UNA MOSTRA TRA PASSATO E PRESENTE

A cura di Annarita Cardaropoli 

“Nike. Il gioco e la Vittoria” è il titolo della mostra aperta fino al 7 gennaio 2004 all’interno del Colosseo a Roma e dedicata al tema dei giochi dell’antichità. Curata da Adriano La Regina e accompagnata da un catalogo Electra, la rassegna ospita una settantina di opere tra sculture, mosaici, vasi e oggetti vari che documentano gli aspetti più rilevanti dell’agonismo greco-romano. Partendo dalle origini delle Olimpiadi e proseguendo attraverso le differenti specialità sportive con le singolari caratteristiche d’allenamento, si arriva allo sviluppo della gara stessa, la cui unica realtà comune per tutti gli sport è costituita, prima di tutto, dalla volontà di vincere.

Tra i pezzi più prestigiosi spiccano sicuramente i Corridori di Ercolano, prestati dal Museo Archeologico di Napoli ed i Lottatori di Ostia, per la prima volta presentati al pubblico. Non è infatti una novità che, per temi così importanti ed unificanti, sforzi disparati conguaglino insieme per  realizzare una collaborazione fruttuosa.

Tra i tanti scritti storici che hanno contribuito a diffondere la conoscenza della continua pratica che ne veniva fatta nell’antichità classica, spicca su tutti la descrizione omerica di alcune gare. In più di seicento versi, l’autore si sofferma su molteplici particolari e su numerosi dettagli tecnici inerenti imprese sportive e la loro spettacolarità. Apprendiamo allora tattiche e combines, si partecipa a emozionanti colpi di scena, alla gioia dei vincitori ed ai reclami degli sconfitti, alle discussioni e alle liti tra il pubblico, alle distribuzioni dei premi ed alla nascita di un notevole quantitativo di carmi  d’elogio composti per i vincitori vista, secondo l’attitudine estetica della mente greca, una comune d’intenti tra la fisicità dell’evento agonistico e le tensioni intellettuali dell’arte.

Ma, percorrendo la storia degli agoni, è possibile capire l’importanza stessa affidata allo sport a prescindere dalla gara come fine ultimo. Gli sport personali erano infatti praticati nelle palestre e, a Roma, nel Campo Marzio fra il Campidoglio ed il Tevere. C’era dunque l’equitazione, la pallavolo, la pallacanestro, mentre si attesta con certezza che il regby e la lotta fossero praticati anche dalle donne; per il nuoto venivano utilizzati i fiumi, in campagna ci si dedicava alla caccia di lupi, orsi, lepri ma anche uccelli con tecniche molto diverse.

Ogni epoca ha attribuito all’attività sportiva ed agonistica significati diversi che, come uno specchio, in qualche modo la caratterizzavano. Da sfogo generazionale a, più spesso, elemento di congiunzione tra le stesse classi sociali, tutt’ora il nostro secolo ne è saturo, lo si vede anche nella moda, quasi a voler ribadire l’amore per lo sport come un diritto all’affermazione personale e collettiva, garantendo esso stesso, con le sue regole, quella continuità che ci porta lontano dalle problematiche storico-socili presenti e ci da l’illusione di poterle cancellare.

E l’illusione di essere estranei al tempo è forte anche all’ingresso stesso della grande esposizione. Raggiunti gli ambulatori del secondo ordine di arcate del Colosseo, si è letteralmente sommersi da un trionfo di colori sui quali si stagliano le silhouettes degli antichi atleti in gara. Dopo tante mostre sull’argomento, che hanno riempito ogni pur piccolo museo di pochi e spesso insignificanti pezzi, era giunta finalmente l’ora di rifarsi un pochino gli occhi, oltre al necessario amore per la cultura e per una conoscenza realistica di come si gareggiava, il significato per cui le gare ebbero inizio ed il ruolo dell’agone nel mondo di allora. Si è così seppelliti da carteggi, vasi dipinti in cui Nike attende l’esito della gara con la corona in mano o già premia il vincitore, statue di atleti erette alla loro vittoria, tornite e forti nei loro corpi tesi e perfetti, e poi le copie romane del Discobolo e Cinisco, il Doriforo e Diadumeno, il Pugile delle Terme colto nell’attimo di riposarsi all’interno del suo ring.

