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La nuova stagione del San Carlo
a cura di Annarita Cardaropoli
Il
più antico teatro d’Europa, costruito per volontà di Carlo di
Borbone nel 1737, è pronto ad inaugurare la sua nuova stagione con
una serie di spettacoli e di nomi di spicco del settore. Ma il
nostro teatro cela una storia lunga e profonda, avendo conosciuto di
fatto momenti di gloria ed altri di abbandono, grandi cambiamenti in
un’area di profonda immobilità che lo percorre da ogni parte. Al
san Carlo, più che altrove infatti, sembra che il tempo si sia
fermato a causa delle molte scelte dirigenziali inerenti la
tipologia di spettacoli ed il loro allestimento difficilmente
innovative e, soprattutto, per l’età media delle persone che lo
frequentano. Gli anziani sono qui preponderanti più che altrove;
pochi quarantenni, molti soci del circolo Italia o di quello Savoia,
i luoghi elitari della borghesia professionale consolidata o
emergente, occupando circa il 70% dei posti messi a disposizione tra
i cinque turni di opera e balletto ed i due sinfonici.
Sicuramente
un risultato più soddisfacente che in altre città come Firenze,
Genova e Bologna che contano maggiori assenze, anche se il nostro
pubblico mostra più nostalgia per l’identità perduta del vecchio
teatro di cantanti, della coppia Callas-Corelli, di Tebaldi, del
Monaco, alla ricerca di una identità rimasta nei lontani anni
Sessanta Settanta, che attenzione al mutare dei gusti e delle
esigenze.
Le
problematiche con cui deve continuamente scontrarsi l’ente lirico
infatti non sono solo di adattamento e di risposta positiva alle
esigenze del pubblico ma, soprattutto ed inevitabilmente, di ricerca
cauta e misurata di nuove strade che rispettino la modernità dei
tempi a cui il pubblico napoletano non è stato mai istruito. La
carenza culturale, il deficit che apre un baratro incolmabile alla
comprensione delle nuove forme espressive, rivive in continuo il suo
difficile adattamento ed il dramma futuro a cui va incontro una
struttura senza giovani, i fruitori che verranno.
Quest’anno
sembra che la situazione sia cambiata, procedendo un passo dopo
l’altro verso la meta, e cominciando dal cartellone che vede in
scena, all’apertura del 3 dicembre, l’Elektra di Richard Strass
affidata per le scene ed i costumi
alla firma del tedesco Anselm Kiefer, uno degli artisti
contemporanei più arditi e quotati. Non che siano mancati negli
anni precedenti nomi di artisti contemporanei alle realizzazioni
sceniche sancarlesi: Mimmo Paladino, Arnoldo Pomodoro, Valerio Adami,
David Hockey hanno riempito le tante Boheme, i Faust ed i Trovatori
di curiosità intriganti e di scene originali, ma per la stagione
2003-2004 ci si aspetta molto di più.
L’atto
unico dell’Elektra, su libretto di Hugo von Hofmannsthal, vive
sullo sfondo di uno scenario d’archeologia del futuro in un’ora
e dieci minuti di tensione alimentata dall’espressività musicale
violenta fino alla deformazione, dal ritmo martellante e
sovreccitato del testo, dall’angosciante desolazione allucinante
della quinta scenica e dalla rigidità dei costumi. Il pubblico sarà
pervaso da un’architettura a gradoni, squadrata, su tre piani,
ingombra di detriti e macerie. Cieca e sorda quasi come un cimitero,
la scena è fatta utilizzando i materiali della nostra modernità
cittadina e quotidiana cominciando con i container e finendo con il
cemento grigio che ci avvolge dappertutto. Non è certo una novità
per l’autore stesso noto a tutti proprio per le dimensioni
monumentali delle sue opere, oltre che per la loro intrinseca
drammaticità, susseguente la ricerca di un’estetica
nazional-socialista ed una perduta identità nazionale.
Solo
in quest’atmosfera e con queste premesse l’Elettra è gettata
sulla scena con tutta la violenza delle passioni che la
caratterizzano, ridotta ad una condizione di animale rabbioso, con
la tunica nera cosparsa di cenere e terra, gemendo incontro alla
propria fine. Clitennestra, d’altro canto, si aggira insonne e
coperta di amuleti, le dita bloccate dagli anelli, il corpo
ingabbiato nel costume di gesso segnato da solchi e spaccature,
decorato da frammenti di specchio taglienti.
