di UGO MAZZOTTA
Il Commissario Prisco, nei ritagli di tempo, ha la passione dei videogiochi violenti; quelli, per intendersi, nei quali si spara a raffica non appena compare un simulacro vivente in movimento sullo schermo. È l’occasione che l’uomo si riserva per esercitare le proprie capacità di tiro: nella realtà quotidiana esse hanno scarse occasioni di essere messe alla prova. E in questo gioco è diventato bravissimo.
“ Trasse un insospettato piacere dal procedere per le strade di una Chicago molto credibile con la canna di un fucile a pompa spianata davanti a sé, a far saltare teste e maciullare corpi, alla faccia dei sociologi da talk-show, e quando un clic del mouse decretò la fine di quell’allegro sprizzar sangue Prisco si sentiva in pace con il mondo. “
Il fatto è che il funzionario, napoletano, si è trovato trapiantato tra le amene montagne d’Abruzzo, in un piccolo centro – Rocca di San Severo – dove non succede moltissimo, e la vita scorre secondo un passo decisamente opposto a quello delle grandi metropoli. La situazione non è poi tanto cattiva, dal momento che il nostro eroe ha modo di spaziare lo sguardo e l’animo su stupendi paesaggi incontaminati, di gustare la genuinità dei cibi locali, di esercitarsi in passeggiate, anche se predilige muoversi sul suo poderoso fuoristrada, ad agio perfetto nei sentieri fuorimano.
Qui riesce a realizzare il desiderio di sentirsi libero, di non ammuffire tra le quattro mura di un ufficio, come probabilmente gli sarebbe toccato se fosse rimasto in città, di compiere lunghi trasferimenti in auto per incolonnare – aiutato dalla pace circostante - con calma e metodo le pedine che lo guidano a risolvere gli enigma della sua attività poliziesca.
Abbiamo a che fare, dunque, con uno spirito contemplativo,
“… al quale piaceva molto l’atmosfera sospesa nel tempo, da borgo medievale anche se molti palazzi e qualche chiesa risalivano in realtà a un’epoca più recente… Camminando, per le vie pavimentate di basoli alternati di pietra chiara e nera, si incontravano piccole piazze e fontane di granito e, di tanto in tanto tra una casa e l’altra, s’aprivano scorci mozzafiato, nei quali lo sguardo si tuffava con un senso di vertigine giù per un precipizio fino alla vallata...”
L’accompagna la presenza costante della cara Agnese, il più delle volte solo mentale, stabile fidanzata – e qui l’analogia con un più celebre commissario siciliano ricalca schemi consueti. Capigliatura rossa, occhi verdi, bell’aspetto, la donna è il distintivo all’occhiello dell’austero poliziotto che, tutto sommato, è sì schiavo ma non soffre eccessivamente per la routine giornaliera.
È l’Agnese ad alleviare i danni da questa originanti anche se, in questa narrazione, le smanie imprenditoriali di lei gli creano qualche preoccupazione soverchia. La donna non è gemella ad Andrea Prisco, è smaniosa, intraprendente, risente troppo dell’origine cittadina. Abita, difatti, nel capoluogo locale - Amiterno -, ma è altrettanto vero che al suo fianco il commissario si sente felice.
La venuta in Abruzzo, comunque, è valsa a ribattezzare “La Bella Napoli” il locale commissariato, oramai zeppo di napoletani in trasferta. Soprannome azzeccato che, se nei discorsi degli esterni trova una qualche connotazione dispregiativa pizzaiola, non è ignorato dagli stessi interni che invece, affettuosamente, vi individuano un appellativo bene augurante.
La vittima di turno è un reduce, vecchio combattente dell’ultima guerra, oggi meccanico con scarsa fortuna, scomparso di casa, il cui corpo viene ritrovato in un piccolo cimitero militare perso tra i monti, custodito da un’associazione di ex alpini. L’anziano è stato ucciso con una mazzata in testa, ed è a faccia in giù nella ghiaia di un vialetto.
Da qui inizia la girandola delle indagini che coinvolge parenti e conoscenti, pochi, e che, non senza difficoltà per la vita senza scosse tenuta negli ultimi anni dalla vittima, porterà allo scioglimento del quesito di fondo di ogni giallo che si rispetti.
E, tra le varie cose, Prisco ha l’occasione di impartire anche una lezione di lingua, meglio di dialetto, alla sua Agnese, chiarendole il termine “pezzottato”:
“ E’ napoletano, significa falso, contraffatto. Si chiamano così le macchine rubate col numero di telaio modificato, oppure le borse di Gucci che vendono gli africani sui marciapiedi. Credo che pezzotto significhi etichetta, targhetta. Un po’ come la pecetta in romanesco. “
Nel corso degli accertamenti il commissario incrocia anche un festino a base di sesso e droga e, nella sua piccola rete, incappa un pesce molto più grosso di quelli a cui, data la periferia di luoghi e persone, è abituato normalmente.
Le interferenze burocratiche sono quelle che il commissario maggiormente teme nel lavoro, circondato com’è da persone in carriera che si propongono e sono quali ottimi travet, camuffati da una patina di efficienza che, a volte, si dimostra peggiore della stessa inerzia. E, mai come in questa indagine, le interferenze saranno fatali, travolgendo con un meccanismo perverso tutto quanto incontrano lungo il cammino.
Scoprirà Prisco che il morto era già condannato da un male incurabile, ed è allora che nella sua mente si farà strada l’idea che – come spesso avviene al termine della vita – egli abbia od avrebbe voluto fissare una volta per tutte qualche questione rimasta in sospeso, e che in tal modo, per motivi allo stato inconoscibili, abbia trovato la fine prematura. Si tratta di persone – la vittima ed i suoi amici - rimaste legate ad un’epoca lontana:
“ Un po’ prima dell’8 settembre ci incontrammo in un posto a Roma, si chiama Villa Celimontana; un grande parco con dei prati, un bosco, un lago. Parlammo di noi, di come stava andando la guerra; dei nostri paesi e delle nostre famiglie. Era quasi il tramonto ed eravamo soli, sembrava la scena di una favola. Ci abbracciammo e piangemmo per colpa di quei ricordi; e ci giurammo l’un l’altro che avremmo difeso l’onore nostro, delle nostre famiglie, della nostra patria… eravamo ragazzini con addosso una divisa grigioverde. “
Con l’omicidio prende il via il meccanismo di disgrazie che colpirà il commissario molto da vicino, ferendolo negli affetti più cari con quell’inesorabilità che spesso traccia il suo impervio sentiero nel territorio più imprevedibile. E la stessa imprevedibilità farà affiorare il movente dell’omicidio primario, annegato nella nebbia del tempo, ma non per questo meno cocente, non essendo valsi gli anni intercorsi a spegnere l’incendio provocato da un dolore sconfinato.
Ugo Mazzotta, medico legale napoletano, è il valido inventore delle avventure del Commissario Prisco.
UGO MAZZOTTA
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