Non è una novità di fatto il ruolo determinante degli artisti per l’immortalità stessa dei vincitori. Con il Rinascimento continua il culto dello sport, anche se smorzato enormemente da numerosi secoli in cui il corpo non era stato più centro catalizzatore dell’attenzione umana. Si trova così memoria dello sport nelle testimonianze figurative inerenti la caccia, i giochi, tornei, diporti riscontrabili nei codici miniati a soggetto cavalleresco, oppure sulle pareti di dimore signorili come il Palazzo Schifanoia a Ferrara e Palazzo Borromeo a Milano. Tra i giochi risulta presente una sorta di baseball, quello del civettino, la caccia in laguna a Venezia, le bocce. Dopo una fase barocca, durante la quale si prediligeva maggiormente ritrarre giochi mitologici in cui erano impegnati dei e semidei intenti a sfidarsi in gare agguerrite, nel settecento fanno capolino nei quadri le prime racchette da tennis e, solo nell’ottocento, irruppe definitivamente lo sport rappresentato sotto tutte le sue forme più comuni ed amate, anche se ancora praticato solo dalle classi agiate.

Ma, oltre la rappresentatività, lo sport mantiene una grande capacità di catapultare l’attenzione di critici, giornalisti, studiosi e sociologi, psicologi e scienziati intenti a rincorre il mercato del dopping per cercare di contrastarlo efficacemente, di appassionati di tutte le specialità, in una crescita costante del mercato che produce continuamente nuovi sport, spesso sempre più estremi, ed altri che vanno a sommarsi a quelli già presenti alle Olimpiadi.

Ad essere assorbiti completamente dall’attività fisica in esposizione sono anche gli spettatori della mostra che continuano, numerosi, ad affollare le sale allestite, per l’occasione, nel luogo che la storia ha reso noto proprio per il ruolo determinante concesso all’agonismo dei partecipanti. Rivivere lo sport dove fu immortalato e resa tangibile la sua faccia più reale ed estrema, fa ancora una certa impressione ed, allo stesso tempo, avvalora la ben nota consapevolezza dell’esistenza del lato oscuro celato oltre e dietro l’agonismo, oltre ogni presuponibile violenza fuori e dentro tutti gli stadi del mondo.

Lo sport resta infatti, prima di tutto, un giro d’affari dei più lucrosi, è la zona in cui si giocano continue battaglie per il prestigio e per la produzione di consenso; è così importante da necessitare di essere globalizzato, ma così vario da non poter essere diviso.

I media riescono quotidianamente ad impossessarsene ed a piegarlo ai propri imperativi, a cominciare dalla televisione, dove i diritti di trasmissione sono costosissimi nei paesi ricchi e vengono venduti agli altri paesi, meno fortunati, secondo logiche non proprio generose.

Lo sport, inoltre, resta occasione di conflitto e di violenza, attira gli arrampicatori sociali e, non solo quelli che vogliono far presto soldi e fama, ma anche coloro che desiderano cambiare possibilità di vita oltre quelle concesse dalla propria nazione di appartenenza; vive ancora enormi contraddizioni come la presente e netta separazione tra sport ricchi quali il tennis ed il golf ed più popolari quali il calcio e l’atletica, sente concretamente il sostituirsi di nuove specialità al lento spegnersi di altre discipline, la boxe, o la fine dell’epoca migliore del  ciclismo, dell’atletica e del baseball.

Da un secolo a questa parte, inoltre, il basket americano, quasi esclusivamente nero, produce personaggi dalla carriera e fama da divi della musica mentre, nei paesi occidentali, imperversa l’automobilismo ed il motociclismo come gara e spettacolo insieme in cui il mezzo diviene nuovo feticcio da idolatrare.

La globalizzazione ci rende tutti più simili e vicini, accosta gli obiettivi ed accomuna le modalità di potere. Lo sport, in questo frangente, ha raggiunto un ruolo molto più determinante di quanto si sia mai potuto pensare, non avendo mai avuto, in tutta la sua storia, un ruolo così preponderante ed un’espansione così massiccia.Divenuta, infatti, un’industria affine a quella dello spettacolo, ne vive però molto più intensamente le contraddizioni di un’epoca i cui caratteri, decisamente nuovi, restano tuttavia impregnati di antiche logiche e remote illusioni. 

 

 

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