MICCO SPADARO

"Reporter del Seicento"

                                                                    di Ely Demarco

                                                                   

Che Micco -  cioe’ Domenico - Gargiulo  , detto  Spadaro, fosse un ragazzo  molto deciso, e’ certamente il motivo grazie al quale oggi possiamo ripercorrere in maniera  sistematica buona parte della vita e della storia del Seicento napoletano: se infatti non avesse avuto questo carattere,  probabilmente si sarebbe piegato alla volonta’ del padre ed avrebbe continuato l’attivita’ di famiglia, quella appunto di “spadaro”.           

Ma a dispetto delle tradizioni familiari e delle pressioni paterne, il giovane Domenico, che aveva decisamente un grande talento per la pittura, trovo’ la sua strada; quasi certamente - come ci racconta il biografo Bernardo De Dominicis, che nel Settecento gli dedico’ una “Vita”-  fu determinante l’incontro con  un abile spadaccino che si procurava le lame  presso la bottega dei  Gargiulo, ma che allo stesso tempo  era allievo di un pittore, gia’ noto all’epoca soprattutto per le sue scene di battaglia : Aniello Falcone. 

In questa famosa bottega Micco si formera’, incontrera’ Salvator Rosa, avra’ l’opportunità di entrare in  contatto con l’opera di pittori e incisori che influenzeranno moltissimo il suo stile … 

La mostra monografica dedicata a Micco Spadaro presso la Certosa di San Martino, inserita nell’ambito delle iniziative del Maggio dei Monumenti edizione 2002,  propone in circa 90 quadri, piu’ alcuni disegni e numerosi affreschi, l’intera opera dell’artista, che e’ stato uno dei piu’ completi e versatili pittori del Seicento napoletano e ci ha lasciato attraverso le sue opere un “reportage”

vivace e sfaccettato  della vita di quel secolo… 

Il luogo di esposizione della mostra  e’ quanto mai felice, dal momento che Micco lavoro’ per oltre vent’anni   presso i Certosini - che gli commissionarono affreschi e  tele. 

La vita di Micco e’ quindi fortemente legata alle vicende della Certosa, dove tra l’altro in quegli anni operarono i piu’ grandi artisti del Seicento napoletano (ricordiamo tra gli altri Fanzago e  Sammartino)  con i quali  egli entro’ in contatto e collaboro’ a diverse riprese.. 

Il percorso della Mostra parte  dal tema “Micco Spadaro tra sacro e profano”, prosegue con “Micco dagli esordi alla maturita’” fino a “Micco tra cronaca e storia”; l’ultima parte, “Micco nella Certosa di San Martino” ripercorre il lavoro, soprattutto di affrescatura, eseguito presso il monastero. 

Non abbiamo la pretesa di sostituirci alle (ottime) guide dell’Electa ne’ ad un esperto di  arte, ma speriamo di invogliare i lettori a visitare personalmente la mostra. 

In piu’ di una sala  ai  quadri del pittore  sono accostate tele nelle  quali egli  ha eseguito dei piccoli interventi , o anche  lavori di altri autori  che in qualche modo hanno influenzato la sua pittura o hanno ad oggetto  temi da lui trattati, con la possibilita’ quindi di fare considerazioni comparative, ed avendo una visione sicuramente piu’ completa della pittura – e della vita – del Seicento. 

Il paesaggio e’ il “punto forte” della produzione di  Micco, nel quale si ritrovano le influenze dei maestri che ha incontrato nel suo percorso  e che hanno contribuito alla  sua formazione: l’attenzione con cui riprende “dal vero”  paesi e  marine non possono non far pensare   al legame che il nostro pittore ha avuto con Salvator Rosa nei primi anni di bottega, esperienza  alla quale si aggiunsero  in seguito la conoscenza di Filippo Napoletano, rientrato a Napoli per un soggiorno di un anno, e  del pittore tedesco Schonfeld, del quale Micco riprese alcune caratteristiche di stile, come l’inserimento nei paesaggi di motivi architettonici in funzione di “quinta”; ritroviamo questi motivi in alcune bellissime tele, come  Porto di mare, Insenatura di mare con imbarco e munizioni, In riva al mare, Il tempio di Venere a Baia , caratterizzati da luci dolci, cielo sfumato, acque trasparenti e qualche particolare architettonico (torrioni, rovine..) che danno profondita’ al paesaggio. 

