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“Non è per cattiveria” |
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Recensione
di ANITA CURCI
Antonio Pascale,
con il suo “Non è per cattiveria –
Confessioni di un viaggiatore pigro” (editori Laterza
collana Contromano), ci accompagna, quasi tenendoci per mano, lungo un
meraviglioso percorso turistico, intorno gli anfratti naturali della regione
molisana, pianeggiante, verde, montana e marina, facendoci assaporare fino in
fondo la bellezza dei luoghi attraverso pagine ricche e variegate.
L’escursione intorno alle
piazze, ai ristoranti e alle strade spesso invase dal gregge che ancora non
distingue il suolo asfaltato dal manto erboso, travolge il lettore e lo
incuriosisce al punto da sentire il libro come un diario di bordo, una sorta
di memoriale di viaggio e non in qualità di guida
turistica, in cui originariamente si doveva rispecchiare il testo, sempre
attenendosi ai contorni del suo singolare metodo di narrazione empiristica.
Antonio Pascale
è un narratore eccellente, soprattutto in virtù della sua peculiarità di
ottundere ogni difficoltà logistica nel relazionare e commentare –
mantenendo sempre vivo l’interesse del lettore – luoghi, persone, civiltà
e culture stanziate nello spazio più o meno
limitato della regione molisana.
Conosco il territorio in
questione e comprendo, per questo, il fervore che spinge l’autore ad
esaltare i paesaggi stupendi, le cime delle montagne invernali ammantate
dal candore nevoso, le pianure di girasoli: spettacolari distese gialle estese
a perdita d’occhio. E poi, il breve tratto marino
che interessa la regione, dalle spiagge ampie e selvagge, da cui si possono
ammirare i contorni delle isole Tremiti, la rende sublime.
Le comiche operazioni di
forcing ad opera di alcuni abitanti che rivendicano
la bontà delle loro terre a discapito di altre, risulta un elemento di
sintomatico campanilismo, inevitabile del resto in certi contesti. Antonio Pascale
ci descrive il fenomeno simpaticamente.
“Provate a fare quello
che ho fatto io, a domandare cioè se (i
molisani)si sentono legati all’Abruzzo, antropologicamente,
geologicamente e socialmente parlando. Vi risponderanno: - E’ tutta
un’altra cosa.”
Allo stesso modo: “Se
volete fare la cosiddetta prova del nove (…), provate a fare quello che ho fatto
io. Non appena vi trovate in Abruzzo, non importa quanto distanti dal
Molise, perché è lo stesso anche se state sul confine, provate a
chiedere se si sentono legati al Molise, antropologicamente,
geologicamente e socialmente parlando. Vi risponderanno: - E’ tutta
un’altra cosa”.
Una bella
idea di coesione, se si pensa che difficilmente alle due regioni
vengano riservate, ancora oggi, guide turistiche distinte. Forse perché le
due entità territoriali si sono separate soltanto nel 1963? Chissà. Intanto
Antonio Pascale afferma che il
Molise è bello ma invisibile, spesso ancora associato
all’Abruzzo.
All’interno della stessa
regione accadono episodi del tutto analoghi al primo:
“Una volta stavo a
Pietracupa, un piccolo paese di 252 abitanti (di
cui 150 anziani). Qui un signore anziano mi ha fatto l’elogio del paese e
soprattutto dell’aria di questo paese: -La più pulita di
tutto il Molise – Tanta era la convinzione con cui ha espresso questo
giudizio che io stesso, che per via degli ormai risaputi malumori respiro con
affanno e irregolarità, ho preso a espirare con profondità e gioia. In quei
pochi secondi (tanto è durata la mia prova quasi di meditazione) mi sentivo
più pulito, come se avessi fatto una sauna di aria
fresca. Tutto questo, appunto, finché lo stesso signore non ha espresso un
altro giudizio: - Non è mica (l’aria pulita di Pietracupa)
come quella di Salcito, che è
tutta un’altra cosa.”
Basti pensare che Salcito
è un paese che si trova appena a tre chilometri di distanza da Pietracupa.
“Quindi, o l’aria di Pietracupa
era protetta da un’atmosfera particolare, tenuta insieme da una misteriosa e
singolare forza di gravità, oppure il signore portava avanti un ragionamento
campanilistico”.
Antonio Pascale,
lungo un percorso del tutto virtuale, ci indica gli
approdi ideali per una sana e corroborante sosta, descrivendoci spiritosamente
alcune delle trattorie che offrono pasti genuini e gustosi, come ad esempio
quella di Civita Superiore,
Una questione di particolare
importanza viene posta in risalto dalla sensibilità
dell’autore, perché coinvolge un aspetto sociale non trascurabile:
l’emigrazione. Una vera piaga per un posto che proprio non può e non vuole
decollare autonomamente. I giovani che restano soffrono l’abbandono e
sognano di poter evadere in luoghi produttivi, anche se bloccati da una timida
e latente fiducia verso gli eventi del futuro.
I panorami sono
bellissimi, le panchine sui belvedere attendono cuori desiderosi di
librarsi in contemplazioni e riflessioni trascendentali. Eppure
la popolazione è in fuga, scarseggia il lavoro e mancano gli stimoli per
poter superare un momento di particolare asperità economico-sociale.
Per il viaggiatore, al
di là di ogni problematica locale, si incunea un ineluttabile
meccanismo di catering d’emozioni, salubrità,
pacatezza interiore. Soluzioni impagabili per chi ama
l’amenità, la natura e la pace.
Non è per cattiveria è
un libro di profondo interesse, ricco di humour, accattivante fino alla centodiciottesima
pagina, che riesce a non stancare il lettore il quale viene
catapultato immediatamente in un contesto del tutto realistico, espresso in
maniera chiara e scorrevole.
Tra le numerose pièces,
quasi teatrali, che mi hanno fatto ridere per la comicità delle situazioni e
riflettere a causa del ritardo culturale che ancora oggi annega popolazioni di
interi territori, desidero riportarne una necessariamente per intero.
Da qui si comprenderà lo spirito del libro, i propositi dell’autore ed il
suo tratto stilistico.
“Una volta, per colpa (o
merito) di Brunella, sono stato a Santa Croce in Magliano,
uno dei due paesi colpiti dal terremoto. Ho fatto una presentazione. Non era
una presentazione qualsiasi, era la prima presentazione
che si faceva in tutta la storia di questo paese. E
ci credo. Nella sala comunale c’erano quadri che rappresentavano paesaggi
agresti commentati da famosi poeti locali. La cultura non aveva
lasciato quei quadri, Santa Croce in quei quadri aveva deciso di
fermarsi. E’ chiaro, dunque, che se al mio posto ci fosse
stato Proust o l’ultimo poeta dialettale,
uno di quelli che fa ancora le rime cuore/amore, l’effetto sul pubblico
sarebbe stato lo stesso”.
11-11-2006