"Viaggio nelle terre del Sud"
 
con il testo "Le olive verdi" di  Giovanni Russo
                         
                                          di Annarita Cardaropoli                                             

 

                                                                         

        

Molti gli scenari dei racconti che compongono il testo di Russo, dalla calda campagna pugliese fino a Foggia passando per Matera, Lavello, Barile e gli spazi immutabili e senza tempo dell’interiorità umana. Alcuni racconti risultano infatti senza una reale dimensione spaziale, potrebbero trovarsi dappertutto, e nella loro tragicità esistenziale, nelle problematiche quotidiane, lo sono in effetti. Ma ciò che sorprende di più non è tanto la varietà e tipologia di ambientazioni, bensì gli spostamenti reali ed in atto dei personaggi che popolano i racconti. Quasi per una sorta di precarietà imminente, come se vivessero una specie di isolamento spazio- temporale, sono assegnati a diversi percorsi, stranieri ed indirettamente partecipi delle caratteristiche dei luoghi nei quali si trovano a vivere più o meno momentaneamente. E’un atteggiamento che resta tipico del viaggiatore, come lo è, d’altronde, l’autore stesso del testo: originario della Puglia, ma quasi sempre vissuto in Campania dove ha ricevuto numerosi riconoscimenti per i suoi libri, come per “Sud specchio d’Italia”con il premio Mezzogiorno fino a quest’ultimo, arrivato in finale in un altro rinomato premio nostrano.

La realtà meridionale emerge urgentemente nei comportamenti umani come nel “Lo sposalizio col padrone”dove, tradizioni secolari, continuano a regolare il funzionamento dell’attività sociale, economica e civile di un piccolo paese ancora soggetto al gioco del potere e della tirannia, ma anche nelle esperienze storiche della guerra in”Tappa a Matera” e nelle sentite superstizioni dell’antica società contadina in “La fattura” con le sue molteplici dimostrazioni di contagio e di terrore popolare. Ma il Sud è anche altro rispetto a tutto ciò che se ne dice, oltre le sue stesse aspettative e quelle di chi ne scrive. Trapela dal testo di Giovanni anche qualcosa che non pronuncia direttamente, che vuole lasciare intendere e qualcos’altro di cui non si è avveduto, forse una consapevolezza inconscia, un modo di essere tutto “nostro”. E’ visibile nella crudezza e rassegnazione de “Il tifo”, nella sensibilità neorealistica per gli ambienti familiari ed i rapporti umani, nello scambio di battute e la loro incisività ed immediatezza, nella forza per affrontare il reale, il segreto regalo delle piccole illusioni di cui la mente umana è maestra. Di grande impatto sicuramente “Lo specchio del Signor Fedoro” con le sue potenzialità di duplicazione umana, di doppia visione di se stessi, di concreto mezzo per “guardarsi dal di fuori”. Niente che non sia già stato detto ed affrontato dalla genialità pirandelliana, ma comunque analizzato profondamente attraverso l’ingegno dell’autore e gli occhi di un barbone, di un uomo fallito il cui ultimo sentito orgoglio finisce con l’essere riflesso sulla superficie e svanire per sempre con l’illusione di potercela fare ancora, di essere ancora in tempo, di riuscire a ricominciare di nuovo. Non è da trascurare infine “Le olive verdi”, racconto che da il titolo alla raccolta, anche se non a diritto. E’ la storia di un amore nato e morto con grande velocità, per scelta dei genitori della ragazza, assecondati senza eccessivi sforzi dalla stessa, almeno secondo gli occhi del protagonista. Lui stesso è personificazione dell’autore che sceglie di non conoscere i sentimenti della donna, di non andare oltre l’apparenza e la reale conoscenza umana. Niente onniscienza dunque, in nome di un realismo più vero, di un’autenticità di esperienze la cui presenza sorprende non poco in una società cresciuta all’ombra dell’illusione cinematografica, tutt’oggi nutrita dei sapori avariati delle finzioni televisive.

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