Presentato a Roma

    ACHILLE PIE’ VELOCE 

     di Stefano Benni

 

     Nota di Annarita Briganti

 

 

Prendiamo il nostro migliore Autore comico, quello citato da Daniel Pennac come suo modello italiano.

Prendiamo quest’Autore comico che continua a vendere con un libro di venti anni fa e a farsi rubare le battute dai ragazzini.

Prendiamo la luisona, il dolce che giace da tempo immemorabile dietro il vetro della pasticceria che, mangiata quando era ormai certa di averla scampata, si vendica regalando all’incauto mangiatore controindicazioni “organiche”.

Prendiamo quest’Autore e convinciamolo che non basta. Non bastano talento, fantasia, soldi e fama, quella faccia un po’ così e donne. Non bastano perché non è un intellettuale.

L’Autore in questione si convince di non essere abbastanza intellettuale e cerca forsennatamente di riscattarsi.

Scrive “Saltatempo”, ovviamente per Feltrinelli, autobiografia tenera e nostalgica per i tempi in cui, bambino, mangiava pane raffermo ma correva felice per gli Appenini bolognesi come Heidi.

Inizia a collaborare con “Repubblica” avendo pensato“ se lo fa Baricco vuol dire che è da intellettuali”.

Inizia corsi di scrittura creativa che realizza monologando in modo colto, deve aver pensato “se lo fa Baricco vuol dire che è da intellettuali”.

Inizia a presenziare a qualsiasi evento para letterario, totalizzando l’invidiabile primato di circa centocinquanta presentazioni dello stesso libro da Feltrinelli di Piazza dei Martiri, dove non possono rifiutarsi di accoglierlo per imposizione dell’omonima casa editrice.

Non pago, arricchisce il suo processo di trasformazione nell’Eco degli anni tremila con un libro dedicato alla malattia, all’emarginazione, alla società che, come ci ripetono sempre gli intellettuali, fa schifo.

“Achille pié veloce”, ovviamente per Feltrinelli, è apparentemente un libro alla Stefano Benni delle storie comiche.

Le prime pagine vedono uno strano essere, Ulisse, autore di un unico libro di racconti, che paga l’affitto lavorando in una scalcagnata casa editrice, il che lo costringe a convivere con le voci degli Autori degli scrittodattili, i manoscritti in attesa della pubblicazione o del macero.

Ulisse si addormenta sulle panchine, di notte, per una rara forma di insonnia, ama una bella mulatta senza permesso di soggiorno ma con un “sedere che parla”, usa l’autobus, fa una vita normale. In attesa della sua seconda opera, che si fa attendere un po’ troppo.

Il Benni intellettuale affianca Ulisse, comico nelle sue debolezze, a Achille, realmente debole.

Achille ha una malattia di quelle bastarde, non cammina e non parla, sbava, mangia solo frappé con la cannuccia, si esprime con la tastiera e lo schermo del pc.

Il Benni intellettuale è insaziabile. Affianca il comico Ulisse e il tragico Achille al cattivo Febo, aspirante politico, ovviamente di destra e massone, perché, come ci insegnano gli intellettuali, la società fa schifo e la colpa è tutta dei politici di destra e massoni.

Il mostruoso Achille, sottodotato di tutto fuorché di talento, contatta il normodotato Ulisse, che non riesce più a scrivere pur essendo definito scrittore, per farsi raccontare la vita che un handicappato bavoso malato non può conoscere.

Come nei poemi epici, non con lo stesso risultato, l’uno narrerà le gesta dell’altro e gliele consegnerà dopo aver perso la lotta contro i cattivi che rifuggono l’apparente mostruosità dell’handicap.

L’esperimento di Benni verso una narrazione di livello superiore, ammesso che esista davvero una narrazione bassa, è riuscito se si guarda alle vendite e all’attenzione dedicata dai giornali.

Resta da chiedere a Benni se abbiamo davvero voglia di facile morale, forse lo sappiamo che non si devono emarginare i malati e gli extracomunitari e che i massoni andranno tutti all’inferno. Resta da chiedere a Benni se non ritenga più morali le controindicazioni “organiche” che derivano dal frequentare pasticcerie di periferia.

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