COME NACQUE LA PASTORALE

“TU SCENDI DALLE STELLE”

di Renato Caserta

                                                                

 

Il concerto cosiddetto  'natalizio', tenuto a Napoli in Piazza Plebiscito ai primi di Dicembre e presentato anche in TV (canale 5), ebbe un trionfale avvio con brani dedicati alla festività cristiana, testi in inglese, tedesco e anche in latino (il classico Adeste Fideles). Mancava un altro classico, in italiano, e, perché no?, uno in napoletano. L'italiano, ovviamente, è Tu scendi dalle stelle, del napoletanissimo santo Alfonso de' Liguori, e quello nel dialetto di Napoli è Quanno nascette ninno che, nonostante le riserve di qualcuno, è certamente un testo dovuto al Liguori. Molti ascoltatori napoletani - al di là del clamore che si levava dalla piazza affollata di fan di un cantante locale ormai di fama internazionale - rimasero delusi per la mancanza della Pastorale alfonsiana, ma la potettero ascoltare a metà spettacolo, affidata ad una brava solista. Un po' di delusione per questo cantuccio riservato a Sant'Alfonso? Forse è meglio così: è tanto fresca, delicata, commovente questa sorta di lauda primitiva, che meritava davvero una interpretazione intima, al di fuori della clamorosa apertura del concerto.

                Per tanti anni incontrastata regina delle festività natalizie, negli ultimi tempi la canzoncina Tu scendi dalle stelle è pressoché rimasta emarginata di fronte all'avanzata della nordica Stille Nacht o dell'inglese White Christmas, favorite soprattutto dalla diffusione attraverso i 'mass media'. E' un po’ quello che è avvenuto per il presepe, che cede un quasi dovunque il posto all'albero di Natale. Queste sostituzioni di simboli, queste modifiche di gusto, i nuovi aspetti della religiosità popolare sono stati  - e sono -  oggetti di studio e di interpretazioni diverse, da quelle antropologiche di varia ispirazione a quelle psicoanalitiche o sociologiche. Non c'è dubbio, comunque, che la religiosità, popolare e non, si alimenta anche del canto, della musica di ogni livello. Alfonso de' Liguori volle sfruttare per il suo apostolato anche questa via. Sebbene di nobile famiglia, come prete, vescovo o dottore fu sempre "uomo del popolo". Benedetto Croce, nei suoi Studi sulla vita religiosa a Napoli nel '700, lo ricorda come «autore di un grande numero di opere ascetiche, apologetiche, teologiche e morali, ancora oggi assai studiate tra i cattolici di tutti i Paesi». E aggiunge che «rimò canzonette spirituali anch'esse cantate dappertutto, tra le quali notissima quella del Natale: 'Tu scendi dalle stelle'». 

