Francesco II

 

di Franco Celentano

 

 

Con Francesco II, che regnò poco più di un anno, si conclude il periodo borbonico e Napoli, non più capitale, inizia la parabola discendente che continua ancora oggi.

Molte cose sono state dette in merito alla situazione meridionale, alcune vere, molte false o alterate in modo tale da giustificare o attenuare il significato di una autentica ed ingiustificata aggressione.

Sembra opportuno, pertanto, dare uno sguardo alla situazione del Regno al momento della invasione garibaldina, preparata, voluta, appoggiata e finanziata dai piemontesi e favorita da un’Inghilterra desiderosa di eliminare un pericoloso concorrente nell’area del Mediterraneo che, con l’apertura del canale di Suez, acquistava un’enorme importanza strategica.

Facevano parte del Regno la parte meridionale del Lazio, le province di Gaeta e Sora, l’area della capitale Napoli, Terra di lavoro, Basilicata, Principato citeriore, Principato ulteriore, Capitanata, Terra di Bari, Terra d‘Otranto, Calabria citeriore, 1ª e 2ª Calabria ulteriore, Molise, Abruzzo citeriore, 1° e 2° Abruzzo ulteriore, la Sicilia, che era suddivisa nelle province di Val di Mazara, Val Demone e Val di Noto.

Il Regno delle Due Sicilie era considerato per la sua ricchezza, per la sua cultura e per le sue condizioni sociali, tra i primi Stati dell’Europa o, comunque non poteva considerarsi arretrato nei confronti dell’area lombardo piemontese, costituita da Stati troppo piccoli, privi di mercati di dimensioni apprezzabili e, principalmente, privi di una flotta.

Tale realtà risulta evidente da un esame comparativo della situazione bancaria, commerciale ed economica delle due aree.

Il sistema bancario, in Piemonte consisteva  in alcune Casse di risparmio e le istituzioni più attive erano i Monti di Pietà.

I primi ad avere una vera banca furono i genovesi con la Banca di Genova, fondata per sconti, depositi e conti correnti da alcuni commercianti nel 1844 e solo tre anni dopo, nel 1849, fu costituita la banca di Torino che, fusa con quella di Genova, diede origine alla Banca Nazionale degli Stati Sardi, banca privata nella quale aveva interessi lo stesso Cavour.

A tale banca fu affidato il compito di tesoreria dello Stato per cui si verificò l’assurdo di una banca privata che emetteva e gestiva denaro pubblico.

In Lombardia non c’era alcuna banca d’emissione e le attività commerciali riuscivano ad andare avanti solo perché operava la Banca Austriaca.

Il Piemonte emetteva carta moneta con un rapporto di tre ad uno tra la lira di carta e quella d’oro mentre nel meridione l’antichissimo Banco delle Due Sicilie emetteva monete d’oro e d’argento e, per velocizzare la circolazione monetaria, emetteva fedi di credito e polizze notate, che corrispondevano ad altrettanta quantità d’oro depositato nel Banco.

Nel regno sardo non esistevano vere industrie e le prime locomotive piemontesi furono commissionate alle officine napoletane di Pietrarsa.

Un incontrovertibile dato statistico dimostra la differenza abissale esistente tra le due economie: la quantità di denaro circolante nel Regno delle Due Sicilie assommava a circa 443 milioni di lire dell’epoca a fronte dei 20 milioni circolanti in Piemonte.

Sarebbe antistorico negare che alla conquista dell’antico Regno borbonico concorse anche una grande spinta della borghesia rivolta alla realizzazione degli ideali affermati con la rivoluzione francese e alla unificazione della penisola in un unico stato, ma sarebbe altrettanto falso negare che l’azione garibaldina fu organizzata per soddisfare le mire espansionistiche del Piemonte ed il desiderio di impadronirsi delle risorse, dei capitali e dell’apparato industriale del mezzogiorno.

L’invasione, favorita, come già detto, dall’Inghilterra, fu minuziosamente organizzata.