A questo gusto della rappresentazione “dal vero” della natura   si sono poi  aggiunti altri motivi  che hanno reso i  quadri di Micco fortemente personali; sicuramente egli e’ venuto a contatto con pittori dell’Europa del Nord, che in quel periodo a Roma si strinsero intorno all’olandese  Van Laer detto  “il Bamboccio”: lo testimonia l’attenzione ai particolari  di vita quotidiana , alle scenette “popolane”  che con un notevole realismo riempiono alcuni dipinti , come La Buona Ventura, la Scena di genere con lavandaie, il Paesaggio con pastori e mucche ,  dove addirittura vengono inseriti particolari ironici,  buffi o dissacratori. 

Molto originale  e’ la serie di quadri dipinti a due mani con il bergamasco Codazzi, nei quali si realizzo’ una vera e propria divisione di compiti che ebbe su Micco un’influenza significativa: Codazzi era specializzato nella pittura delle architetture, e nelle tele eseguite in collaborazione l’uno realizzava le strutture prospettiche, riprese dal vero o mediate con la fantasia, mentre l’altro inseriva nelle strutture gia’ realizzate sulla tela, figure singole o piccoli gruppi,  caratterizzati da grande vivacita’ e movimento; pensiamo alla Veduta ideale di un tempio rotondo con offerta a una divinita’, alla Festa nella Villa di Poggioreale, alla Villa con portico e baldacchino; questa modalita’ pittorica restera’ nel “patrimonio personale” di Micco, come si vede nel suo Salomone e la Regina di Saba, e nei quadri di cronaca napoletana. 

Un aspetto che emerge nei lavori  di Micco  – in misura crescente via via che l’autore avanza nel suo percorso di maturazione  e indipendentemente dal “genere” specifico nel quale le opere si inseriscono - e’ la capacita’ di rendere “vivi” i soggetti rappresentati , riempiendo  lo spazio  di figure che “bucano” la tela e trasmettono una sensazione di realta’, di movimento, di quotidianita’.

            Le “figurine” di Micco  ricordano in modo impressionante  i pastori  dell’arte presepiale napoletana: la cura incredibile dei particolari, anche nei personaggi piu’ lontani e marginali rispetto al soggetto del quadro, la raffigurazione dinamica, la capacita’ di cogliere i personaggi in atteggiamenti  “comuni” trasmettono  un’impressione  di naturalezza che permea   non solo i quadri  rappresentanti episodi di cronaca, ma anche le raffigurazioni di scene bibliche e mitologiche,  che in tanti altri autori – pur  grandi Maestri – spesso appaiono lontane, estranee  e persino un po’ artificiali, mentre Micco riesce ad  interpretarle con una freschezza e una naturalezza che le rendono emozionanti ( ci viene in mente il David festeggiato dalle fanciulle…). 

Ma i quadri di maggior impatto , per la valenza di testimonianza storica che rivestono per noi, sono quelli della serie “storica”, che rappresentano gli eventi piu’ significativi della prima meta’ del Seicento  a Napoli.

 Con questi quadri Micco Spadaro ci ha lasciato una preziosissima testimonianza della vita dell’epoca, degli eventi, dei costumi, con una capacita’ “cronistica” unita ad un partecipazione emotiva che traspare dalle scene rappresentate, dove si uniscono la riproduzione  di particolari urbanistici  - alcuni dei quali oggi non piu’ esistenti – e la rappresentazione della folla, spesso articolata in piu’ scene che nella stessa tela rappresentano episodi diversi. 

 L’eruzione del Vesuvio del 1631, ambientata presso Porta Capuana con lo sfondo del Vesuvio eruttante, si  focalizza sullo snodarsi della processione delle reliquie di San Gennaro, acclamate da una folla multicolore, dove al popolo si mescolano personalita’ del tempo, alcune  rappresentate in modo vagamente   caricaturale  -  e peraltro in qualche caso riconoscibili in quanto raffigurate  con il viso  rivolto verso chi guarda la tela -  mentre dall’alto il Santo appare a fermare il vulcano. 

Segue, in ordine cronologico, la Rivolta di Masaniello,  grandioso affresco  che ha costituito un’importante fonte di informazioni  su  avvenimenti,   topografia cittadina, costumi del periodo al quale il quadro si riferisce. Nella quinta ideale di Piazza Mercato con la Chiesa del Carmine a delimitare un lato della scena, si svolgono alcuni episodi della storia; Masaniello e’ raffigurato piu’ volte, sulla  sinistra mentre ancora vestito da popolano parla alla folla , al centro a cavallo in abito elegante nel momento di effimera gloria, mentre l’epilogo è sintetizzato nel monumento centrale ornato di teste mozzate. 

