Il 2 febbraio 2002 si è tenuto un convegno sull’attività dell’
Emeroteca della Biblioteca Tucci di Napoli, dal cui spunto sono partite
numerose indagini aventi come oggetto d’osservazione la biblioteca stessa
ed un suo grande collaboratore: Giustino Fortunato. Alla ricerca ed al
convegno stesso hanno preso parte numerose personalità di spicco della
società partenopea oltre che studiosi ed attenti osservatori di tutto ciò
che concerne il nostro patrimonio artistico e culturale. Tra i molti nomi:
Salvatore Maffei, Antonio Mazzone, Ermanno Corsi, Salvatore Blasi, Antonio
Sarubbi, Adriana Buffardi e Gerardo Bianco, nominati in ordine di
apparizione durante il convegno stesso durante il quale non poche parole
incoraggianti e positive sono state spese sulla figura di Giustino Fortunato
e la sua fiorente attività culturale e politica.
Una breve e convincente storia sulle origini dell’emeroteca apre un testo
leggero e pieno di spunti positivi, ideato a coronamento di un progetto e
disposto a farsi conoscere anche oltre gli spazi più o meno angusti in cui
è nato. “ La prima organizzazione giornalistica napoletana nacque nel
1907 in un ammezzato di Via Monteoliveto con il nome di Sindacato
Corrispondenti.(…) L’anno successivo la Direzione postale concesse
l’uso di un locale attiguo al telegrafo, con tavoli per la redazione degli
articoli ed armadi per la custodia delle prime raccolte di riviste e
giornali.(…) Tra i fondatori del Sindacato, Vincenzo Tucci, corrispondente
del “Giornale di Sicilia”, fu quello che diede il maggior impulso alla
sviluppo dell’emeroteca, riuscendo ad ottenere nel 1917 dalle Poste una
sede più ampia nei saloni che erano stati degli Orsini e anche librerie e
sostegni finanziari; dai maggiori artisti del tempo ventidue grandi
dipinti…”. Si aggiunsero successivamente, a finanziare il progetto, il
Ministero della Pubblica Istruzione, l’Amministrazione Provinciale, il
Comune, la Camera di Commercio ed il Banco di Napoli di cui attualmente
resistono solo gli ultimi due enti. Tutt’ora l’attività della Tucci
comprende l’organizzazione di dibattiti e mostre monotematiche, la
pubblicazione di libri, atti e cataloghi, la partecipazione alla maggiori
manifestazioni editoriali nazionali ed internazionali con selezione di
periodici italiani, francesi, inglesi e tedeschi del’ 600,’ 700,’ 800
nonché di libri del’ 500 e del’ 600. Ma il contributo
maggiore dato dalla struttura stessa è la conservazione e la consultazione
di testi rari o del tutto assenti nell’ampio panorama culturale italiano.
Basta pensare che l’emeroteca possiede oltre ottomila collezioni di
quotidiani, riviste, annuari, almanacchi, e strenne italiani, francesi,
inglesi, tedeschi, austriaci, neozelandesi, russi, spagnoli, statunitensi,
sudamericani, scandinavi. Sono circa centocinquantamila volumi che coprono
un arco di sei secoli. Degli ottomila titoli più di duemila mancano alle
altre biblioteche della Campania e duecento non sono posseduti da alcuna
biblioteca pubblica italiana o straniera. Un patrimonio enorme e
fondamentale, dunque, che necessita di essere salvaguardato e gestito in
modo adeguato da permettere ancora la consultabilità per testi importanti e
rari ed a cui accedono tutt’ora ricercatori provenienti dalle più
disparate università del mondo: Tokio e Varsavia, Berna e Francoforte,
Treviri e Bamberg, Caracas e Madrid, Londra e Parigi, Connecticut, Indiana,
Nevada.
Ad aprire la riunione Salvatore Maffei, presidente dell’Emeroteca-
Biblioteca Tucci, che, oltre agli onori di casa, concentra la sua attenzione
sulla mostra preparata proprio in concomitanza al convegno stesso e nella
quale appaiono una sessantina di giornali della Basilica, dal 1860 al 1970,
tra cui le prime pagine del “L’Ordine”, “Azione Proletaria”, “Il
Ribelle”, “Il Popolo Lucano”, “Il Lavoratore” ed altri. Sul testo,
edito alla fine della riunione e contenente tutti gli atti della stessa, è
dedicata un’ ampia parte finale alla mostra suddetta, non potendo mancare
una testimonianza così viva dell’essenzialità e della persistenza
dell’ente stesso.
