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"Viaggio allucinato nella middle...test". (Marosia Castaldi, Che chiamiamo anima, Feltrinelli,
2002). di Ermes Dorigo. |
sono sole con se stesse come sassi scagliati
dal fondo di una notte senza senso”
Per
orientarsi nel romanzo di Marosia Castaldi, Che chiamiamo anima, caratterizzato dalla
mancanza
di un centro narrativo e di un ordine logico sequenziale,
è necessario, come si suol dire, prenderlo per la coda, tanto più che esso ha
inizio proprio dalla fine: a Napoli, in un enorme caseggiato ”dai tetti del
quale si levano delle grandi ali di pietra”, viene trovata impiccata Doroty
Malone e inizia un processo, nel quale, sulla base di una fotografia eseguita
con l’autoscatto che lo ritrae accanto alla morta, il principale imputato sembra
essere Antonio Moreno; il processo procede stancamente con un cambiamento
continuo di giudici e senza mai venire a capo di niente, anche perché,
suggerisce la voce narrante, non ci sono più verità da scoprire; della donna
rimane, come prova della sua esistenza,
solo un quaderno, sul quale hanno scritto frammenti della loro vita le
persone che lei ha incontrato, storie anch’esse d’anime abrase, di altre fughe,
di altri dolori, che vengono fatte riemergere dall’oblio a scuotere, ubriacare,
sfinire coloro che dovrebbero giudicare: i giudici alla fin fine simboleggiano i
lettori impliciti, che
dall’enigmaticità della figura della protagonista e delle storie che si
intersecano, si iterano, si avvolgono su se stesse a spirale o sprofondano a
mulinello in un gorgo, prendono coscienza del loro vuoto interiore, delle
carenze affettive, della loro incapacità di guardare il mondo “con occhio di
bambino”, della loro inconsistenza corporale: se il corpo è il soggetto, la sua
assenza è la metafora di esistenze fantasmatiche, fuochi fatui, morti viventi o
viventi morti; di morti-morti che parlano come vivi.
Di
Doroty rimane solo una connotazione, una tonalità – non ha, infatti,
denotazione, priva com’è di un passato, di una memoria, di una identità -: il
rosso del vestito; la macchia di
sangue rappreso su un abito che ricorda la morte del figlioletto Timothy; i
tramonti sanguinolenti che
arrossano le montagne, dove si trova la casa che, investita da bagliori di sangue,
stilla sangue, di Elvira Rose, coetanea, nata sotto un allusivo mucchio di
cadaveri di altri bambini in un genocidio orrendo; rossa è la lava che il
vulcano rinserra nelle sue viscere; sanguinano i metaforici cavalli che scuotono
il ventre della terra; rossa, insomma, è la nascita, lacerazione violenta,
trauma primordiale che dal nulla prenatale conduce al nulla della morte senza
mai aver conosciuto la vita, se stessi, perché, oramai, l’identità è “una casa
bianca pulita priva di memoria”.
Infatti,
tutti i personaggi si muovono al
confine tra vita e morte, realtà e de-realizzazione, passato e presente: in una
sorta di limbo, dove si trovano i bambini morti – fumo bianco dai camini dei
forni crematori, violentati, denegati, esistenze interrotte tragicamente -;
dove, nell’incertezza tra maschile e femminile, domina il neutro; uno stato
psichico pre-adolescenziale, anche negli adulti - emblematica la figura del mammone
Frank Cipriano dal pene piccolo e dal ventre grosso, dove si è fatto tatuare una
Madonnina che schiaccia un serpente -, d’identità larvale; farfalle che sono
state ricacciate da un trauma psichico-sociale nel bozzolo, fermate e fissate in
un unico momento esperienziale, coatte a ripetere sempre la stessa parte, come
le maschere vuote ed umoristiche dei Sei
personaggi pirandelliani, anime monologanti e incomunicanti; un musiliano
soggetto “delirio dei molti” e “senza qualità”, perché ha tutto fuorché un
centro che gli permetta di riconoscersi come “Io”: un soggetto senza soggetto,
pura elencazione anaforica maniacale delle parti che lo compongono, ma irrelate
e prive di una qualsivoglia relazione significativa: “Che ho un cuore un cervello due orecchie
due polmoni un fegato e acqua. Che ho una milza due reni due braccia due piedi
e
un'anima.