Ancora più tardi Micco rappresentera’ un altro flagello del tempo nel  Largo Mercatello durante la peste del 1656; nell’ area dell’attuale Piazza Dante, all’epoca fuori dalla cinta urbana  segnata da Port’Alba (a sinistra) e Porta dello Spirito Santo (a destra) appare un lazzaretto all’aperto, dove tra moribondi  che si dibattono e  corpi senza vita  abbandonati,  si aggirano come fantasmi diversi  personaggi (un sacerdote , un uomo che offre dell’acqua.. ) che animano piccole scene di misericordia…

Diverso e’ il quadro realizzato per i monaci Certosini dopo la fine del flagello, Rendimento di grazia dopo la peste del 1656, dove evidentemente la committenza impone in primo piano il gruppo dei monaci in preghiera sulla Loggia della Certosa, sotto la luce serena di un cielo azzurro; tuttavia lo sfondo –la citta’ ben riconoscibile con le sue strade e  costruzioni – ripropone  un po’ della  vitalita’ dei precedenti dipinti, unita all’ironia propria del pittore, che raffigura i volti rubizzi dei monaci come a volerne sottolineare lo stato fisico sorprendentemente buono per gli eventi appena trascorsi ( e che come e’ noto poco li toccarono, al  riparo nel loro monastero..)  

Chiude idealmente la serie   La piazza del Mercato, un’accuratissima  descrizione del mercato, ricca di botteghe, bancarelle, carretti e cavalli; la scena e’molto animata, e permeata da un’atmosfera finalmente  serena, ricca di piccoli quadretti  di vita quotidiana e di particolari precisissimi e quasi reali  (le merci appese agli infissi delle botteghe sulla destra sembrano vere, proprio come quelle  in creta che riempiono  le bancarelle degli artigiani di San Gregorio Armeno…). 

Abbiamo gia’ citato  i vent’anni di lavoro che a piu’ riprese Micco svolse all’interno della Certosa di San Martino; ne sono testimonianza alcune opere  visibili in diverse zone del monastero; Micco lavoro’ presso la chiesa,  realizzando nell’atrio gli affreschi Saccheggio di una Certosa e Persecuzione dei Certosini in Inghilterra, dove al di la’ del soggetto evidentemente “obbligato”, traspare sempre lo sguardo un po’ ironico del nostro pittore..  quindi gli vennero commissionati altri affreschi nel Coro dei Conversi, adiacente alla chiesa, in occasione della ristrutturazione realizzata da Cosimo Fanzago; probabilmente Fanzago stesso intervenne nell’ideazione degli affreschi, caratterizzati dalla “finzione scenica” di arazzi che sembrano appesi ai pilastri e in movimento a causa del vento, animati da eventi biblici e scene di vita monacale. . 

Infine Micco ebbe il compito di decorare gli ambienti del Quarto del Priore, la zona a destinazione “abitativa” piu’ importante della Certosa, che affresco’ con piccoli paesaggi nei quali sono inserite figure di santi e eremiti, e con una bellissima Veduta di Napoli con San Martino che protegge la citta’ e il Duca di Calabria con la figlia Giovanna che dedicano la Certosa al Santo: inserita nella volta di una delle sale, questo affresco rappresenta una suggestiva veduta della citta’ dal mare, con una serie di particolari anche di notevole interesse storico (per esempio il borgo di Santa Lucia, ancora circondato dalla spiaggia , e il Castel Nuovo con le mura a strapiombo sul mare..) 

L’ultimo periodo della produzione di Micco Spadaro, conclusa la collaborazione con i Certosini,  sembra sia stato influenzato notevolmente   dall’incontro con Luca Giordano; di quel periodo restano alcuni dipinti, tra i quali quattro tele rappresentanti figure di Papi, caratterizzate da una “oscurità” molto lontana dalla luce e dalla  vitalita’ dei precedenti lavori…. 

Il De Dominicis riporta di quest’ultimo periodo  scarse notizie, e ancor piu’ scarse sono le opere a noi giunte, segnale forse  dell’ormai incombente crepuscolo di un artista che per l’articolato utilizzo di generi diversi, la capacita’ di cogliere gli spunti artistici dei suoi contemporanei interpretandoli in modo personalissimo, l’attenzione al contesto storico- sociale, ci ha lasciato una vivacissima testimonianza  dell’ arte e della vita del suo tempo.

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