Napoli città greca e romana

di Franco Celentano

Spaccanapoli

 

Quando E.A.Mario scrisse "'Dduie Paravise" scimmiottò Polibio che, già nel secondo secolo a.C., aveva affermato che, per la sua bellezza e per la sua fecondità, gli dei si contendevano il possesso della città.

Ciò spiega perché i Greci, che già si erano stabiliti lungo le coste dell'Italia meridionale, fondassero nell'amena località prima una città chiamata Partenope, poi un'altra detta Palepoli ed infine, sulle rovine delle precedenti, una terza che fu battezzata Neapoli.

Accertare che i fatti si siano svolti proprio in tal modo oppure che Partenope e Palepoli siano delle città mitiche è compito degli archeologi che, a quanto pare, non hanno ancora trovato il modo di mettersi d'accordo.

E' in ogni caso storicamente accertato che già nel sesto secolo a.C. esisteva la nuova città che aveva la sua acropoli sul monte Echia (l'attuale Pizzofalcone), si estendeva verso Santa Lucia e l'isoletta di Megaride e si sviluppava in un perimetro circoscritto oggi dalle vie Foria, Costantinopoli, Castel Capuano e Pietro Colletta.

I "decumani" di quella città erano le attuali vie della Sapienza, dei Tribunali e di Forcella che conservano ancora oggi la forma e la lunghezza che avevano ai tempi della Napoli greca.

I romani, malgrado fossero ignoranti e rozzi, subirono il fascino di questa città colta e raffinata e pensarono di impadronirsene.

Con le buone o con le cattive.

Fu così che, nel 326 a.C., grazie al tradimento di due magistrati locali, Napoli fu "liberata" dai vispi legionari dell'Urbe.

Come si può notare, duemila anni non hanno assolutamente modificato sia l'appetito dei conquistatori sia la tradizionale ignavia dei conquistati.

Per inciso, le rozze milizie romane, capitanate da tale Cafo, si accamparono fuori le mura e, di tanto in tanto, venivano in città dando un tale spettacolo di sciatteria ed inciviltà da causare autentico disgusto nei colti e civili napoletani.

Dal nome del loro capo, furono battezzati "cafoni" e tale appellativo è ancora oggi associato a rozzezza di modi e disgustosa ignoranza.

I romani però, una volta raggiunto il loro nobile scopo, amarono e protessero la cultura ellenistica della città ed onorarono i filosofi ed i retori che continuavano a giungere a Napoli dalla nativa Grecia.

Già in quell'epoca gli abitanti del luogo dovevano eccellere nel canto e dovevano godere fama d'autentici intenditori e severi critici di quest'arte perciò Nerone decise di presentare puntualmente, ed in anteprima, la sua produzione di cantautore nell'Odeon, il teatro coperto della città.

E poi si vuole paragonare il festival di S.Remo con la nostra Piedigrotta!

L'imperatore amava tanto il teatro di Napoli e teneva tanto al giudizio dei Napoletani da passare in quel teatro molte ore anche quando non cantava.

Prendeva posto tra gli orchestranti e prometteva di far ascoltare i suoi "pezzi" inediti non appena il vino gli avesse rinforzato la voce.

Era anche un gran furbo e, per avere successo, reclutava migliaia di "fan" che, incoraggiati dai sesterzi imperiali, si spellavano le mani ad ogni suo acuto.

Nacque allora, e continua ancora oggi, la scienza dell'applauso.

I "bombi", prodotti dal rumore di molte voci e di molte mani plaudenti, gli "embrici", prodotti da mani tese come tegole ed i "cocci" ottenuti battendo non più le mani ma i vasi.

I "plauditori pagati", come li definisce Svetonio, erano riconoscibili dalle lunghe capigliature, dagli sgargianti costumi e dall'assenza d’anelli alle dita.

Più o meno come gli "ultra" d’oggi.

Mentre Nerone sfruttò Napoli ed i Napoletani per soddisfare le sue ambizioni artistiche, la bellezza dei luoghi, la gran quantità di sorgenti termali che esistevano nei dintorni e l'eleganza della vita che vi si conduceva, diedero l'avvio alla prima speculazione edilizia della storia.