Che tutta questa anima
questi piedi questi polmoni questi nervi questi gangli questa acqua questo
sangue non mi riguardano non sono lo la loro casa. Che quando ero bambino mi
stendevo sul letto e pensavo che quel piedi che vedevo all'altra estremità del corpo erano proprio
miei. Che questo mi sembrava un evento portentoso, inimmaginabile. Che i
piedi sono l'ultima cosa che ho visto di mio padre quando è morto ed era steso
sotto un lenzuolo bianco, tutto coperto, tranne i piedi che levavano verso il
cielo della stanza la loro inerme inoffensiva presenza pari a quella di una
brocca posata su un tavolo ma erano stati i piedi di un uomo: i piedi di mio
padre. Che se l'ultima cosa che avessi visto di lui fosse stata il suo viso non
ne avrei serbato lo stesso ricordo che avrei pensato alla sua testa al suoi
pensieri ai suoi modi al suo carattere alla sua anima, ma i suoi piedi mi davano
l'idea che anche mio padre si era trovato nel mondo senza averlo chiesto che
anche lui era stato bambino che anche lui aveva fatto quello che aveva potuto
che aveva camminato e camminato era andato uscito tornato: era una creatura
della terra. Che tutto il cammino della sua vita era concentrato nei suoi piedi
pieni della terribile innocenza che hanno le cose che non ci riguardano che non
dipendono da noi che stanno lì posate su un tavolo come una brocca un mestolo
una caffettiera una scodella sbrecciata e nemmeno sappiamo che veramente
esistono perché ci sembra naturale fino a che un giorno si rompono. Allora ci
accorgiamo che qualcosa ci manca che chiamiamo anima”.
Apparentemente
potrebbe sembrare un romanzo psicologico, analitico, lo zibaldone d’una nevrosi
ossessiva e ansiosa, anche nella struttura narrativa di sequenze di appunti,
formate da incompiutezze pirandelliane, flash back sveviani, flussi di coscienza
joyciani, incubi kafkiani, architravati e strutturati a labirinto in cornici
narrative e descrittive, e contrappuntati da filastrocche e refrain da canzone popolare. In effetti
alto e basso, prima e dopo, qua e altrove sono mescolati in un vortice
barocco e virtuosistico dal
pluristilismo e dalla commistione dei generi narrativi, dei registri
linguistici, dei codici: cinema, teatro, serial televisivo, fumetti; da plurime
analogie intertestuali; dalla moltiplicazione dei punti di vista.
Proviamo
a procedere con ordine in un immaginario caleidoscopico: Doroty (col ‘th’ in
questo caso) Malone è stata un’attrice americana divenuta famosa verso la metà
degli anni ’60 per la serie televisiva Peyton Place, tratta dal romanzo di
Grace Metalious, che metteva a nudo i vizi e i nidi di vipere di una comunità
mascherata dietro il perbenismo; Antonio Moreno è stato il primo attore spagnolo
a trionfare ad Hollywood, grazie alle capacità espressive e comunicative del suo
corpo. In realtà, Doroty e Moreno, nel gioco dell’ambiguità dei ruoli sessuali,
sono la stessa persona, il protagonista neutro del romanzo o, meglio, di un
film, che vede scorrere davanti ai propri occhi una pellicola sconnessa, con un
montaggio frammentario, che permette di cogliere dettagli ma non l’insieme; ma
soprattutto un film in cui il protagonista non si vede neppure vivere, perché
non c’è. Non c’è nel quaderno delle storie degli altri; non c’è nel buco della
coperta, che Elvira Rose (forse tragica madre di Doroty) cerca inutilmente di
rammendare, per riempire il vuoto dell’esistenza della figlia con la memoria
delle sue radici – “Quello che esiste veramente non è più la coperta ma il suo
buco. In ogni creatura c’è un buco e intorno a quello andiamo costruendo tutta
la vita e non sappiamo nemmeno se riusciamo a riempirlo” - (la protettiva
materna coperta di Linus declinata in
specchio annichilente d’autocoscienza del vuoto interiore, della solitudine,
della condanna a morte insita nella nascita); non c’è nella casa che non ha; non
c’è nel suo nome; semmai ha qualche affinità col suo cognome, che ricorda Malone muore, perché anche lei, come i
personaggi di Samuel Beckett, sola, dolorante e monologante e, come tutti, in
disperante attesa d’un salvifico Godot.