            A questo tema il de' Liguori aveva dedicato anche una lunga pastorale in napoletano; composizione che non è una versione in dialetto di quella scritta in italiano, ma una creazione del tutto nuova. Direi di più: alla concettuosità teologica che ispira la canzoncina in italiano, il testo  dialettale contrappone una liricità più immediata e immagini più efficaci. Il Croce, che pure aveva dedicato più volte la sua attenzione alla questione del dialetto, non accenna a questa  composizione in napoletano del de' Liguori. Approfondisce, invece, la canzoncina natalizia in  italiano e, a proposito della traduzione in spagnolo delle poesie del de' Liguori, apparse a Città del  Messico nel 1949, scriveva che, anche a mettervi tutta la buona volontà, nei versi di Alfonso non si  rinviene altro che «una sequela di frasi devote, non splendenti di coerenza né di concisione né di  proprietà, ritmati in metri e in rime perché più facilmente venissero ricordate e scorressero dalle ugole dei fanciulli, delle donne e dei popolani che il de' Liguori raccoglieva nelle sue 'cappelle serotine'. Canzoni che furono poi adattate ad altre adunate simili». Un giudizio sostanzialmente  negativo sul piano artistico viene espresso dal Croce anche per la più popolare di queste canzonette,  «che ci commosse e ci commuove, accompagnata dal suono delle cornamuse» a Natale e che  «talvolta anche oggi, se si riode in lontano per qualche istante, ci riporta alle sensazioni della nostra infanzia». Per Croce, insomma, il "molto simpatico santo napoletano", come lui definisce Alfonso de’ Liguori, aveva con le sue canzoncine solo finalità edificatorie. Indubbiamente, misurate alla luce dell’Estetica crociata, un simile giudizio si spiega, ma lo stesso Croce, nelle sue Conversazioni critiche, giustificava la poesia popolare come “poesia minore, ossia di minore complessità, con minori sottintesi e riferimenti spirituali” perché, aggiungeva, “gli autori di questi canti erano umile e povera gente che non potevano mettere nelle loro parole e nelle loro melodie cose più grandi delle loro anime”. E in verità Alfonso de' Liguori, principe, avvocato, scrittore, pittore, poeta, vescovo, teologo, non poteva essere individuato nell’umile e povera gente autrice di poesie popolari.

Come spiegare il silenzio di Benedetto Croce sulla pastorale in napoletano del de' Liguori? Non riesco a trovare una spiegazione, soprattutto pensando alla sua traduzione  in italiano del Cunto de li cunti di Giambattista Basile, ai suoi studi sulla letteratura dialettale e i costumi napoletani, con saggi su Giulio Cesare Cortese, Gabriele Fasano ed altri nonché le note su talune voci dialettali, come 'Farinello', 'scuietato', 'mozzarella'. Nelle Nuove pagine sparse in cui parla della traduzione in spagnolo delle poesie del Liguori, Croce scrive testualmente: "La raccolta delle sue canzonette non va facilmente per le mani, e sebbene se ne abbia una ristampa moderna, credo che sia anch'essa rara; e, comunque, a me la raccolta è nota nel volumetto: 'Viva Gesù e Maria. Canzoni spirituali del B. Alfonso Maria de Liguori, Vescovo di S. Agata de' Goti e Fondatore della Congregazione del SS. Redentore', Napoli, De Bonis, 1823).". Questa citata da Croce era la nuova edizione (la precedente era del 1816) delle canzonicine  e come la precedente si trova anche presso la Biblioteca nazionale di Napoli; ma mentre nell'edizione del l8l6 si trova Tu scendi dalle stelle e manca Quanno nascette Ninno, in quella citata da Croce si trovano le due canzoncine natalizie, e quella napoletana precede quella in italiano!

Si mette in dubbio la paternità alfonsiana della pastorale napoletana, e il musicologo Roberto De Simone si rifà addirittura a Virgilio e parla di anonimo popolare. Ma basta seguire lo sviluppo della canzoncina, che ha chiarissimi riferimenti biblici, come i Vangeli di Matteo e di Luca, il profeta Isaia e soprattutto la citazione di una località (Engaddi) del Cantico dei Cantici per fare escludere l’origine popolare del testo.

Come nacque Tu scendi dalle stelle? Lo racconta - in un volume del 1896, Lo Spirito di S. Alfonso - il redentorista padre Berruti: «Alfonso la compose in Missone, m casa di D. Michele Zambadelli, che gli dava ospitalità. Quando il cantico fa finito, D. Michele chiese il permesso di copiarlo, ma il Santo gli rispose che non poteva darglielo prima che fosse stampato, poi andò in Chiesa lasciando il cantico sulla tavola. D. Michele lo copiò segretamente e se lo mise in tasca. La sera, essendo il tempo di Natale, il Santo intonò il nuovo cantico dinanzi al popolo meravigliato e D. Michele l'ascoltava estatico, quando ad un tratto il cantore non ricordandosi più di alcuni versi, s'interrompe e dice al chierico accanto a lui: andate a chiedere a D. Michele la copia della canzoncina, l'ha in tasca". Nel ricevere questa ambasciata, D. Michele divenne rosso e stava per consegnare il foglio, ma già il Santo continuava il suo canto. Tornato a casa, disse scherzando a D. Michele, confuso e sconfitto, che gli avrebbe intentato un processo per furto di manoscritto...»