A prendere la parola è poi Antonio Mazzone, Consigliere d’
amministrazione delle Poste Italiane, che introduce per la prima volta
Eugenio De Bellis come donatore delle lettere inedite di Giustino Fortunato
per la Biblioteca stessa. Seguirà un non più lungo intervento di Ermanno
Corsi, Presidente dell’Ordine dei giornalisti della Campania, che,
prendendo spunto dall’attualità e l’attività del grande pensatore
meridionalista, propone, al presente momento di dispersione della cultura
meridionale, un necessario risveglio ed un ritorno a tematiche incentrate
sulla questione del Sud come questione centrale del nostro paese.
Immediatamente dopo la parola passa a Salvatore Blasi, Assessore alla
cultura della Regione Basilicata, che di diritto entra dentro le scelte che
hanno accompagnato la pubblicazione di tali lettere, la difficile decisione
che ha portato alla pubblicazione delle più intense e significative, in un
panorama che ne presenta circa cinquemila, se si considerano anche le
risposte dei corrispondenti, e che non possono che sottolineare l’ intensa
attività di Fortunato, la forte partecipazione alla vita del Paese negli
anni che seguirono la sua uscita dalla Camera dei Deputati (cioè dopo una
forte sfiducia nei confronti della politica che non permise però di
lasciarlo demordere da un’ attiva e continua partecipazione agli eventi
italiani). Gli interventi successivi di Antonio Sarubbi, Ordinario di storia
delle dottrine politiche, e di Gerardo Bianco, Presidente
dell’Associazione Nazionale per gli Interessi del Mezzogiorno, non sono
altro che un’attenta indagine sull’attività di scrittore, di uomo di
cultura, vicino agli uomini che contavano ai primi del secolo scorso in un
panorama ampio e variegato. Fortunato studiò con attenzione la storia delle
sue terre, fu affascinato dalla loro complessità, si battè per dargli
quella dignità che meritavano ampiamente, ne mise in risalto le vere
sofferenze, la concreta povertà morale in tempi in cui ancora non si era
coscienti fino in fondo dell’abisso che si stava aprendo al centro
dell’Italia e che la stava inevitabilmente dividendo in due parti
difficilmente ricollegabili. Fu tra i primi ad avvertire il pericolo del
Brigantaggio, gli effetti negativi di ripetute politiche sbagliate, il
bisogno di mettere ordine e di ristudiare daccapo dei piani di lavorazione
che ne incentivassero la produttività, per avviare un’economia gestita
per troppo tempo da interessi individualistici. Interventi, articoli, saggi,
libri veri e propri furono il mezzo utilizzato da Giustino per proporre le
sue idee, per mettere in guardia, per dare speranza a future risoluzioni.
Allo studio dei problemi economici e sociali, affiancò intorno al 1882-85
numerose ricerche storiche in nome della conoscenza che apre le menti e che
dà spunti per sempre nuove soluzioni ai problemi attuali. I momenti più
alti della sua oratoria civile coincisero con i fatti più importanti e
decisivi della vita pubblica italiana e ne sono da esempio la fine del
disegno ambizioso di Crispi di imporre il protettorato italiano
sull’Abissinia, o l’appoggio dato alla politica del Di Rudinì. Si
prodigò inoltre su vari problemi che affliggevano l’Italia tutta: da
quelli di politica estera a quelli di scelte logistiche incentrate sulla
divisione dei poteri o su un loro accentramento che non prevedesse alcun
decentramento e divisione di potere.
Già nel 1996, a settant’anni dalla morte di Giovanni Amendola,
l’Emeroteca Tucci ebbe il merito di organizzare con la Soprintendenza
Archivistica della Campania un dibattito su “Giovanni Amendola. Una vita
per la democrazia”. Ora, alla ricorrenza del settantesimo anno dalla morte
di Giustino Fortunato, è anch’esso festeggiato nel modo più appropriato
per un grande intelletto e per il suo notevole contributo alla causa
meridionale ed italiana.
Il convegno ed il testo edito dallo stesso si chiude con l’intervento di
Adriana Beffardi, Assessore alla cultura della Regione Campania, e con
alcune note di profonda sensibilità per completare il quadro di un uomo,
disposto a dedicare la sua vita tutta per la causa italiana, ma prima di
tutto uomo comune soggetto a soffrire dei suoi fallimenti, degli inutili
sforzi che lo allontanarono sempre più dalla prima fila in cui si era
posizionato per combattere le sue numerose battaglie. “Ho 62 anni, ho
sessantaquattro anni, ho 71 anni” dice Giustino parlando di se stesso,
della vecchiaia incombente e della stanchezza giustificata che lo colpiva
dopo tanti anni di duro lavoro.