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Reportage di un’eruzione

a cura di Annarita
Cardaropoli
Dopo numerose mostre sulla
sconvolgente eruzione che nel 79 d. C. sommerse completamente
Ercolano e Pompei, si è giunti ora ad una nuova esposizione,
molto più ampia e dettagliata di tutte quelle che l’hanno
preceduta. A renderla così unica è l’enorme quantità di
ritrovati urbani e quotidiani di una vita sospesa a metà,
violentemente interrotta all’improvviso, come quella che colpì i
cittadini che abitavano le terre sotto il cratere nemico del
Vesuvio.
Una rarissima scultura policroma è
in mostra insieme a interi ambienti affrescati, mobili di tutte
le tipologie e grandezze, una culla, forzieri, molta oreficeria
intestata alle legittime proprietarie, che a lungo ha
contribuito ad alimentare la consapevolezza della ricchezza di
queste città, e poi un kit con gli strumenti di chirurgo, un
salvadanaio di legno, statue di notevole valore. Tra queste,
degne di nota, quelle di Hera e Amazzone ritrovate nella villa
dei Papiri ad Ercolano nel corso degli anni novanta e che solo
ora, grazie alla mostra organizzata presso il Museo Archeologico
di Napoli, sono riuscite ad avere il risalto che meritavano. Tra
le cinquanta sculture in bronzo e le ventuno in marmo prelevate
dalla stessa villa nel settecento, sono infatti le sole ad
aprire la mostra stessa. Il marmo enorme di Hera, troneggia
allora, nell’effetto che fa colpendo l’osservatore che, solo ad
uno sguardo più attento, si avvede della fattura piuttosto
grossolana della statua, specie delle vesti, con quel peplo che
cade pesante su di un lato del corpo. Da vicino è però possibile
vedere ancora il colore rimasto, rosso porpora sulla base, blu
acceso per sottolineare l’orlo dell’himation, che ha del
sorprendente. La testa, staccata dal corpo durante gli eventi
che accaddero, ha anch’essa una sua profonda proporzione come
quella dell’amazzone, di cui ci resta solo il capo. Si
presuppone facesse parte di una statua posizionata su una delle
terrazze della villa che si affacciava sul mare, ed è di una
bellezza assoluta: nella simmetria delle parti che determinano
le labbra carnose, il naso allungato, gli occhi a mandorla.
Dopo l’evento di Ercolano, molti
tra i nobili cercarono rifugio nelle ville che non erano
crollate sotto il peso dei cumuli di pomici. Fu così per quella
di Poppea e per molti che, come lei, trovarono scampo vano nella
villa vicina di Lucius Crassius Tertius. Ma la notte del 24
agosto non risparmiò nessuno, neanche coloro che si erano
salvati al pomeriggio d’inferno. La nube ardente che colpì
Ercolano piombò dappertutto nel circondario. La gente fuggì con
tutto l’ oro che poteva portare con se, che accumulò in borse da
viaggio ma che non salvò, come la propria stessa vita.
Gli ori di Oplontis sono di grande
fattura e quantità: diademi, orecchini di ogni forma e
ricchezza, pesanti bracciali, collane con ricchi amuleti e
lunghe catene, ori, smeraldi, perle, gemme. Non deve allora
sorprendere la scoperta di una cassaforte elaboratissima, con
lavorazioni su ferro di grande maestria e raffinatezza degne di
un’ importante scuola come quella di un certo Eraclide, ma
trovata perfettamente chiusa quasi che, anche nel momento
estremo, il proprietario si fosse preso la briga di chiuderla
per bene.
Altra ricchezza, ma sottoforma di
bene immobiliare, la casa così detta del bracciale d’oro, tra le
più grandi e belle di Pompei. Fatta a tre livelli digradanti,
aveva sale di rappresentanza, ampie terrazze, bagni privati, un
giardino al piano inferiore. Possedeva inoltre triclini decorati
all’ultima moda, decorazioni parietali pregiatissime anche per
gli spazi esterni. In giardino è stato infatti ritrovato uno tra
i migliori affreschi rinvenuti a Pompei, valorizzato dal terzo
stile e pieno di simboli, ornamenti ed un trionfo di fantasie.
Anche questo è in mostra, del tutto restaurato, dopo un’opera
lunga e minuziosa per rimettere insieme una moltitudine di
frammenti. E’ possibile vederlo nelle sue assolute qualità:
caratterizzato da fiori, grappoli d’uva, melograni tra i quali
si ritrovano a ballare satiri e sileni, associandosi così molto
bene a quelle che dovevano essere state le colorazioni, le
fragranze e le atmosfere del giardino stesso in cui era stato
trasferito, a discapito di ciò che ritenevano i proprietari
stessi della villa, più confacente al gusto dell’epoca.
Ma la tragedia colpì anche la
periferia sud di Pompei ed, in particolare, uno dei borghi
residenziali e commerciali che allora sorgevano a poca distanza
dalle grandi città e, molto utilizzati, per la loro maggiore
comodità data per chi soleva viaggiare e spostarsi
frequentemente. Li sorgeva una sorta di Grand Hotel, chiamato
Moregine, con stanze lussuose e terme. In un caseggiato nei
dintorni si consumò il dramma di un’intera famiglia, ritrovata
al momento dell’ultimo abbraccio, travolti dal crollo del piano
superiore dell’edificio in cui vivevano.