Doroty,
prima di fuggire, vive in un metaforico Middle West, messo a nudo impietosamente
dal suo occhio di “straniera”, che, dietro il ritocco americaneggiante, ricorda
un qualsiasi lindo e ordinato paesone della Brianza e i suoi abitanti
dell’ultima generazione, senza spessore e senz’anima: una middle test perbenista. Il contro altare
di questo ambiente da set cinematografico è costituito dall’enorme caseggiato
napoletano, diviso in tante ali di cemento, composto d’innumerevoli stanze e
popolato da una promiscua sub-umanità, identificata come nei lager col numero della stanza che occupa
(citazione iperbolica dei Granili de
Il mare non bagna Napoli di Anna
Maria Ortese); universo
concentrazionario, in cui sono coatti ed emarginati personaggi - vite strozzate
- che aspirano a lasciare un segno, benché minimo di sé, del loro passaggio
nella storia. Stimolati da Moreno, che scrive sui muri per bisogno estremo di
comunicazione, ma anche dal ‘quaderno’ e dall’imitatore del grido alto
dell’aquila (tensione metafisica o napoletano desiderio insaziato di un altrove,
di un oltre) tutti si mettono a scrivere; ma essendo la scrittura considerata
uno ”strumento demoniaco” che minaccia l’ordine costituito, Fermhatt, capo della
polizia, fa radere al suolo il caseggiato, dove le scritte umane erano già state
sovrastate e sostituite da quelle gigantesche della pubblicità della Hiv (Aids)
Corporation, e i superstiti vengono deportati nella Città della Scienza, che potrebbe rappresentare la via di un
riscatto morale e sociale o l’utopica sintesi (quindi, non Il rifiuto della ragione della Ortese,
ma la sua accettazione) tra Althénopis (“occhi di vecchia” com’era
definita Napoli dai tedeschi durante l’occupazione: la memoria e il ‘peso’ del
passato) e Parthénopis (“occhi di
vergine”, di vita, palingenesi, pienezza interiore, armonia col mondo): la
tragica vitale duplicità di Napoli, arteria del corpo d’Italia, che “il Nord freddo” ha gelato e reciso, col
risultato di togliere ossigeno alla mente, divenuta inerte, oscurata e soffocata
da istinti primitivi, brutali e volgari. Una apocalisse biblica, nella forma
dell’eruzione del Vesuvio – natura che rifiuta questo presente -, pone termine a
questo sogno di redenzione e di ricomposizione armonica del soggetto con se
stesso, la natura, la storia, distruggendo la Città della Scienza; i suoi
abitanti si trasformano in tanti pompeiani calchi di gesso, che conservano
all’interno “il rumore delle
anime”; eruzione, quindi, che
nasconde in sé la stessa speranza palingenetica nell’ “ordigno” che, esplodendo
al suo centro, dovrebbe, secondo Zeno Cosini, riportare la terra allo stato di
nebulosa, dalla quale potrebbe forse riformarsi e rinascere un mondo senza
‘malattia ’.
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Marosia Castaldi, napoletana, vive a Milano. Ha pubblicato i racconti Abbastanza prossimo (Tam Tam 1986), Casa idiota (Tringale 1990), Piccoli paesaggi (Anterem 1993); i romanzi La montagna (Campanotto 1991), Ritratto di Dora (Loggia de' Lanzi 1994), Fermata Km. 501 (Tranchida 1997), Per quante vite (Feltrinelli 1999); il saggio La casa del Caos (in Punteggiature Vol. 1°); le prose In mare aperto (Portofranco 2001). |
MAROSIA CASTALDI, Che chiamiamo anima, Feltrinelli, 2002, Euro 15.00
Ermes Dorigo.