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Lettera a S.Gennaro
di Franco Celentano
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Caro
S.Gennaro,
Scusa
se approfitto della familiarità abusata dai napoletani quando si rivolgono a
te, ma il millenario, riverente affetto che ti porta questo popolo merita
senz'altro tale privilegio.
Questo
popolo che fu ingenuo, sognatore, scugnizzo e filosofo, ha sempre vantato
inscindibili e solidi legami di amore e familiarità con te, suo Patrono,
attribuendoti tutta una gamma di sentimenti e comportamenti genuinamente
partenopei e, probabilmente, mai da te provati.
Questo
rapporto spontaneo, filiale, sbarazzino e, in molti casi, disinibito, aveva
bisogno, per essere veramente napoletano, di un colloquio, un contraddittorio,
un palcoscenico.
Aveva
bisogno di un pubblico.
Dovendo
creare l'immagine di un Patrono adatto al suo animo, Napoli ti ha dato,
pertanto, un contenuto rubizzo, irato e umano, ha creato la leggenda delle tue
"parenti" alle quali è concesso apostrofarti, spronarti e ricorrere
magari agli insulti pur di ottenere la protezione e la benevolenza del suo
millenario Padre e Vescovo.
Sei
diventato "faccia gialla".
Tra
te e il tuo popolo si è concordato un cerimoniale, si è stabilito un muto
linguaggio per farti comunicare, a seconda dei casi, la tua ira, la tua
soddisfazione o il tuo allarme per le disgrazie incombenti sui tuoi protetti.
Secondo
questo linguaggio mai scritto, lo scioglimento del tuo sangue è giudicato
foriero di un periodo prospero ed è interpretato come la garanzia della tua
protezione, mentre il mancato miracolo rappresenta il tuo monito, il segno della
tua insoddisfazione, il tuo avvertimento dell'incombere di calamità e di tempi
duri.
I
vecchi re, veramente e genuinamente napoletani, interpretarono i tuoi segni con
lo stesso animo col quale gli antichi pagani aspettavano i giudizi del vate e si
unirono al popolo per festeggiare il tuo miracolo o per impetrare le tue grazie.
Furono i primi a prosternarsi ai tuoi piedi e a percorrere le strade della loro
città vestiti del saio del penitente quando una eruzione, una pestilenza o un
colera si abbatterono sul loro e sul tuo popolo.
E
tu fosti sempre presente, padre e tutore, napoletano tra napoletani, uomo tra
uomini.
Da
secoli il tuo miracolo si ripete, ma nonostante il tuo ottimismo, la tua città
ha cominciato a morire.
Anche
il suo cuore, che aveva resistito alle più grandi calamità, ha cessato di
battere e lo spettacolo del suo scempio è sotto gli occhi di tutti.
Le
sue piaghe sono tremende ed evidenti.
Non
ti chiedo il mostrare la tua potenza dando all'improvviso alla tua città posti
di lavoro, facendo sparire i bassi, annientando i camorristi e generando nei
giovani ribrezzo per la droga e per le sue distruttive conseguenze.
Sarebbe
tutto troppo facile.
Ma,
per cortesia, non illudere più il tuo popolo, fagli comprendere la tua ira e
non dirgli più, col tuo muto e antico linguaggio, che tutto va bene e che
"adda passà 'a nuttata" (*).
Forse
la manifestazione del tuo sdegno potrebbe ancora risvegliare l’antica
coscienza napoletana restituendo al tuo popolo il gusto di affogare le sue pene
in uno sberleffo che la sua tradizione e un’antica saggezza gli avevano
conservato.
Fa'
sentire la tua voce possente e ammonitrice, mostra per intero la tua ira e il
dramma di un Santo che non ha più il coraggio di chiedere grazie per un popolo
immeritevole che non gli appartiene più.
Di’
ai napoletani che ti dimetti dalla carica di loro Pastore per indegnità del
gregge!
Continuare
a tacere non sarebbe segno di amore e di predilezione: sarebbe da bugiardi.
Bacio
devotamente le mani.