra con una cordicella, per
“cercare la limosina ai passanti”. Nei secoli in cui
Castelcapuano fu dimora principesca alcuni locali già vennero
utilizzati come luogo di reclusione d'illustri personaggi, ma
quando, tra il 1537 e il 1540, il Tribunale della Vicaria fu
trasferito, esso divenne un vero carcere giudiziario, “abisso di
tenebre e di pianti”, per i signori come per il popolo. Esso
occupava tre livelli: il piano ammezzato era riservato ai nobili
carcerati, il piano terra era destinato ai criminali comuni, i
sotterranei ospitavano gli elementi peggiori. Le celle, compresa
l’infermeria, avevano condizioni igieniche disumane, regno
incontrastato di secondini corrotti e “compagnoni”, gli antenati
dei camorristi, teatro d'efferati delitti e taglieggiamenti. Vennero
chiuse definitivamente nel 1886, ma parte di esse restarono posti di
transito per i detenuti che dovevano assistere ai processi fino al
novembre 1995, quando le sezioni penali lasciarono Castelcapuano.
Scrive
nel 1996 Gigi di Fiore nel suo saggio introduttivo alla Narrazione
di Giulio Petroni: “Sul Tribunale napoletano, infatti, anche
allora incombeva una grande maledizione: non si era mai riusciti,
per un motivo o per un altro, a riunire tutte le corti di giustizia
disseminate nella città. Eppure,
proprio con quell’obiettivo don Pedro da Toledo aveva voluto
trasformare la reggia normanna in sede giudiziaria.”
Nel
1535 la giustizia veniva amministrata in diversi luoghi: la Gran
Corte della Vicaria si trovava in un edificio della Vicaria vecchia
a Forcella, il Sacro Consiglio nel chiostro di Santa Chiara, la Real
Camera della Sommaria nella casa del marchese del Vasto, il
Tribunale della Bagliva era sulle scale della chiesa di San Paolo, e
il Tribunale della Zecca nel palazzo di fronte a Sant’Agostino.
Una situazione simile a quella attuale se si pensa che, nonostante
la costruzione della cittadella giudiziaria al centro direzionale, a
tutt’oggi restano distaccati le sezioni civili, le stanze di
rappresentanza e il settore amministrativo del Tribunale e della
Corte d’Appello, ancora a Castelcapuano, gli uffici dei G.O.A.
nell’ospedale della Pace, e quelli dei Giudici di Pace collocati
nella caserma Garibaldi in via Foria, la sezione lavoro e quella che
si occupa delle locazioni nell’ex Pretura in Piazza San Francesco.
Incendi
e allagamenti, lungaggini burocratiche e difficoltà concrete,
resistenze di varia specie ritardano la riunificazione delle varie
sedi. La nuova soluzione logistica ha rappresentato, ieri come oggi,
l’attuazione di una finalità pratica e ideale. Ha consentito
maggiori comodità a tutti gli utenti, popolando e animando
quartieri periferici e abbandonati, offrendo ulteriori spazi e
impulsi ad attività economiche e di servizio. Nel XVI secolo essa
fu sostanzialmente una manifestazione barocca di potere, espresse la
solennità di una Giustizia amministrata per grazia divina; nella
realtà odierna rappresenta il tentativo dello Stato di rendersi
presente nel territorio e dare il senso di una Giustizia moderna e
funzionale. Durante il viceregno spagnolo, il trasferimento venne
accolto con favore da tutte le categorie, ma i progetti di
sistemazione presentati all’indomani dell’unità d’Italia non
riscossero lo stesso successo. Sebbene il problema napoletano
necessiti di una solerte definizione, da circa 150 anni continuano a
scontrarsi due partiti: gli abbandonisti e i restauratori,
espressione di esigenze molteplici e contrastanti.
Nell’800
magistrati ed avvocati protestavano contro i progetti di restauro di
Castelcapuano presentati, in varie riprese, dall’architetto
Giovanni Riegler, appoggiando, in nome della sicurezza e della
economicità, proposte di trasloco in altri edifici vecchi o nuovi
della città. Nel secolo successivo molti di loro indicarono proprio
nella caotica sistemazione ambientale degli uffici giudiziari la
causa di gran parte dei problemi e delle occasioni di corruzione, ma
di fronte alla proposta di spostare il Tribunale nella zona di
Fuorigrotta, nell’area dell’attuale piazzale Tecchio,
scoppiarono le proteste e i finanziamenti, già pronti, furono
utilizzati a Milano. Oggi, tentennamenti e resistenze non sono stati
superati e troviamo, da una parte, il Ministero della Giustizia e la
Soprintendenza che mirano ad un trasferimento definitivo al Centro
Direzionale che soddisfi le necessità di funzionalità e di
economia di spesa, nonché di recupero culturale dell’illustre
monumento; dall’altra, gli interessi della categoria forense che,
temendo di perdere la disponibilità del castello, testimone delle
tradizioni dell’avvocatura napoletana d’ogni tempo, boicotta lo
spostamento delle sezioni civili e minaccia lo sciopero, strumento
impiegato per la prima volta nel lontano 1630, contro un editto
governativo che regolava l’esercizio della professione, e mai più
abbandonato.
La
situazione attuale è suscettibile d’imprevedibili trasformazioni
che cercano di adeguarsi alle moderne realtà sociali e ai nuovi
indirizzi politici. Accantonate, almeno per il momento, le ispezioni
ministeriali, mezzo di controllo assolutamente inadeguato, ereditato
della dominazione spagnola. Si pensi al Visitatore Generale, una
specie di superispettore, che il sovrano inviava periodicamente a
Castelcapuano da Madrid, per vagliare l’attività dei magistrati e
le condizioni della giustizia.
Le
istituzioni si mostrano sempre più disponibili ad accettare, non
solo le pressioni del ceto forense, ma anche le proposte
dell’amministrazione giudiziaria locale, direttamente coinvolta
con i problemi del territorio: il decentramento, la mobilità, le
istanze di sicurezza, il rispetto delle tradizioni e
dell’ambiente.
Le
riforme della Giustizia hanno ormai reso insufficienti anche gli
spazi della cittadella giudiziaria, inoltre, dopo appena sette anni,
le strutture, apparentemente avveniristiche, mostrano diversi limiti
che vanno dalla scarsa funzionalità dei locali, alla carenza di
affidabilità. Il complesso, infatti, è ancora sprovvisto
dell’agibilità antincendio e di protezione ignifuga, e tutto ciò
consiglia cautela per quanto riguarda l’inserimento di altri
uffici.
Castelcapuano
guarda con severità le torri di cristallo, belle senz’anima, che
si levano con troppa superbia al di sopra del caos vitale. Forse tra
alcuni secoli potranno raccontare qualche leggenda metropolitana
sulla giustizia amministrata tra nuvole e cielo, ma niente reggerà
il confronto con i fantasmi della Vicaria: nere carrozze che
attraversano il cortile, lamenti che salgono dai sotterranei, grida,
e il brusio incessante di un giorno come tanti, le voci confuse di
mercanti, testimoni, di detenuti e principi del foro, di giudici e
“paglietti”.
Il
castello attende con pazienza e senza cedimenti il suo destino. In
ogni caso, sia che rimanga ancora sede giudiziaria, sia che si
trasformi in un museo, avrà bisogno di seri interventi di restauro
che ne salvaguardino la funzione pratica e il valore monumentale. I
progetti ci sono, la copertura finanziaria non si sa ma, questa
volta, abbandonisti e restauratori sono tutti concordi nel
pretendere un futuro dignitoso per Castelcapuano, simbolo illustre
della memoria storica dell’intera città.
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