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MESTIERI
DI NAPOLI
'O
PUZZARO

di
Franco Celentano
Nell’intento
di non fare lavorare troppo i suoi simpatici scugnizzi, il
Creatore di tutte le cose pensò bene di mettere sotto i loro
piedi un eccellente materiale da costruzione, facilmente
estraibile, immediatamente utilizzabile e, particolare non
trascurabile, gratuito.
Per
tale motivo il sottosuolo della città è composto di roccia
tufacea che ha caratteristiche di leggerezza, friabilità e
stabilità del tutto particolari.
I
primi a sfruttare le caratteristiche geologiche del territorio
furono i Greci che, a partire dal 470 a.C.,
diedero inizio ad una serie di trasformazioni dettate da esigenze
d’approvvigionamento idrico e dalla necessità di recuperare
materiale da costruzione per erigere gli edifici di Neapolis.
Le
cavità create per prelevare i blocchi tufacei utilizzati come
mattoni furono utilizzate, infatti, come cisterne sotterranee
adibite alla raccolta d’acque piovane.
Nei
secoli successivi l’espansione della città, con la conseguente,
crescente necessità di materiale da costruzione, indusse gli
abitanti del luogo a scavi sempre più estesi e alla realizzazione
di un vero e proprio acquedotto che permetteva di raccogliere e
distribuire acqua potabile grazie ad una serie di cisterne
ingegnosamente collegate ad una fitta rete di cunicoli.
Tale
tendenza crebbe ulteriormente durante il dominio dei romani che,
sfruttando le loro ben note capacità, ampliarono e perfezionarono
l’esistente acquedotto facendo di Napoli una delle città meglio
servite dell’epoca.
Ovviamente,
le cisterne destinate a conservare l’acqua non erano un modello
d’igiene e spesso contribuirono alla diffusione di malanni ed
epidemie per cui nel 1885, dopo una tremenda epidemia di colera,
fu abbandonato l'uso del vecchio sistema di distribuzione idrica
per adottare il nuovo acquedotto, che ancora è in funzione e che,
a giudizio di molti esperti, non ha risolto questo secolare
problema.
Molte
case del centro storico di Napoli, in ogni caso, conservano ancora
oggi l’accesso agli antichi pozzi dai quali era (ed è)
possibile attingere acqua.
Io
sono nato in Via Foria 154, in una
casa situata al secondo piano che, nel locale adibito a cucina, ha
un pozzo che comunica con il sottosuolo ed un’abitazione analoga
era abitata dalle mie zie a Via Tribunali.
Le
case esistono ancora, con il pozzo e con l’acqua.
Ma
chi provvedeva alle pulizie periodiche ed alla “manutenzione”
dell’impianto?
C’era
‘o puzzaro che, assicurato da
robuste corde, si calava nel pozzo fino a raggiungere le cavità
sotterranee per eliminare i detriti (e non solo quelli!) che si
accumulavano col tempo rendendo l’acqua imbevibile.
Qualche
volta ‘o puzzaro era convocato
d’urgenza per recuperare oggetti od animali domestici caduti
accidentalmente o per rintracciare, su mandato della gendarmeria,
ricercati che, per sfuggire al “delegato di polizia”, si
calavano negli sconosciuti anfratti della Napoli sotterranea.
Gli
ultimi pozzari hanno contribuito
notevolmente a redigere una mappa del sottosuolo della città, per
secoli sconosciuto, ignorato e sfruttato senza raziocinio come
cava di tufo e scarico di rifiuti.
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