Vedio Pollione si fece costruire una bellissima villa a Posillipo, Lucullo ne fece costruire un'altra, splendida, che occupava le pendici del monte Echia e l'isoletta di Megaride ed i Pisoni, oltre ad ordire celebri congiure, arricchirono la loro dimora d’Ercolano di una favolosa biblioteca nella quale figuravano le opere dei più illustri scrittori greci dell'epoca.

Per non parlare d’Augusto, Tiberio e Caligola che, abbandonata la fetida capitale, elessero il loro domicilio nella vicina e già allora celebre isola di Capri.

Stazio, intanto, si occupava della pubblicità scrivendo le Silvae, un poema per la sua amata città, imitato da Virgilio che, originario di Mantova ma ignaro della futura vocazione leghista della propria terra, compose le Georgiche ed in Napoli volle essere sepolto dando vita ad una tradizione seguita, molti secoli dopo, da Giacomo Leopardi.

Vedi Napoli e poi muori... sono ammessi gli scongiuri.

Sono entrambi sepolti alle spalle della chiesa di Piedigrotta, cioè all'imbocco della galleria della Vittoria.

Solo per curiosità... la suddetta galleria ripercorre la strada tracciata dalla millenaria grotta di Cocceio, ad essa soprastante, della quale ci sono pervenuti notevoli resti.

Andateci: troverete ancora l'albero di lauro piantato da Francesco Petrarca (od una sua perfetta imitazione frutto della specifica bravura del popolo napoletano).

Nacque la leggenda dell'ozio napoletano che ci viene ancora oggi sbattuto sul muso da coloro che ignorano il vero significato dato dai romani a tale vocabolo: una vita "oziosa" era quella destinata ad ingentilire gli spiriti.

Poi, con il tramonto dell'impero romano, la cultura si rifugiò nei luoghi destinati al culto e la villa di Lucullo divenne un convento di dotti monaci basiliani tra i quali primeggiò l'abate Eugipio che Cassiodoro vantò per la profondissima dottrina.

Arrivarono i Goti che, convinti di poter opprimere i napoletani, ne assorbirono ben presto le abitudini diventando succubi delle usanze locali.

Come oggi avviene alle persone dotate di cultura e sensibilità.

In quei tempi si diffuse la leggenda di una venuta nel golfo dell'Apostolo Pietro ma tale diceria non fece molta presa nell'animo religioso dei locali che si dettero, invece, ad onorare sempre di più S.Gennaro il cui culto, professato nelle catacombe situate fuori delle mura, da quelle catacombe si diffuse in tutta la città ove resiste, immutato, da secoli.

Che ne fu delle splendide ville?

Sui ruderi della villa di Lucullo, già adibita a convento, sorse nei secoli successivi il così detto "castro luculliano" ove, spesso, si attestarono gli arabi. Per questo motivo il Papa Gregorio IV fece radere al suolo quelle costruzioni che erano state, e potevano ancora diventare, un'ottima fortificazione per i suoi nemici facendo così sparire anche le ultime vestigia di quella mirabile dimora patrizia.

Quando discendiamo per il Calascione o quando passeggiamo nelle vicinanza di Castel dell'Ovo, camminiamo sui resti della sua magnificenza.

Se decidessimo di metterci a scavare potremmo essere tanto fortunati da trovare, tra i detriti accumulatisi nei secoli, qualche statua, qualche erma, qualche antico gioiello.

Ma non vi affrettate con badili e picconi... scavare cose vecchie di venti secoli è veramente faticoso!

Ed i nostri avi ci hanno tramandato un fermissimo disprezzo per le vili attività manuali. Il nostro è un popolo portato alla riflessione, alla contemplazione, alla disquisizione filosofica.

Filosofi analfabeti usi a praticare tutte quelle cose che nutrono l'anima senza imbrattare le mani.

Napoli millenaria. Napoli "oziosa".

 

Agorà 19