Nella grande storia della letteratura italiana del Vallardi, il Natali, autore del volume sul  Settecento, definisce le rime del Liguori "metastasiane". C'è chi ha parlato, in proposito, anche di  Dante, di Jacopone da Iodi; ma un recente biografo del santo, il redentorista francese Théodule Ray-Mermet, scrive polemicamente: “Per favore, niente paragoni con Dante o Metastasio, se vogliamo apprezzarlo. Ancora una volta è lui, semplicemente lui, un mistico che condivide gli slanci della sua fede e del suo amore con la gente più umile delle campagne e dei quartieri bassi”.

                Tra i grandi ammiratori della pastorale alfonsiana c’è il poeta e scrittore danese Jens Johannes Joergensen, convertitosi al cattolicesimo, che, ricordando a Betlemme Tu scendi dalle stelle, ascoltata anni prima in Italia, piangeva di commozione e ne esaltava in una bella pagina la forza lirica.

Sono quasi cinquanta le canzonette che il missionario delle gente semplice comporrà, parole e musica, nell'arco di mezzo secolo. Ed è singolare l'affinità di uno di questi testi  con i primi versi della famosa preghiera dell'opera  "Mosè"  di  Gioacchino Rossini. Il librettista, indicato come anonimo ma che era Andrea Tettola, è definito  - nella grande Storia della musica di Franco Abbiati -  «flaccido e verboso», e un giudizio altrettanto negativo si legge nella bella biografia che Riccardo Bacchelli ha dedicata a Rossini. L'opera andò in scena al "San Carlo" di Napoli nel 1818 ma il successo fu disturbato dall'incidente ridicolo della fine "quando  -scrive Bacchelli-  comparvero le schiene e le gambe degli scugnizzi che carponi sotto il tendone dipinto dovevano fare le onde e aprire il mar Rosso". Questo incidente che guastò tutto indusse probabilmente Rossini, per la ripresa napoletana dell'anno seguente, ad arricchire l'ultimo atto con la stupenda preghiera "Dal tuo stellato soglio", anche per distrarre gli spettatori dal laborioso ed imperfetto mutamento di scena. Ebbene, a parte la musica geniale di Rossini, il librettista prese chiaramente lo spunto per la preghiera da una lirica religiosa di Alfonso dedicata alla Madonna e che comincia così: "Dal tuo celeste trono - Maria rivolgi a noi - pietosa gli occhi tuoi - per una volta sol". Ovviamente nel "Mosè" non si poteva parlare di Maria e la preghiera è diretta a Dio, cominciando "Dal tuo stellato soglio / Signor, ti volgi a noi. /  Pietà dei figli tuoi / del popol tuo pietà". Ci sia stata o no, per i versi della preghiera  -che dopo le prime battute si differenzia dal testo alfonsino -  anche la mano di qualche altro librettista o dello stesso Rossini non si sa, ma forse il trionfo di quel brano è anche un po' un "miracolo" del Liguori. Come mai questo aspetto non è sottolineato da nessuno, a quel che ne so? Si spiega: gli autori delle grandi storie della musica non s'interessano, ovviamente, al Liguori e alle sue musiche popolari, peraltro difficilissime da trovare; a loro volta gli studiosi delle canzoncine di sant’Alfonso, compreso Benedetto Croce, non è detto che debbano conoscere le opere liriche di rara esecuzione. Del resto, Croce non capiva, non sentiva la musica (anche se molti musicologi sono stati illuminati dalla sua Estetica) e ignorava naturalmente il rossiniano “Mosè”.