Così la morte colse tutti, ognuno
intento a salvare del suo: una fanciulla bloccata al momento in
cui tentava di calarsi da un balcone del secondo piano mentre,
l’intera famiglia, arrancava a fatica tra le pomici del viottolo
di casa, un ladro che si attardava a saccheggiare i beni
abbandonati nelle case, mentre una donna cercava di portare con
se tutta la sua parure, è poi possibile vedere tutt’ora un uomo,
ripreso nell’atto del fuggire, dopo esser riuscito ad aprirsi un
varco a fatica nella muratura, mentre un altro è ancora intento
al lavoro, armato di zappa e piccone, un uomo, ancora, bloccato
in casa con in mano le statue dei suoi Lari ed una fanciulla, a
porta Nola, intenta ad abbracciare la statuetta in argento della
dea Iside.
Corpi, oggetti, storie, la mostra
ordina il tutto: miserie e ricchezze, gruzzoli di monete e
gioielli, argenterie e chiavi di casa, lanterne e lucerne, dato
che la nube aveva reso buio il giorno. Ogni cosa è ordinata e
raccontata in mastodontiche vetrine in ferro sghembe, come
specchio di una città allo sfascio, espressione di una civiltà
giunta oramai alla fine.
Documentata dettagliatamente anche
la tragedia ercolianense scoperta negli anni ottanta. Sono circa
300 gli scheletri ritrovati nei dodici ricoveri per barche
scavati nella scogliera, ipotetico rifugio per la furia degli
eventi e che hanno fatto cambiare le ipotesi precedentemente
denunciate. Fino ad allora, si era infatti creduto che quasi
tutti gli Ercolanesi fossero riusciti a mettersi in salvo,
magari imbarcandosi o scappando verso Neapolis, perché erano
state ritrovate poche vittime nella città. Per tutta la giornata
del 24 agosto di quel fatidico anno, Ercolano era stata
risparmiata dalla pioggia di pomici e lapilli abbattutasi invece
su Pompei. Ma, durante la notte, il vulcano non aveva smesso di
eruttare e, del surge mortale che era seguito, nessuno uscì
vivo. Raggiungendo quasi una temperatura di 500°, il vapore
ricoprì le case fino alla spiaggia dove gli uomini e le donne
morirono all’istante, le loro carni furono vaporizzate,
trasformandosi così in un calco di scheletri ammassati e colti
nel momento stesso della morte. In mostra ossa e denti bruciati,
mani e piedi contratti nella tipica reazione umana al caldo
estremo, una barca, ultima speranza di fuga, ora relitto posto
ai piedi della scalinata del museo come se fosse ancora
placidamente ancorata alla riva della spiaggia.
“Pompei, storie di un’eruzione” è
in mostra dal 20 marzo e vi resterà, nei salotti del Museo
Archeologico di Napoli, fino al 31 Agosto 2003.
“Sarà occasione - spiega il
Soprintendente dell’area vesuviana Piero Guzzo - per
ripercorrere ricerche e scoperte degli ultimi anni praticamente
inedite. Ma anche per correggere qualche errore prospettico che
falsa la comprensione di Pompei. La straordinaria ricchezza dei
ritrovamenti rischia di dilatare il rilievo che questa città
sepolta realmente occupava nel panorama del mondo romano. Pompei
era un centro urbano e commerciale di secondaria importanza, una
colonia che non ha mai espresso un proprio senatore. Gli studi
antropologici sulle ossa, il dna, le dentature non evocano
figure di ricchi possidenti ma di una massa di contadini,
artigiani, liberti”. Sicuramente grande era la distanza con il
gusto e le ambizioni della capitale dei Cesari, ma quale città
avrebbe potuto reggere a confronto con la Roma imperiale? E’
giusto allora portare più a misura d’uomo considerazioni errate
che il tempo ha ingigantito, ma davanti alla sofferenza umana e
all’imbattibile potenza degli eventi della natura, cosa deve
maggiormente farci riflettere? La ricchezza perduta e trovata
sepolta o la storia di una tra le tragedie più grandi di tutta
l’umanità?
Ultima ben fatta ricostruzione
quella del triclinio di Moregine, con le banchine dei giacigli
in muratura, le vaschette da cui zampillava l’acqua davanti il
cilindro decorato della mensa, grandi affreschi con Nerone
ritratto come Apollo, la moglie Poppea e la madre Agrippina
immortalate come Muse. Ma come sempre, accanto alla vita dei più
fortunati, continuava imperterrita quella della gente comune:
così il calco di una madre con il suo bambino in braccio,
un’altra con il feto nel ventre, un uomo con il braccio alzato
quasi volesse schivare l’arrivo della morte, di una morte che
non salvò nessuno e non fece distinzione alcuna tra chi era
ricco e chi era povero, chi era felice e chi viveva tra grandi
sofferenze.
La mostra è visitabile tutti i
giorni, ad esclusione del Martedì, dalle 9:00 alle 20:00, orario
continuato. Per prenotazioni contattare il numero telefonico:
849800288 per i gruppi, e lo: 081/ 7410067 per le scuole.
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