Furono corrotti gli alti quadri dell’esercito e dell’amministrazione statale, composti essenzialmente dalla nobiltà e, contro il parere dello stesso Vittorio Emanuele II, fu “ingaggiato” Garibaldi del quale il sovrano piemontese fornisce un quadro affatto lusinghiero in una lettera inviata al fido Cavour:

“... come avrete visto, ho liquidato rapidamente la sgradevolissima faccenda Garibaldi, sebbene siatene certo questo personaggio non è affatto docile né così onesto come lo si dipinge…. Il suo talento militare è molto modesto… e il male immenso che è stato commesso qui, ad esempio l’infame furto di tutto il danaro dell’erario, è da attribuirsi interamente a lui che ha piombato questo infelice paese in una situazione spaventosa”.

Come conseguenza della capillare corruzione operata da tempo, l’11 maggio 1860 i capi della marina borbonica “videro” in ritardo lo sbarco di Marsala che fu, tra l’altro, protetto dalla flotta inglese.

Con i famosi “mille”, sbarcarono in Sicilia anche francesi, svizzeri, inglesi e soprattutto ungheresi, tanto che con questi fu costituita una speciale legione utilizzata per le repressioni più feroci.

A questa “legione straniera” vanno aggiunti circa 22.000 soldati piemontesi dichiarati machiavellicamente dal governo savoiardo “congedati o disertori”.

I sistemi adoperati furono indegni e vale per tutti il ricordo della storica battaglia di Calatafimi dove il generale Landi, corrotto con un assegno di 14.000 ducati, ordinò alle preponderanti forze a sua disposizione di ritirarsi.

Lo stesso generale Landi tenne, qualche giorno dopo, chiusi nelle fortezze di Palermo i 16.000 soldati della guarnigione consentendo che si saccheggiasse il Banco di Sicilia, dal quale furono sottratti cinque milioni di ducati, una cifra enorme che, praticamente, finanziò l’operazione militare.

Episodi analoghi accompagnarono la marcia vittoriosa del nizzardo che mai trovò una vera resistenza da parte di un esercito privo di capi.

A nulla valsero episodi di valore di soldati senza guida che, sdegnati, in molti casi finirono col ribellarsi ai loro superiori come a Filetto, in Calabria, dove il generale Briganti, che il giorno prima, senza nemmeno combattere, aveva dato ordine alle sue truppe di ritirarsi, fu fucilato dalle sue stesse truppe.

Ma la reazione dei semplici soldati giunse tardi, quando cioè l’esercito era disperso e scompaginato.

Come fu dimostrato nelle battaglie del Volturno e, successivamente, a Gaeta, se la truppa si  fosse liberata immediatamente degli ufficiali traditori, oggi staremmo a raccontare un’altra storia. 

Garibaldi entrò in Napoli il 7 settembre e le sue truppe fornirono uno spettacolo deplorevole saccheggiando, derubando e saccheggiando case e monasteri.

Il giorno 11, con un decreto, abolì l’ordine dei Gesuiti e ne fece confiscare tutti i beni mentre provvide a far incarcerare tutti i notabili non volevano dichiararsi contrari a Francesco II.

Il  Palazzo Reale fu spogliato di tutto quanto conteneva e gli arredi e gli oggetti  più preziosi furono inviati a Torino nella Reggia dei Savoia e Garibaldi, servendosi ancora di un decreto, confiscò il capitale personale e tutti beni privati del Re dal  Banco delle Due Sicilie, al quale furono confiscati tutti i depositi.

Il  Palazzo Reale fu spogliato di tutto quanto conteneva e gli arredi e gli oggetti  più preziosi furono inviati a Torino nella Reggia dei Savoia.

Anche se in ritardo, l’esercito borbonico, liberato dalla zavorra degli ufficiali, reagì e, con la vittoria conseguita sul Volturno, rimise in discussione le sorti del conflitto, ma a questo punto l’esercito piemontese, visto il pericolo e rotti gli indugi, l’attaccò alle spalle spegnendo sul nascere le tenui speranze che riaffioravano.

I resti dell’esercito borbonico si ritirarono nella fortezza di Gaeta, dove il giovane Re Francesco II e la Regina Maria Sofia, di soli 19 anni resistettero circa 6 mesi.

Con la resa delle fortezze di Messina e di Civitella del Tronto (20 marzo 1861), il Regno delle Due Sicilie cessò di esistere.

Il giorno 21 ottobre 1860 vi fu a Napoli il plebiscito che doveva dare all’annessione avvenuta con la forza il viatico del favore popolare.

