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Salvatore
Cerino
Napoli, eterna Musa.
di Franco Celentano
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Ho
avuto il piacere ed il privilegio di conoscere Salvatore Cerino a Palazzo Berio,
allora sede del Circolo aziendale della gloriosa Sme, Società Meridionale
d’elettricità.
Ero
in compagnia di Mario Balzano, mio collega di lavoro, come me amante e fedele
custode della cultura e della tradizione napoletana. Il
poeta mi fu presentato dal comm. Ettore De Mura, allora direttore artistico del
circolo, ed io fui impressionato sia dal suo amore per le tradizioni della
nostra città sia dall'entusiasmo giovanile che permeava il suo eloquio vivace e
piacevole.
Il
commendator De Mura, solitamente parco di complimenti, si dilungò ad illustrare
con sincero entusiasmo a me, impacciato ed intimidito giovanotto, la bravura di
poeta di Cerino e la sua memoria storica di fatti ed aneddoti dell’arte
napoletana.
Questo
episodio e questo giudizio, rimasti per lunghi anni nel cassetto dei ricordi,
sono emersi magicamente allorché, per una circostanza che oserei definire
miracolosa, mi sono ritrovata tra le mani una copia di “Napoli, eterna
Musa”, opera di Salvatore Cerino che ha rappresentato per me, napoletano
d’antica fede, un tuffo nel passato, nei ricordi, nel sentimento e nella
nostalgia. Mi
sono tornati alla mente i motivi di mille canzoni che mia madre cantava, ho
rivisto volti familiari che, da sempre, ripetono al mondo che Napoli
è una miniera inesauribile di poesia e di geniale ed istintivo spirito
teatrale.
Ho
riascoltato Beniamino Gigli e Tito Schipa, Gilda Mignonette ed Elvira
Donnarumma.
Ho
risentito Salvatore Cerino affermare convinto che per cantare, a Napoli, basta
avere una lira di voce e cento lire di cuore. Napoli,
eterna Musa.
Una
galleria di personaggi, una cascata di versi, un fluire d’aneddoti e
d’immagini, di vecchie foto e di
personalissime attestazioni di stima e d’affetto.
“Era una giornata limpida di
settembre.....”
Era
settembre 1937 e Salvatore Cerino, quasi spinto da una volontà estranea, entrò
in una Mostra della canzone napoletana allestita da Pasquale di Costanzo
e diretta dal maestro Francesco Galante.
Una
mostra in cui figuravano fogli con le canzoni antiche (copielle) e fotografie
d’autentiche glorie della tradizione canora napoletana.
Gli
autori erano tutti lì.
Alcuni
si potevano osservare in foto e ritratti, altri, viventi, si aggiravano per
l’ambiente.
Questo
l’episodio che crea i presupposti per un caleidoscopio di riflessioni e
testimonianze, che, spaziando nel tempo, portano alla tua mente liriche antiche ed
alle tue narici profumo d’erba e di mare... profumo di una Napoli oramai
sbiadita.
In
un’opera impreziosita da antiche copertine delle più note canzoni del
repertorio napoletano, Salvatore Cerino comincia col tributare un affettuoso omaggio a Giambattista ed
Ernesto De Curtis, eroi di quando si scriveva musica solo per passione e non in
previsione d’inesistenti diritti d’autore, per poi soffermarsi sul suo amico
Raffaele Chiurazzi, poeta del Rione Sanità. Poi
sotto i riflettori dei suoi ricordi e della sua arguzia si alternano Giovanni
Capurro, Giuseppe Capaldo, Aniello Califano e Vincenzo Valente.
Come
dire l’aristocrazia del nostro canto e della nostra poesia.
Parole
affettuose sono dedicate ad Ernesto Murolo che “ama la masseria che odora di latte e di fieno” e che “s’incammina
per contrade e casali in cerca della purezza, della naturalezza della campagnola
ch’è fiore di campo, e fiuta in cerca del sensuale amore idilliaco, pulito,
innocente”.
Salvatore
Cerino ci aiuta a comprendere Edoardo Nicolardi e ci invita ad inchinarci di
fronte a Mmiez’’o ggrano e Voce
‘e notte proponendoci i versi più significativi di questi autentici
capolavori.
Non
mancano doverose attestazioni di stima ed affetto per E.A.Mario, suo personale
amico, definito “il fenomeno della
letteratura napoletana di tutti i tempi, un fatto unico ed irripetibile”.
E.A.Mario,
il signor tutto della canzone napoletana: poeta, musicista, editore e, spesso,
esecutore delle sue cose.
Il
libro affascina il lettore che si trova a ripercorrere Via Duomo ed il Corso
Umberto nella carrozza aperta di cui si servivano don Liberato Bovio e suo
figlio Alduccio, sempre vestito da marinaretto, si trova a sbirciare tra le
signore dalle vesti scollate e con i cappelli adorni di fiori che passeggiano
per via Toledo nel tentativo di identificare quella Reginella che ha fatto
commuovere intere generazioni d’italiani.
E
poi Vincenzo Russo, Ferdinando Russo, Rocco Galdieri, Raffaele e Luisella
Viviani e, tanto per gradire, Salvatore di Giacomo al quale è conferito
l’onore di concludere l’opera.
Solo
160 pagine.
Ma
pagine da leggere con attenzione e da ricordare.
Scritte
più col cuore che con la penna, scritte sull’onda dei ricordi e rivivendo
momenti preziosi trascorsi in compagnia d’uomini semplici, dall’animo
gentile e dalla fertile fantasia che non avrebbero mai immaginato che sarebbero
stati accolti, con pieno diritto, nel ristretto circolo dei Miti.