Napoli borbonica


Francesco I

di Franco Celentano

Ferdinando, partito per la Sicilia tra l'indifferenza dei napoletani, rientrò a Napoli accolto con giubilo dalla popolazione, ma non accompagnato dalla regina Maria Carolina, che nel frattempo era morta esule.

Era partito come Ferdinando IV, ma il Congresso di Vienna gli aveva cambiato la numerazione e lo aveva fatto diventare Ferdinando I, re delle Due Sicilie.

Napoli riprese così, a poco a poco, il solito andamento degli anni precedenti e poco o nulla fece per essa il re, che dimostrò di non aver tratto alcun ammaestramento dagli avvenimenti che avevano sconvolto il suo regno e l’Europa tutta.

 Finalmente libero dalla sudditanza psicologica che aveva sempre avuto nei riguardi della moglie austriaca, sposò morganaticamente la bella Lucia Mi­gliaccio, da lui creata duchessa di Floridia, per la quale fece costruire, sulla collina del Vomero,  La Floridiana, stupenda villa che si affaccia su uno dei più bei panorami del mondo.

In quella villa il vecchio sovrano trascorse, forse, gli anni più felici del suo lungo regno illudendosi che le cose sarebbero rimaste quali erano state ai tempi di suo padre e della sua prima giovinezza.

Anche molti napoletani credevano che le idee liberali non avrebbero più dato fastidio al loro pacifico vivere, e tale convinzione non fu scalfita dal tentativo di due ufficiali, Morelli e Silvati che, nell'autunno del 1822, tentarono di ammutinare il loro reggimento.

 Il loro tentativo, per molti versi velleitario, abortì quasi sul nascere, i due rivoluzionari furono impiccati ed i loro complici furono inviati alle patrie galere.

Ferdinando I morì nel 1825 e gli successe il fi­glio Francesco I che, ancor più di suo padre, volle an­corare il regno e la città alle antiche formule.

Francesco Gennaro Giuseppe era  nato a Napoli il 19 agosto del 1777 ed era il secondogenito di Ferdinando e Maria Carolina, ma, nel 1778, a causa della morte di suo fratello maggiore Carlo Tito, ereditò il titolo di principe ereditario e Duca di Calabria.

Di carattere schivo e riservato, molto dedito alla famiglia, sposò nel 1797 Maria Clementina, arciduchessa d'Austria, dalla quale ebbe una sola figlia, Carolina Fernanda Luisa, che sposerà il conte Lucchesi Palli.

Morta Carolina nel 1801, Francesco I, sposò l'infante di Spagna Maria Isabella, che gli avrebbe dato ben 12 figli.

Da giovane fu sicuramente condizionato dalla fortissima personalità della madre e solo durante la permanenza in Sicilia, a causa dell'occupazione del Regno continentale da parte di Gioacchino Murat, poté iniziare a manifestare la sua personalità.

Erano anni difficili, e la Corte subiva l'influenza della potenza inglese, specie per opera di Lord Bentick, la cui politica si scontrava apertamente con quella di Maria Carolina che, dopo anni d’incontrastato potere, fu costretta a cedere le armi.

Lord Bentick, infatti, riuscì ad imporre a Ferdinando di esiliare la moglie, di lasciare Palermo e affidare il governo al figlio Francesco, nominato Vicario del Re.

Fu in tali frangenti che nacque la leggenda delle simpatie liberali di Francesco perché, costretto dagli inglesi, fu lui a concedere  la Costituzione del 1812 in Sicilia.

Nel novembre del 1813 Bentick lasciò l'isola e Ferdinando, tornato a Palermo, riprese il controllo della situazione, ma lasciò Francesco come Luogotenente, mentre lui tornava a Napoli dopo la caduta dei napoleonici.

Il Duca di Calabria rimase in Sicilia fino al 1820, anno in cui il padre lo richiamò a Napoli per affidargli la reggenza mentre era in viaggio verso Lubiana a chiedere aiuto alla Santa Alleanza.

Quando, nel 1825, salì al trono, Francesco aveva già 47 anni.

Era un uomo fondamentalmente religioso e tranquillo e volle iniziare il suo regno in modo pacifico e magnanimo.

Concesse perciò l’amnistia ai soldati disertori, commutò la pena dell'ergastolo in quella dei ferri, ridusse le condanne detentive eccetto che ai condannati per furto.

Nel clima di pacificazione generale che intendeva instaurare nel regno, nel 1827, alla nascita del figlio, il conte di Trapani, concesse amnistia completa a tutti coloro che erano sotto giudizio, compresi i condannati politici.

Si impegnò a concedere udienza a tutti senza differenza di ceto e di stato sociale cercando di sovvenire, per quanto possibile, ai tanti bisogni che gli venivano esposti

Ottenne che le forze austriache, presenti dal 1820 per imposizione del principe di Metternich, fossero sostituite da guardie svizzere, il che avvenne nel 1827, con grande vantaggio economico per il governo e appagante senso di liberazione per sudditi che continuavano a nutrire per gli austriaci un’antica avversione.

Diede notevole impulso alla flotta, che era tra le migliori d’Europa, ed istituì compagnie d’assicurazioni per facilitare il commercio marittimo.

Cosa unica in quel contesto storico, favorì la nascita di una fabbrica di panni che diede lavoro a migliaia di persone impegnando anche carcerati, che con il lavoro onesto potevano riscattare la pena.

Fece costruire il Palazzo del Municipio, con 800 stanze e 40 corridoi, furono  ripresi con alacrità gli scavi di Pompei e promosse iniziative in favore degli studi dei papiri ercolanesi.

Dovette purtroppo anch'egli subire tentativi rivoluzionari, specie nel Cilento, che furono duramente e facilmente repressi, anche perché, come sempre, senza alcun serio seguito popolare.

Prima della morte, risanò l'economia siciliana con un provvedimento approvato quasi all’unanimità perché, come scrive Giuseppe Coniglio,” stabiliva l'imposizione fiscale e dava ai sudditi la certezza che non sarebbe stata accresciuta almeno per un decennio”.

Dopo tale promettente inizio, oramai stanco ed annoiato, lasciò poco a poco la conduzione del Regno a Luigi de' Medici che diede vita al periodo più triste di tutto il regno borbonico nel quale si diffusero quella corruzione e quella rilassatezza che diedero vita, negli anni successivi, all’aggettivo “borbonico” che, ancora oggi, opportunamente strumentalizzato, accompagna tutti gli episodi di malcostume e d’inefficienza che affliggono il nostro paese.

Venne a mancare nel 1830, anno in cui il ramo francese dei Borbone perse il trono e proprio mentre in Europa, finito un breve periodo di pace e di prosperità, ricominciavano i contrasti e le rivoluzioni.

Gli successe il figlio Ferdinando, appena ventenne, che già, da qualche anno si era  fatto carico degli impegni e delle responsabilità di Sovrano e che dimostrò immediatamente di saper e voler  dominare la difficile situazione che aveva ereditato.