Davanti al porticato della Chiesa di  S.Francesco di Paola, proprio di fronte al Palazzo Reale, furono poste su  di un palco, alla vista di tutti, due urne: una per il SI ed una per il NO.

Si votava con voto palese davanti ad una schiera di garibaldini, guardie nazionali e soldati piemontesi e il giorno prima erano stati affissi sui muri dei cartelli sui quali erano dichiarati “Nemici della Patria” coloro che si astenevano o votavano per il NO.

Poiché non erano registrati quelli che votavano per il SÌ, la maggior parte dei garibaldini che, con decisione addirittura ridicola, erano ammessi al voto, andò a votare in tutti e dodici comizi elettorali costituiti in Napoli senza che nessuno avesse nulla da obiettare.

Allo stesso modo si procedette in tutto il Regno, dove si votò solo nei centri presidiati dai militari.

Mi astengo dal fare commenti.

Mi sembra doveroso concludere riportando il testo dell’ultimo messaggio firmato da Francesco di Borbone poco prima di lasciare il palazzo reale di Napoli:  

Fra i doveri prescritti ai re, quelli dei giorni di sventura sono i più grandiosi e solenni, ed io intendo di compierli con rassegnazione scevra di debolezza, con animo sereno e fiducioso, quale si addice al discendente di tanti monarchi. A tale uopo rivolgo ancora una volta la mia voce al popolo di questa metropoli, da cui debbo ora allontanarmi con dolore. Una guerra ingiusta e contro la ragione delle genti ha invaso i miei stati, nonostante ch'io fossi in pace con tutte le potenze europee. I mutati ordini governativi, la mia adesione ai grandi principi nazionali e italiani non valsero ad allontanarla, che anzi la necessità di difendere l'integrità dello Stato trascinò seco avvenimenti che ho sempre deplorati. Onde io protesto solennemente contro queste inqualificabili ostilità, sulle quali pronunzierà il suo severo giudizio l'età presente e futura. Il corpo diplomatico residente presso la mia persona seppe, fin dal principio di questa inaudita invasione, da quali sentimenti era compreso l'animo mio per tutti i miei popoli,e per questa illustre città, cioè garantirla dalle rovine e dalla guerra, salvare i suoi abitanti e le loro proprietà, i sacri templi, i monumenti, gli stabilimenti pubblici, le collezioni d'arte,e tutto quello che forma il patrimonio della sua civiltà e della sua grandezza,e che appartenendo alle generazioni future è superiore alle passioni di un tempo. Questa parola è giunta ormai l'ora di compierla. La guerra si avvicina alle mura della città,e con dolore ineffabile io mi allontano con una parte dell'esercito, trasportandomi là dove la difesa dei miei diritti mi chiama. L'altra parte di esso resta per contribuire, in concorso con l'onorevole Guardia Nazionale, alla inviolabilità, ed all'incolumità della capitale, che come un palladio sacro raccomando allo zelo del ministero. E chieggo all'onore e al civismo del sindaco di Napoli e del comandante della stessa guardia cittadina di risparmiare a questa Patria carissima gli orrori dei disordini interni e i disastri della guerra civile; al quale uopo concedo a questi ultimi tutte le necessarie a più estese facoltà. Discendente di una dinastia che per ben 126 anni regnò in queste contrade continentali, dopo averlo salvato dagli orrori di un lungo governo viceregnale, i miei affetti sono qui. Io sono napoletano, né potrei senza grave rammarico dirigere parole di addio ai miei amatissimi popoli, ai miei compatrioti. Qualunque sarà il mio destino, prospero o avverso, serberò sempre per essi forti e amorevoli rimembranze. Raccomando loro la concordia, la pace, la santità dei doveri cittadini. Che uno smodato zelo per la mia corona non diventi fase di turbolenze. Sia che per le sorti della presente guerra io ritorni in breve fra voi, o in ogni altro tempo in cui piacerà alla giustizia di Dio restituirmi al trono dei miei maggiori, fatto più splendido dalle libere istituzioni di cui l'ho irrevocabilmente circondato, quel che imploro da ora è di rivedere i miei popoli concordi, forti e felici.  

Francesco II, nato il 16 gennaio 1836, morì ad Arco di Trento il 17 dicembre del  1894, a soli 58 anni.  

 

Agorà 26