L'acuto interprete dell'anima napoletana, il poeta Ferdinando Russo, in un articolo poco noto sul giornale Mezzogiorno in data 3 maggio 1921, scriveva tra l'altro: «L'umile e schivo Alfonso (...) non disdegnava di scrivere canzoncine anche in dialetto napoletano, per renderle più accessibili. Parlava così al cuore degli uomini col linguaggio umile del suo candido cuore». Ed aggiungeva: «Non è chi non ricordi le bellissima composizione che è pur la prima, scritta in dialetto, a quel tempo, e nel genere, e che acquista una singolare importanza di documento letterario e mistico, per la purezza del linguaggio vernacolo e la spontaneità assai snella e vaga nell'espressione... Fu questo verseggiare umile e schietto di sant'Alfonso il primo contributo alla rinascita del nostro moderno dialetto, ed entra trionfalmente nella storia della canzone popolare».

                Un altro grande napoletano. Salvatore di Giacomo, additava le canzoncine alfonsiane come i suoi «libri di preghiera». Lo storico Fausto Nicolini, non troppo tenero con i Santi, scriveva su // Fuidoro nel 1955: «La figura di Alfonso resta sempre quella di un grande santo, alla cui indiscussa buona fede, operosità indefessa, ardore inesausto di carità e austerità di vita anche i diversamente opinanti non possono non guardare se non con rispettosa simpatia» (quella simpatia cui accennava Benedetto Croce). E un altro storico di scuola crociana, Gino Doria, nel volume sulle strade di

Napoli, una della quali intitolata al santo, si esprimeva così: «Non v'ha dubbio, e si pensi dei Santi checché si voglia, che Alfonso fu un uomo pieno d'umanità, di spirito di dottrina e, vogliamo pure aggiungere, di napoletanità. Intese la sua missione anche come poesia e son ben note, divenute popolarissime, le sue Canzoncine spirituali. E come sapientemente adoperava il nostro dialetto!»

Lo scrittore danese Joergensen, che abbiamo già ricordato, raccontava nel suo Libro d'Oltremare, pubblicato in Italia nel 1922, del suo viaggio a Betlemme «per celebrare con gli Orientali la santa notte». Era stato ad Assisi, dove aveva sentito cantare in casa di amici italiani il natalizio Tu scendi dalle stelle, e il suo pensiero tornava alla città francescana. Scriveva, ricordando Betlem, «Che silenzio è qui nella Grotta, qui presso la mangiatoia dove vengono ancora, dopo 19 secoli, le donne di Betlem a vedere il figlio di Maria. Tutte le fronti sono ancora piegate e tutti i labbri si muovono alla preghiera, ma senza alcun rumore; si ode soltanto lo schioppettio della fiamma dei ceri dell'Altare, il voltar che fa il prete della pagina del Messale... Ma tra questo silenzio ascolto (è un sogno o una realtà?), come cantata da un coro sopra la Chiesa e sopra il mio capo, la vecchia pastorale italiana, col suo dolce suono di ciaramelle... Ora quel canto ritorna, attraversando il mare, nel mio oscuro cantuccio ed io mi chino e sento delle lacrime sui cigli». Ed aggiunge: «Continuo ad udire il canto, strofa a strofa... e gli ultimi versi di una melodia così dolcemente penetrante, di una tenerezza quasi crudele, riecheggiano ancora. E non so più nulla. M'ingolfo negli abissi del cuore... Tu piangi non per duol, ma per amore...»

                Betlem, la «fiamma dei cieli», «alcun rumore», «le mistiche penembre». Oggi , tanti anni dopo, questa atmosfera può essere ricreata come l'avvertiva Joergensen, dopo la contaminazione del Santuario avvenuta in un clima di guerra? E' la speranza che alimenta i cuori in questi giorni delle feste di Natale.

Renato Caserta

    napoliontheroad          napoliontheroad          napoliontheroad