Anche
l’Elektra tragica ha subito numerose modifiche nel corso della
storia della tragedia stessa. Il mito della vendicatrice figlia di
Agamennone arriva fino a noi, con adattamenti molteplici, passando
in mani diverse fino all’esasperazione realizzata dall’autore
tedesco. Da Sofocle agli adattamenti umanistici per una tra le
tragedie più difficili e profonde, realizzata in tre settimane, e
messa in scena giusto 100 anni fa, un venerdì di novembre del 1903
presso il Kleines Theater di Berlino. Il successo strepitoso che
ebbe allora, circa 22 teatri si assicurarono i diritti di
rappresentazione dopo una settimana, fu sancito inoltre dalla
collaborazione efficace che si creò tra il poeta ed il musicista
Strass: fu realizzato un grande capolavoro, attualissimo per tema e
modalità di trattazione, che non ebbe seguito.
Le
serate operistiche dello storico teatro continueranno con il
Trovatore, il Faust, l’Idomeneo, la Boheme, il Turco in Italia e
Garibaldi.
I
concerti e la musica da camera avrà inizio a febbraio con la
Statira, Principessa di Persia, un’opera rarissima di Francesco
Cavalli, che vuole recuperare uno spicchio di storia del teatro
napoletano intriso d’oriente, come allora doveva sembrare ancora
la Venezia monteverdiana, misteriosa, zeppa d’intrighi, passioni,
gelosie, eroismi e gesti di liberale magnanimità; a seguire
l’Oratorio di Haydn La Creazione.
Anche
per i balletti sembra sia giunta una ventata di novità utile a
rivitalizzare l’accademismo di un repertorio trito e ritrito. Dopo
tanti Schiaccianoci natalizi, magiche Giselle, sulfurei Laghi dei
cigni e virtuosistici Don Chisciotte, sembra ci sia ancora da
proporre del nuovo, anche se solo nell’adattamento del repertorio
classico in aggiunta alle creazioni estemporanee di compagnie pronte
a tutto, tenendo inoltre in considerazione il fatto che, ogni pur
minima modifica alla creazione originale, resta comunque un modo di
magnificare l’arte del passato unendovi l’originalità che
spetta al presente.
La
direttrice Elisabetta Terabust, ex-etoile di fama internazionale e
già direttrice di scuole e compagnie, continua così, anche da noi,
ad allargare il repertorio con coreografie classiche-moderne meno
collaudate e meno note. Nonostante l’immobilità dilagante nel Sud
e che, tra gli anni ’70 ed ’80, ha destinato all’estinzione
numerose compagnie con l’idea antiquata di relegare i balletti per
troppo tempo esclusivamente a divertissement tra gli atti dei più
accreditati e graditi melodrammi, la Terabust si è collocata in
modo appropriato nella scia di mutamenti che, da una ventina
d’anni, stanno smovendo le acque torbide in cui il balletto era
stato relegato.
Oltre
ai tre balletti classici, troviamo infatti l’Arlesienne e
Mediterranea modernissimi, la partecipazione del coreografo russo
Dimitri Nikita, uno dei maggiori talenti dell’era Putin, la
creazione contemporanea dell’Orfeo ed Euridice di Karole Armitage
per uno svecchiamento del gusto ballettistico e per un balletto
postmoderno d’effetto.
Il
teatro è necessario che si collochi il più in fretta possibile nel
tempo proprio e che mantenga l’immagine giusta che la storia ed i
suoi artisti hanno contribuito a rendergli. Costruito 40 anni prima
della Scala e 50 prima della Fenice, continua a confrontarsi su un
piano alto con altri due colossi dello spettacolo teatrale
necessitando, non solo di restare a galla, ma di mantenersi
competitivo a tutti gli effetti. Quest’anno, vista l’apertura
delle rispettive sale a ridosso l’una dell’altra: il 3 dicembre
Napoli, il 7 Milano, il 14 Venezia, una Fenice completamente nuova
dopo l’incendio disastroso che l’ha costretta alla chiusura per
molti anni, l’impresa sembrerebbe molto più ardua, ma possibile
viste le modalità di preparazione e le strategie giuste intraprese
dagli addetti ai lavori. Ora non resta che sperare in un richiamo più
giovane, ogni anno che passa un po’ di più.
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