MESTIERI DI NAPOLI

LA RIFFA

di Franco Celentano

Francesca rimane vedova, ha una bambina, una montagna di debiti e non riesce a trovare lavoro.

Gioca allora l’ultima carta: mette in gioco il proprio corpo ed organizza una riffa.

E’ questa la trama del film “La riffa”, interpretato da Monica Bellucci, che pubblicizza un sistema utilizzato da secoli a Napoli da poveracci che sfruttavano l’antico amore dei loro concittadini per il gioco per raggranellare qualche soldo.

La trovata era abbastanza semplice.

Si sceglieva un oggetto di casa, o si comprava qualche chincaglieria, e si vendevano novanta numeri, da abbinare all’estrazione del lotto del sabato successivo.

Il possessore del numero corrispondente al “primo eletto” sulla ruota  di Napoli aveva vinto l’oggetto messo in palio.

Altre volte, per oggetti importanti e costosi, tali da non essere “coperti” dall’incasso dei novanta numeri della smorfia, si provvedeva alla vendita di un numero imprecisato di biglietti ed all’estrazione pubblica del vincitore.

La “cerimonia”, cui ho avuto il piacere ed il privilegio di assistere, era quanto mai suggestiva.

Di solito all’imbrunire, il gestore della riffa convocava il vicolo e, pubblicamente, inseriva in un cesto, o in una federa, i numeri corrispondenti a quelli venduti, poi convocava uno scugnizzo ed iniziava la pantomima.

Chesta è ‘a mano e chisto è ‘o culo d’o panaro! 

Questa frase, accompagnata da ampi ed espliciti gesti, era diretta al pubblico che era invitato a prendere atto che il gioco era pulito, che non c’erano trucchi e che le mani erano libere.

A questa frase, nel silenzio più assoluto dell’attentissimo uditorio, seguiva l’esposizione del premio messo in palio, l’elencazione dei suoi pregi e l’esaltazione della munificenza dell’organizzatore.

Infine lo scugnizzo era invitato ad estrarre il numero incoraggiato da una ridda di voci e sommerso da una valanga di promesse.

Il sospettoso:

Ammisca bbuono!

Il tentativo di corruzione:

Guagliò, vire ‘e t’abbuscà ‘a mazzetta!

Il credente:

 Maronna mia, falle vedè chi si’!

L’ottimista:

E’ meglio ca nun perdite tiempo!... E allora io che sarria venuto a fa?... Secondo voi songo ‘o tipo ca perde tiempo?

Il pessimista:

Sciorta, sciò… e guardamenu poco, ca te sputo ‘nfaccia!

Il frettoloso:

Patatè, votta a chiovere… e jammo bello!

Occhi attenti seguivano le mosse, volutamente e perfidamente lente del ragazzino che, finalmente estraeva il numero che era mostrato al pubblico silenzioso e col fiato sospeso.

Poi, finalmente, il gestore leggeva il numero fortunato tra i commenti  sconsolati dei tanti perdenti e, talvolta, nell’isolato tripudio del fortunato vincitore.

Quando quest’ultimo era assente, il gestore, quasi per magia indicava generalità ed abitazione del vincitore in modo così preciso e perentorio da suscitare in me legittimi sospetti.

Finché, avendo giocato di soppiatto, una sera non mi fu comunicato che avevo vinto un monumentale uovo di Pasqua.

Il numero era stato estratto in mia assenza (era il 348) ed il gestore aveva indicato il vincitore senza esitazione.

Che dire?

Succede, anzi succedeva a Napoli!